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Brexit: quali conseguenze nella special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti?

I primi tre mesi del 2019 hanno rimesso in discussione il futuro della Brexit. La House of Commons, infatti, dopo aver bocciato l’accordo di recesso tra il Regno Unito e l’Unione Europea, ha rigettato anche la seconda proposta. Il giorno successivo a questo secondo rifiuto, anche l’ipotesi di un’uscita senza accordo è stata cassata. Decisioni che hanno portato lo stesso organo a votare, il 14 marzo, a favore del rinvio della Brexit. L’Unione Europea deve ora decidere se accontentare le richieste di Londra e concedere una dilatazione dei tempi.

Un documento dell’Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, risalente allo scorso 28 febbraio, elenca i principali metodi tramite i quali il Regno Unito potrebbe uscire dall’impasse. Tra questi vi sono: l’indizione di elezioni politiche anticipate, la convocazione di un nuovo referendum, in cui si chiederebbe all’elettorato britannico di scegliere tra uscita dall’UE con un nuovo accordo, uscita senza accordo o permanenza nell’UE mantenendo le vecchie condizioni; infine, la revoca unilaterale della decisione di recedere dall’UE.

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The Hanoi nuclear summit ends with no agreement

It was April 2017 when the whole world was watching Pyongyang and its nuclear experiments. The dual-track policy that keeps engagement open for its good behavior while seeking to impose sanctions for its bad behaviour – i.e. the ‘strategic patience’ approach adopted by former president Barack Obama – had been long gone and substituted by a ‘heads-on’ policy by President Donald J. Trump.

In that period, the U.S.S. Carl Vinson had been dispatched towards North Korean waters as a deterrent against further intercontinental ballistic missile experiments brought on by Kim Jong-Un’s orders. However, the Supreme Leader revealed himself as a resilient character and continued pursuing his nuclear program which he then completed in December 2017. Continua a leggere

A future to believe in 2.0 Sanders annuncia la propria ricandidatura per le primarie del Partito Democratico

Nei mesi successivi all’elezione dell’attuale 45° presidente degli Stati Uniti, i commentatori democratici sollevarono, più volte, il dubbio che Hillary Clinton, la sconfitta delle scorse elezioni, non fosse considerabile come il candidato ideale per la sfida e che tale ruolo si sarebbe dovuto, invece, attribuire a Bernie Sanders.

Senatore del Vermont e oggi 77enne, Sanders si collocava come indipendente e la sua campagna “A future to believe in” era stata vista come un tentativo di successo di rivitalizzare la base progressista del Partito e, proprio Sanders, martedì 18 febbraio, ha annunciato che correrà nuovamente per quella nomination che gli era sfuggita, nella scorsa tornata elettorale, per appena 5 Stati

Nel corso dell’intervista rilasciata alla Vermont Public Radio e durante la quale avrebbe espresso la propria volontà di rimettersi in gioco, Sanders, si è presentato alla base democratica attaccando direttamente il presidente Trump, definendolo “un imbarazzo per la Nazione”, “un bugiardo patologico” e un “razzista, omofobo e xenofobo”.  Secondo il senatore Sanders, il Presidente avrebbe, infatti, “un modo di fare politica spicciolo, che consiste nell’attaccare le minoranze”; minoranze che erano state, invece, fra i suoi più forti sostenitori.

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“We will have a national emergency, and we will then be sued” President Donald Trump declares a national emergency in order to proceed with the construction of the border wall

Di Paolo Santalucia

On February 14, 2019, Senate majority leader Mitch McConnell announced that President Donald Trump would declare a state of emergency in order to bypass Congress and build additional barriers along the U.S.-Mexico border.

The declaration of national emergency expressed by Donald Trump last Thursday obviously didn’t come out of the blue and was instead the result of ongoing turmoils amongst the American political scene, caused by Mr. Trump’s will to build a large and fortified border wall between the U.S. and Mexico.

From December 22, 2018 to January 25, 2019 the federal government was partially shut down due to Trump’s decision to veto any spending bill that did not include $5 billion in funding for a border wall.

On February 15th the House of Representatives voted in favor of the bipartisan bill, which was created with the intention of keeping the government running at least until September 30, 2019.

Despite the fact that the new funding bill does not grant the funds necessary to build the border wall, President Donald Trump has agreed to sign it to prevent another shutdown, but has also announced a state of national emergency, which gives the President of the United States of America a temporary boost, consisting in more than 100 special provisions that become available to him, until the emergency passes.

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L’ascesa della senatrice Kamale Harris alla Casa Bianca Dopo il successo nel settore giudiziario Kamala Harris punta alla presidenza degli Stati Uniti

La Senatrice democratica Kamala Harris ha dato avvio ufficialmente alla campagna presidenziale in vista delle elezioni di novembre 2020.

Ad accogliere il suo debutto nella piazza del municipio di Oakland (CA) è stata stimata una folla di oltre 20.000 persone e, secondo la CNN, si è trattato del discorso mono-candidato di apertura di campagna più seguito della storia della televisione. Un indice di ascolti così elevato potrebbe essere il risultato del suo rigore tenuto durante la permanenza nelle forze dell’ordine.

Infatti, dopo aver conseguito una laurea in Giurisprudenza all’Hastings College, la giovane Harris diede avvio alla propria carriera da Vice Procuratore Distrettuale e riuscì a farsi notare grazie alla sua intransigenza su casi di violenza organizzata, traffico di droga, e abusi sessuali.

Nel 2004 venne nominata Procuratore Distrettuale di San Francisco e, in breve tempo, il tasso delle condanne processuali per reati gravi, o anche solo per infrazioni minori, raddoppiò. Nel 2010, con la nomina a Procuratore Generale della California – la carica giudiziaria più alta dello Stato – difese cause di rilevanza nazionale e si battè per i diritti civili di milioni di statunitensi.

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USA, con il ritiro dalla Siria a rischio la posizione dei Curdi Trump minaccia di distruggere l'economia turca se Ankara attaccherà le Forze Democratiche Siriane

Il ritiro delle truppe americane presenti in Siria, annunciato lo scorso 19 dicembre da Donald Trump, ha sconvolto l’amministrazione di Washington. Il segretario alla Difesa Jim Mattis, contrario all’iniziativa, ha dato le dimissioni. Dal punto di vista delle relazioni internazionali la scelta del Presidente degli Stati Uniti accresce, da un lato, il ruolo della Russia e della Turchia nella futura definitiva risoluzione della crisi. Dall’altro, rischia di minare la credibilità degli Usa come partner militare.

Per quanto riguarda quest’ultimo punto tutto verte sulla delicata questione dei curdi, che negli anni hanno giocato un ruolo fondamentale nel sottrarre territori al sedicente Stato Islamico nella Siria nord-orientale. Durante la guerra civile che ha devastato il Paese, gli Stati Uniti hanno creato il Counter-Islamic State of Iraq and Syria Train and Equip Fund (CTEF), un fondo destinato a finanziare le formazioni anti-Daesh in Medio Oriente. Grazie a questo hanno sostenuto con armi e addestramento le Forze Democratiche Siriane, composte all’80% da curdi dell’Ypg (Unità di protezione del Popolo). Nel febbraio 2018 gli americani hanno anche bombardato le forze filo-Assad, ree di aver appunto attaccato postazioni delle Fds.

L’Ypg è però ideologicamente contiguo al Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), formazione turca considerata terrorista da Ankara. Per questo, e soprattutto per evitare la nascita di un’entità statuale curda ai propri confini meridionali, già nell’agosto del 2016 la Turchia ha attaccato le postazioni delle Fds a Manbij. Lo Stato della penisola anatolica ha poi condotto un’operazione su più vasta scala nel gennaio del 2018, col fine di sottrarre ai curdi il controllo della città di Afrin.

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Il Canada accoglierà un milione di immigrati entro il 2021 Una decisione volta a rendere l’economia del Paese più competitiva sulla scena globale

Il parlamento canadese ha annunciato la decisione di accogliere un milione di immigrati entro il 2021: un obiettivo ambizioso, presentato dal ministro dell’immigrazione Ahmed Hussen nel piano triennale del governo.

Oltre 286.000 immigrati sono stati accolti in Canada nel 2017 e, secondo i piani dell’attuale governo canadese, i nuovi ingressi saranno suddivisi in frange annuali da 350.000 immigrati per il 2019, 360.000 per il 2020 e 370.000 per il 2021. Queste cifre corrispondono a un ingresso annuale pari all’1% della popolazione del Paese. “Gli ingressi graduali permetteranno al nostro sistema di processare questi cambiamenti, cosicché le comunità possano integrarli e le partnership locali sull’immigrazione possano fare il proprio lavoro ha dichiarato Hussen.

Ahmed Hussen, egli stesso immigrato dalla Somalia, ha sottolineato come tale decisione sia stata presa alla luce del calo del tasso di natalità e dell’invecchiamento della popolazione canadese. Secondo i dati ufficiali, i livelli di natalità degli immigrati sono 4 volte più alti rispetto a quelli dei canadesi e contribuiscono ai tre quarti della crescita demografica totale.

Gli immigrati che il Canada si prepara ad accogliere saranno così suddivisi: il 58% sarà riservato ai migranti economici, il 27% sarà destinato ai ricongiungimenti familiari e, infine, il 14% sarà rivolto ai rifugiati e ai richiedenti asilo. Si tratterebbe, dunque, in maggioranza, di “skilled migrants”, persone istruite e pronte a essere inserite nel tessuto lavorativo del Paese. Continua a leggere

The Shutdown Le divergenti posizioni politiche sull’immigrazione paralizzano le attività federali statunitensi

I promised I would fix this crisis, and I intend to keep that promise one way or the other. Con queste parole, il presidente Donald Trump ha voluto rimarcare la propria risolutezza in merito allo sconvolgimento politico protagonista della cronaca nordamericana dell’ultimo mese. Immersi in una parziale, ma prolungata, paralisi, gli Stati Uniti continuano, infatti, a subire le inevitabili conseguenze generate dallo shutdown più lungo della storia degli Stati Uniti.

Manifestazione della mancata approvazione, da parte del Congresso, del bilancio relativo ai fondi destinati alle attività federali, lo shutdown continua a produrre le proprie conseguenze da più di un mese, generando, dallo scorso 22 dicembre, un’inevitabile incertezza politica ed economica in tutto il Paese. Un quarto delle attività federali statunitensi è, infatti, rimasto bloccato per mancanza di fondi, con successiva sospensione delle attività dei dipendenti e delle loro retribuzioni.

A causare l’attuale stallo, l’ennesimo snodo di discordia sul tema dell’immigrazione. In particolare, il diniego alla richiesta di un finanziamento del valore di 5,7 miliardi di dollari, avanzata dal Presidente per affrontare la costruzione del muro di confine tra Stati Uniti e Messico, sembrerebbe aver portato al punto di rottura tra Trump e l’opposizione. I democratici, disposti a incrementare i finanziamenti destinati alla sicurezza dei confini escludendo, tuttavia, la previsione di fondi a vantaggio della barriera con il Messico, sono, infatti, intenzionati a non cedere alle pretese del Presidente, continuando a considerare l’opera “inutile e costosa”. Continua a leggere

Stati Uniti-Corea del Nord: il 2019 inizia all’insegna dell’incertezza Kim Jong-Un ha lanciato messaggi contrastanti, tra distensione e un nuovo raffreddamento

Se il 2018 si era chiuso con una apparente distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, il 2019 si apre con nubi all’orizzonte.

 

Nel messaggio di fine anno ai nordcoreani, Kim Jongun ha lanciato segnali contrastanti. Da un lato, si è infatti detto disponibile a incontrare di nuovo Donald Trump in qualsiasi momento, al fine di raggiungere risultati che ottengano il placet della comunità internazionale. Il leader della Corea del Nord sembra così voler proseguire sulla via del dialogo con gli Stati Uniti, culminata nel summit di Singapore del 12 giugno 2018. Così facendo, ha risposto, inoltre, alla sollecitazione a un nuovo incontro con Trump, arrivata il 24 dicembre 2018 dal profilo Twitter dello stesso presidente statunitense.

Dall’altro lato, tuttavia, ha specificato che se gli Stati Uniti non interromperanno il regime sanzionatorio, la Corea del Nord si vedrà costretta a cercare un nuovo percorso per proteggere la sovranità, gli interessi e la pace dello Stato e dell’intera penisola coreana. Il che, verosimilmente, significherebbe un ritorno alla strada del nucleare.

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Mike Pompeo all’insediamento di Jair Bolsonaro Il Segretario di Stato e il nuovo presidente brasiliano aprono un nuovo canale diplomatico

Il 31 dicembre 2018, Michael Richard Pompeo, Segretario di Stato statunitense e braccio destro del presidente Donald Trump, è decollato dall’aeroporto di Washington su un volo diretto a Brasilia per guidare una delegazione alla cerimonia di insediamento del neoeletto presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, programmata per il primo gennaio 2019.

La partecipazione della delegazione presidenziale era finalizzata a mostrare il pieno sostegno al progetto politico della nuova leadership brasiliana, che sembra allinearsi alla perfezione a quella dell’amministrazione Trump, dallo scetticismo per il cambiamento climatico alla preoccupazione per i crescenti investimenti della Cina.

Per di più, la visita in Brasile è indicativa dello sforzo volto a promuovere un futuro più sicuro e favorevole per gli Stati Uniti in America del Sud; difatti, all’inaugurazione presidenziale sono seguiti il colloquio a Palàcio do Planalto tra Pompeo e Bolsonaro, accompagnato dal suo ministro degli Affari Esteri Ernesto Araùjo.

A dare avvio al confronto è stata la discussione afferente alla necessità di inquadrare le priorità economiche, commerciali, e finanziarie bilaterali, per rinsaldare ulteriormente la cooperazione tra i due Paesi negli anni a venire. In fase di conclusione è stato dato ampio spazio agli affari regionali e internazionali: l’attenzione del presidente brasiliano e del Segretario di Stato è stata convogliata sulla presenza incalzante della Cina nella regione, nella quale, dal 2003, ha investito complessivamente 124 miliardi di dollari. I crescenti versamenti di denaro cinesi sono stati interpretati da entrambe le amministrazioni come una pratica predatoria e lesiva della sovranità del Brasile.

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