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Gli studenti albanesi chiedono un cambiamento dell’Università La recente tassa sui crediti è stata la scintilla che ha dato inizio alle manifestazioni

Il 4 dicembre, a Tirana, hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche, dove migliaia di giovani si sono dati appuntamento davanti al Ministero dell’Istruzione per far sentire la propria voce contro l’aumento delle tasse universitarie, in particolare della tassa sui crediti. Quest’ultima prevederebbe il pagamento di 670 lek (circa 5 euro) per ogni credito non superato durante l’anno. In un Paese colpito da un forte indice di povertà, dove il reddito medio mensile si attesta al di sotto di 400 euro, tale tassa risulterebbe piuttosto onerosa e favorirebbe un’ulteriore emigrazione, già presente a tassi notevoli.

A inizio 2015, il governo Rama iniziò una riforma del sistema universitario. L’azione prevedeva un intervento differenziato a seconda delle università trattate: alcune proseguirono l’insegnamento sotto monitoraggio, altre subirono una sospensione di due anni durante i quali avrebbero acquisito i criteri legali necessari, altri, tra cui 18 istituti privati e 6 filiali di università statali, chiusero i battenti.

Alcuni studenti di medicina, costretti al passaggio dall’insegnamento privato a quello pubblico, ritenendo discriminatoria la riforma adottata, occuparono l’Università di Scienze di Tirana. Mentre la polizia interveniva per allontanare gli occupanti, il governo concesse lo status di idoneità ad alcuni istituti privati. Secondo quanto riportato da Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa, “si vociferava in quei giorni” che tali istituti fossero rimasti aperti grazie all’influenza politica dei loro direttori. Fu così che le proteste si calmarono e il Parlamento approvò il disegno di legge sulla riforma universitaria. Essa prevedeva, tra i vari obiettivi, la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per le università private, una valutazione degli istituti in base alle loro performance e un minor ruolo degli studenti nelle elezioni dei rettori.

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Inizia il semestre europeo della Romania Bucarest punta sul pilastro della coesione per la sua presidenza di turno del Consiglio dell'Unione

A partire dal 1° gennaio, per la prima volta nella sua storia, la Romania ha assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, ruolo che ricoprirà fino al 30 giugno 2019. Bucarest apre la turnazione semestrale che coinvolgerà anche Finlandia e Croazia, a completamento di un percorso che durerà un anno e mezzo.

Membro dell’Unione dal 2007, la Romania raccoglie l’eredità del semestre di presidenza dell’Austria di Sebastian Kurtz: dovrà affrontare temi importanti quali il crescente euroscetticismo, l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo e le elezioni per il Parlamento europeo del 26 maggio. La Romania, inoltre, viene da un periodo di crisi politica, che ha portato nello scorso agosto a violenti scontri di piazza, causati dalle scelte del governo in materia di anticorruzione, già motivo di rimprovero da parte dei vertici di Bruxelles.

 

Se da un lato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk fa gli auguri alla Romania e si dice fiducioso sui possibili risultati, dall’altro il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker non nasconde un certo scetticismo riguardo le reali capacità di guida della nuova Presidenza del Consiglio UE: “Le tensioni interne sarebbero un possibile motivo di distrazione dal compito che attende Bucarest”. “Ho dei dubbi riguardo alla ferma volontà di mettere le proprie preoccupazioni in secondo piano” ha dichiarato al quotidiano tedesco Die Welt, riconoscendo anche come la Romania sia “tecnicamente ben preparata a portare avanti un certo numero di progetti durante il semestre di presidenza. Critiche che fanno sentire la Romania trattata “come un Paese di serie B”, sottolineano dal PSD, il partito della premier Viorica Dancila.        

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Battaglia ambientale per la salvaguardia ambientale dei fiumi Bloccata la costruzione di mini-centrali idroelettriche in Serbia

A inizio mese, la Suprema Corte di Cassazione serba ha bloccato la costruzione di una mini-centrale elettrica (SHPP) a Paklestica, sulle sponde del fiume Visovika. La decisione di bloccare il progetto era stata presa dal Ministero della Protezione ambientale, che aveva rilevato enormi differenze tra lo studio d’impatto ambientale degli investitori e la situazione reale del terreno emersa da un’analisi dell’Istituto per la conservazione della Natura.

Le mini-centrali non possono produrre più di 10MW e per il loro funzionamento non necessitano di dighe o di laghi artificiali. Tuttavia, la loro costruzione comporta, tra le altre cose, anche la canalizzazione e la diversione delle acque. La conseguenza inevitabile è una notevole riduzione della portata dei fiumi con il rischio di un completo prosciugamento nei mesi più caldi, mettendo in pericolo la sopravvivenza della flora e della fauna autoctona.

Il primo catasto ufficiale che definisce il piano di sviluppo risale al 1987. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di 857 SHPP, ma ne sono state realizzate solamente 60. A seguito di una ricerca svolta dalla compagnia elettrica Srbijavode, è emerso che almeno un quinto dei 600 posti in cui sarebbero sorte le centrali è all’asciutto. Inoltre, solamente 60 di questi sarebbero adatti alla costruzione di dighe, mentre i restanti si troverebbero all’interno di parchi nazionali o di proprietà private.

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Le conseguenze della crisi in Ucraina: sanzioni e contro sanzioni Il Consiglio europeo prolunga le sanzioni nei confronti della Russia durante un summit a Bruxelles

Il 13 dicembre scorso il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha comunicato con un tweet che le sanzioni contro la Russia sono state prolungate poiché “non ci sono stati progressi nell’attuazione degli accordi di Minsk”. Il Consiglio europeo, riunitosi a Bruxelles, ha votato all’unanimità per l’ottava proroga consecutiva delle sanzioni. Le prime sanzioni vennero imposte nel 2014, a seguito del conflitto in Donbass e dell’annessione russa della Crimea.

Ogni sei mesi il Consiglio europeo è chiamato a rinnovare le sanzioni, che sono legate all’attuazione degli accordi di Minsk. Sottoscritti nel 2015 da Russia, Ucraina, Francia e Germania, tali accordi hanno l’obiettivo di porre fine alla guerra in Ucraina, ma non sono mai state veramente implementati. Tra i 13 punti che li compongono, degno di nota è il cessate il fuoco nelle regioni di Donetsk e Lugansk.

Le misure sanzionatorie colpiscono il settore economico-finanziario russo. E’stato infatti limitato l’accesso ai mercati europei ad importanti istituti finanziari russi (come Svervbank e VTB) e a tre società del settore energetico. E’ inoltre imposto il divieto di importazione ed esportazione di armi, così come quello di esportazioni di beni a uso civile per scopi militari. Ad essere stato colpito è il settore di produzione e prospezione del petrolio, con limitazioni per l’utilizzo di alcune tecnologie.

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Russia e India sempre più uniti Si intensificano le relazioni tra i due Paesi

Sul fronte dei rapporti tra Russia e India, gli ultimi mesi del 2018 sono stati molto positivi.

I rappresentanti dei due Paesi si sono incontrati in varie occasioni, nel corso delle quali hanno avuto la possibilità di stringere ulteriormente i legami in campo politico, economico e militare.

Un momento molto importante è stato sicuramente l’annuale summit indo-russo, tenutosi a Nuova Delhi agli inizi di ottobre scorso. Nel corso di questo evento, il presidente russo Putin ha discusso con il primo ministro indiano Narendra Modi dei possibili orizzonti futuri di collaborazione tra i due Stati. L’incontro si è concluso con la firma di svariati accordi bilaterali in ambito economico, energetico, spaziale, militare e di lotta congiunta al terrorismo.

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Vittoria schiacciante di Pashinyan in Armenia Le elezioni confermano il nuovo corso iniziato con la "rivoluzione di velluto"

Rispettate le previsioni di una importante vittoria per il premier uscente Nikol Pashinyan, sostenuto dalla coalizione Il mio passo, di cui fa parte suo partito Contratto Civile. Pashinyan vince nettamente con il 70,43% dei voti. Distaccate le altre formazioni politiche, molte delle quali non hanno raggiunto lo sbarramento del 5% previsto per entrare in Parlamento; risultato ottenuto invece da Armenia Prospera (8,27%) e Armenia Luminosa (6,37%).

La coalizione vincente occuperà 88 dei 132 seggi dell’Assemblea Nazionale.

L’affluenza alle urne ha registrato un calo (48,63%) rispetto alle elezioni precedenti del 2017.

La ragione principale è la crescente disaffezione dell’elettorato per via degli scandali legati alla corruzione politica, che portarono alle dimissioni l’ex primo ministro Sargsyan, il cui Partito Repubblicano d’Armenia esce dalla scena politica non avendo superato la soglia minima, fermandosi al 4,70%.

Le elezioni di domenica scorsa, le prime anticipate nella storia dell’Armenia, sono l’esito di un processo iniziato a maggio, quando l’allora ex giornalista e leader della “rivoluzione di velluto” Pashinyan fu nominato primo ministro. Dimettendosi a novembre, ha permesso l’indizione di elezioni anticipate così da poter consolidare maggiormente il consenso ottenuto.

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Russia e Balcani: 7 giorni

ARMENIA

9 dicembre. La coalizione guidata dal primo ministro uscente, Nikol Pashinyan, ha ottenuto oltre il 70% dei voti alle elezioni parlamentari. In calo l’affluenza, che si è fermata al 49%.

MACEDONIA

7 dicembre. In risposta alle accuse mosse contro di lui, il presidente Gjorge Ivanov ha negato di aver avuto un ruolo nelle violenze che hanno colpito il Parlamento nell’aprile 2017.

MOLDAVIA

10 dicembre. Il presidente Igor Dodon è stato sospeso per la quinta volta dalla Corte Costituzionale per essersi rifiutato di firmare 5 proposte di legge approvate più volte dal Parlamento. Secondo la legge moldava, il Presidente ha il potere di rigettare una proposta di legge soltanto una volta, rimanendo obbligato a firmarla in caso di ulteriore approvazione del Parlamento. Le funzioni di Dodon saranno temporaneamente assunte dal Presidente del Parlamento, incaricato, inoltre, di firmare le 5 leggi.

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Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

GEORGIA

2 dicembre. Si è tenuta una manifestazione, nella città di Tbilisi, per contestare il risultato delle ultime elezioni presidenziali. Durante il loro svolgimento, Zurabishvili, prima donna presidente del Paese, ha ottenuto la vittoria con il 59,52% di voti. Durante le proteste, Vashadze, candidato dell’opposizione ha dichiarato di voler che “il cosiddetto governo ascolti la voce del popolo, perché tutti sanno che le elezioni sono state manipolate”. Continua a leggere

Una nuova guerra di dazi Kosovo e Serbia di nuovo ai ferri corti dopo l’imposizione di dazi da parte di Pristina

Le relazioni tra Serbia e Kosovo vivono un momento di forte difficoltà.

Il 21 novembre scorso il governo kosovaro di Ramush Haradinaj ha alzato i dazi doganali dal 10% al 100% su tutti i prodotti provenienti dalla Serbia e dalla Bosnia-Erzegovina.

Questa decisione arriva in risposta all’esito negativo della votazione per l’ammissione del Kosovo nell’Interpol, l’organizzazione internazionale dedita al contrasto del crimine internazionale. Il rigetto della candidatura kosovara è stato percepito come una vittoria della Serbia, che molto si era spesa in questo senso.

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La Georgia elegge la prima Presidente donna L'opposizione denuncia l'irregolarità delle consultazioni

Mercoledì 28 novembre, in Georgia si è tenuto il ballottaggio alle presidenziali.

Salome Zurabishvili, uscita vincente con il 59,5% dei voti, sarà la prima donna a sedere alla Presidenza della Georgia. Zurabishvili si è presentata come candidata indipendente alle elezioni, senza rifiutare il sostegno politico del partito al governo, Sogno Georgiano, del miliardario Bidzina Ivanishvili. Tra le sue fila, nel 2016, è stata eletta membro del Parlamento. Il primo ministro Mamuka Bakhtadze si è subito congratulato con la neo-eletta, affermando che “le elezioni hanno dimostrato ancora una volta che la Georgia è uno stato veramente democratico”.

Con il 40,5% dei voti, Grigol Vashadze esce sconfitto dalla tornata elettorale.

Salome Zurabishvili, figlia di una famiglia di origini georgiane che dovette scappare in Francia negli anni 20, iniziò la sua carriera politica come ambasciatrice francese in Georgia. Nel 2004, fu nominata Ministra degli Affari Esteri sotto il governo di Mikhail Saakashvili. Dopo poco più di un anno, lasciò il proprio incarico, passando all’opposizione, per forti critiche verso quello che lei definì un “neototalitarismo”. Primo obiettivo del suo programma è creare un equilibrio nei rapporti con la Russia e con l’Europa, facendo affidamento sui suoi legami europei.

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