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The bad boys of Brexit

 

Ho un messaggio molto semplice per la Russia: sappiamo ciò che state facendo e non ci riuscirete […] Il Regno Unito farà ciò che è necessario per proteggere se stesso e lavoreremo con i nostri alleati allo stesso modo”. Con queste parole, il 13 novembre 2017, Theresa May, premier del governo britannico, attaccava la Russia, colpevole di “cercare di militarizzare l’informazione, utilizzare i media di Stato per introdurre fake stories con l’intento di mettere discordia in Occidente e minacciare le nostre istituzioni”. Poco più di un anno dopo il referendum che aveva sancito la volontà della Gran Bretagna di uscire dall’Unione europea, l’ombra della presenza russa su quella consultazione ha cominciato a farsi strada. Continua a leggere

Le presidenziali ucraine a 5 anni da Maidan L'Ucraina continuerà una politica anti-russa?

Sono passati 5 anni dalle proteste di ‘Euromaidan’, ma le relazioni con la Russia sono peggiorate notevolmente. Il presidente Porošenko non è riuscito a pacificare le regioni orientali e il futuro del Paese potrebbe dipendere dalle prossime elezioni del 31 marzo 2019.

A fine 2013, il presidente filorusso Janukovyč sospese il processo di associazione europea, che avrebbe portato alla firma di un accordo di libero scambio. Quest’ultimo avrebbe stabilito l’accesso ucraino ad alcuni settori del mercato europeo, impedendo di fatto lo sviluppo dell’Unione Economica Eurasiatica, la cui formazione era in corso in quel periodo.

Migliaia di manifestanti europeisti scesero in Piazza Maidan, a Kiev, per protestare contro la politica presidenziale. La repressione da parte della polizia ucraina non fece 

altro che inasprire quella che divenne sempre più una dimostrazione contro il governo in toto.

Iniziarono a registrarsi i primi violenti scontri tra manifestanti e polizia, causando, a fine gennaio, i primi morti. Dopo 125 morti e sotto la pressione dei Ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia, il 21 febbraio le parti arrivarono a un accordo che prevedesse elezioni anticipate e la formazione di un governo ad interim. Il giorno successivo, Janukovyč scappò e il parlamento ucraino fu costretto a instaurare un governo provvisorio.

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Continuano le proteste contro il presidente Vucic Le opposizioni e i manifestanti accusano il governo di "deriva autoritaria"

Di Mario Rafaniello

Da quasi tre mesi, decine di migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città serbe per contestare il presidente Aleksandar Vucic, accusato di mettere a rischio la democrazia attraverso il controllo dell’informazione. Le proteste sono iniziate lo scorso novembre, in seguito ad una violenta aggressione subita dall’esponente dell’opposizione Borko Stefanovic, che accusò Vucic di essere il mandante del pestaggio per via del clima di tensione alimentato dalla sua retorica. In seguito, le opposizioni hanno cominciato a scendere in piazza per chiedere le dimissioni del Presidente. Sulla falsariga di una risposta di Vucic alle richieste dei manifestanti – “non li ascolterei nemmeno se fossero in 5 milioni” -, le opposizioni hanno battezzato la protesta col nome ‘1 di 5 milioni’.

Il 16 gennaio, in migliaia hanno reso omaggio in una manifestazione silenziosa alla memoria di Oliver Ivanovic, uno dei principali leader politici serbo-kosovari e oppositore di Vucic, ucciso un anno fa. Il corteo commemorativo ha marciato mostrando uno striscione con il motto della vittima: “Noi siamo comunque di più”. L’indomani, una folla entusiasta di sostenitori di Vucic ha accolto il presidente russo Vladimir Putin, in visita a Belgrado per discutere alcuni accordi e ribadire il sostegno alla politica estera serba nella questione del Kosovo. Oltre 1.000 gli autobus organizzati dal partito del Presidente serbo per far accorrere i propri sostenitori all’evento.

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Investimenti cinesi in Kazakistan L'influenza cinese porta con sé rischi per l'economia

Il 17 gennaio scorso, durante una visita a Pechino, il primo Ministro kazako, Bakhytzhan Sagintayev, ha concluso un accordo commerciale con il premier cinese Li Keqiang: la società cinese Xiamen Tungsten investirà 750 milioni di dollari in Kazakistan per costruire infrastrutture per l’estrazione del tungsteno, metallo noto per le sue elevate capacità termoresistenti. La Xiamen Tungsten baserà i propri investimenti sull’acquisto della holding kazaka Severniy Katpar.

Le operazioni di estrazione del raro metallo, che inizieranno presumibilmente nel 2023, vedranno coinvolto il sito Upper Karakty, secondo deposito di tungsteno al mondo. L’intesa commerciale sarà il punto di partenza per un notevole impulso all’industria mineraria del Kazakistan: sarà infatti possibile produrre fino a 12.500 tonnellate di tungsteno all’anno.

Un negoziato commerciale di questo tipo tra la Cina e altri Stati dell’Asia centrale non costituisce un caso isolato, ma, al contrario, è solo un tassello di un grande progetto commerciale. La “Belt and road initiative”, nota anche come “Nuova via della Seta”, è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013: il suo obiettivo è quello di rigenerare un macro corridoio economico tra Est e Ovest, incentivando il trasporto e la logistica. Gli investimenti cinesi sono diretti verso 65 Paesi, tra cui anche il Kazakistan, snodo centrale per i flussi commerciali. Ad essere coinvolta è tutta la regione dell’Asia Centrale: oltre al Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan.

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In conflitto dal settant’anni Dal 1945 Russia e Giappone si contendono le Isole Curili

Il 20 gennaio scorso, oltre 500 manifestanti sono scesi in piazza Suvorovskaya, a Mosca, per chiedere al governo di non cedere alle richieste giapponesi riguardo la contesa delle Isole Curili. Le proteste si sono tenute due giorni prima dell’incontro a Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo Ministro giapponese Shinzo Abe per affrontare la questione della sovranità sulle isole.

Le isole Curili sono un arcipelago di più di 50 isole che si trova tra l’isola giapponese Hokkaidō e l’arcipelago russo della Kamčatka. L’arcipelago si trova nel punto in cui il fondale dell’Oceano Pacifico sprofonda sotto la Placca Asiatica: ciò provoca frequenti terremoti e tsunami, i quali rendono la maggior parte delle isole disabitata.

La questione della sovranità sulle isole Curili risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, motivo per cui Russia e Giappone non hanno mai firmato gli accordi di pace. L’8 agosto 1945, Stalin dichiarò guerra al Giappone con cui, per tutta la durata delle guerra, era rimasto in pace. In pochissimo tempo, l’Unione Sovietica occupò i territori del continente asiatico conquistati dai giapponesi, tra cui le isole Curili.

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“La Repubblica di Macedonia del Nord”: la fine di una lunga controversia Il voto dell’11 gennaio accende le speranze per un accordo definitivo tra Grecia e Macedonia

Di Lucrezia Petricca

L’11 gennaio il Parlamento macedone ha approvato i 4 emendamenti che aprono le porte alla risoluzione della controversia tra Grecia e Macedonia, durata più di 25 anni. Si è infatti riusciti a raggiungere la maggioranza dei 2/3 necessaria per attuare delle modifiche al testo costituzionale: esse riguardano il nome dello Stato balcanico, il rispetto della sovranità, il principio dell’integrità territoriale e il principio della non ingerenza negli affari di Paesilimitrofi.

L’intera fase di votazione si è contraddistinta per le lunghe trattative politiche. Per ottenere gli otto voti utili per la maggioranza, il primo ministro Zaev è dovuto scendere a compromessi con alcuni parlamentari del partito d’opposizione VMRO-DPMNE. Secondo alcuni osservatori, ci sarebbe dietro l’ombra dell’amnistia per i fatti legati all’assalto all’Assemblea del 2017.

La disputa tra i due paesi è iniziata nel 1991, anno dell’indipendenza della Macedonia. Per questioni culturali, storiche e nazionali, la penisola ellenica non ha mai apertamente riconosciuto la sovranità macedone, contestando, in particolare, l’utilizzo del nome costituzionale “Repubblica di Macedonia”.Di fronte a questo impasse, l’ONU ha tentato di dirimerela controversia, riconoscendo la Macedonia membro delle Nazioni Unite con il nome FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia). Continua a leggere

Nastya Rybka: la modella che aveva le prove sul Russiagate Arrestata la modella che ha fatto tremare Russia e USA

Anastasia Vashukevich, anche nota come Nastya Rybka, modella bielorussadivenuta famosa per le sue dichiarazioni relative al Russiagate,è stataarrestatail 17 gennaio all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, insieme al sex-guru(e suo mentore) Aleksandr Kirillov e ad altre 2 persone, con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione.

Nastya Rybka era balzata agli onori della cronaca internazionale quando, nel febbraio 2018, l’attivista e oppositore russo Alexei Navalny aveva pubblicato una serie di video e foto che ritraevano la modella bielorussa, insieme all’allora vice primo ministro russo Sergei Prikhodko, sullo yacht di Oleg Deripaska. Deripaska è uno dei più potenti oligarchi russi, molto vicino a Vladimir Putin e amico di Paul Manafort, ex consigliere della campagna elettorale di Donald Trump. Nei documenti pubblicati da Navalny, Vashukevich dichiarava di aver avuto una relazione con Deripaska e, soprattutto, sosteneva di avere delle registrazioni nelle quali il tycoonrusso ammetteva l’interferenza russa nelle elezioni americane del 2016. Continua a leggere

Gli studenti albanesi chiedono un cambiamento dell’Università La recente tassa sui crediti è stata la scintilla che ha dato inizio alle manifestazioni

Il 4 dicembre, a Tirana, hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche, dove migliaia di giovani si sono dati appuntamento davanti al Ministero dell’Istruzione per far sentire la propria voce contro l’aumento delle tasse universitarie, in particolare della tassa sui crediti. Quest’ultima prevederebbe il pagamento di 670 lek (circa 5 euro) per ogni credito non superato durante l’anno. In un Paese colpito da un forte indice di povertà, dove il reddito medio mensile si attesta al di sotto di 400 euro, tale tassa risulterebbe piuttosto onerosa e favorirebbe un’ulteriore emigrazione, già presente a tassi notevoli.

A inizio 2015, il governo Rama iniziò una riforma del sistema universitario. L’azione prevedeva un intervento differenziato a seconda delle università trattate: alcune proseguirono l’insegnamento sotto monitoraggio, altre subirono una sospensione di due anni durante i quali avrebbero acquisito i criteri legali necessari, altri, tra cui 18 istituti privati e 6 filiali di università statali, chiusero i battenti.

Alcuni studenti di medicina, costretti al passaggio dall’insegnamento privato a quello pubblico, ritenendo discriminatoria la riforma adottata, occuparono l’Università di Scienze di Tirana. Mentre la polizia interveniva per allontanare gli occupanti, il governo concesse lo status di idoneità ad alcuni istituti privati. Secondo quanto riportato da Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa, “si vociferava in quei giorni” che tali istituti fossero rimasti aperti grazie all’influenza politica dei loro direttori. Fu così che le proteste si calmarono e il Parlamento approvò il disegno di legge sulla riforma universitaria. Essa prevedeva, tra i vari obiettivi, la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per le università private, una valutazione degli istituti in base alle loro performance e un minor ruolo degli studenti nelle elezioni dei rettori.

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Inizia il semestre europeo della Romania Bucarest punta sul pilastro della coesione per la sua presidenza di turno del Consiglio dell'Unione

A partire dal 1° gennaio, per la prima volta nella sua storia, la Romania ha assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, ruolo che ricoprirà fino al 30 giugno 2019. Bucarest apre la turnazione semestrale che coinvolgerà anche Finlandia e Croazia, a completamento di un percorso che durerà un anno e mezzo.

Membro dell’Unione dal 2007, la Romania raccoglie l’eredità del semestre di presidenza dell’Austria di Sebastian Kurtz: dovrà affrontare temi importanti quali il crescente euroscetticismo, l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo e le elezioni per il Parlamento europeo del 26 maggio. La Romania, inoltre, viene da un periodo di crisi politica, che ha portato nello scorso agosto a violenti scontri di piazza, causati dalle scelte del governo in materia di anticorruzione, già motivo di rimprovero da parte dei vertici di Bruxelles.

 

Se da un lato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk fa gli auguri alla Romania e si dice fiducioso sui possibili risultati, dall’altro il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker non nasconde un certo scetticismo riguardo le reali capacità di guida della nuova Presidenza del Consiglio UE: “Le tensioni interne sarebbero un possibile motivo di distrazione dal compito che attende Bucarest”. “Ho dei dubbi riguardo alla ferma volontà di mettere le proprie preoccupazioni in secondo piano” ha dichiarato al quotidiano tedesco Die Welt, riconoscendo anche come la Romania sia “tecnicamente ben preparata a portare avanti un certo numero di progetti durante il semestre di presidenza. Critiche che fanno sentire la Romania trattata “come un Paese di serie B”, sottolineano dal PSD, il partito della premier Viorica Dancila.        

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Battaglia ambientale per la salvaguardia ambientale dei fiumi Bloccata la costruzione di mini-centrali idroelettriche in Serbia

A inizio mese, la Suprema Corte di Cassazione serba ha bloccato la costruzione di una mini-centrale elettrica (SHPP) a Paklestica, sulle sponde del fiume Visovika. La decisione di bloccare il progetto era stata presa dal Ministero della Protezione ambientale, che aveva rilevato enormi differenze tra lo studio d’impatto ambientale degli investitori e la situazione reale del terreno emersa da un’analisi dell’Istituto per la conservazione della Natura.

Le mini-centrali non possono produrre più di 10MW e per il loro funzionamento non necessitano di dighe o di laghi artificiali. Tuttavia, la loro costruzione comporta, tra le altre cose, anche la canalizzazione e la diversione delle acque. La conseguenza inevitabile è una notevole riduzione della portata dei fiumi con il rischio di un completo prosciugamento nei mesi più caldi, mettendo in pericolo la sopravvivenza della flora e della fauna autoctona.

Il primo catasto ufficiale che definisce il piano di sviluppo risale al 1987. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di 857 SHPP, ma ne sono state realizzate solamente 60. A seguito di una ricerca svolta dalla compagnia elettrica Srbijavode, è emerso che almeno un quinto dei 600 posti in cui sarebbero sorte le centrali è all’asciutto. Inoltre, solamente 60 di questi sarebbero adatti alla costruzione di dighe, mentre i restanti si troverebbero all’interno di parchi nazionali o di proprietà private.

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