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Arabia Saudita: meno petrolio, più strategia Previsto uno dei maggiori tagli di sempre alla produzione di petrolio per tutto il 2019

di Andrea Daidone

C’è vento di cambiamento nel mercato del petrolio, da quando il ministro dell’energia saudita, Khalid al-Falih, ha auspicato e poi annunciato un maxi-taglio alla produzionegiornaliera di petrolio pari 1 milione di barili. Misura applicata dopo la decisione della Corona saudita di tagliare appunto la produzione, con una decorrenza,da dicembre, di 500,000 barili di petrolio al giorno. La ragione di questo taglio è che le analisi tecniche hanno mostrato la necessitàdiridurre la quantità estratta per ribilanciareil mercatointernazionale.

Di diverso avviso pare essere la Russia, che assai preoccupata di stressare la domanda preferisce un approccio più attendista: il fine di Mosca è quello di non focalizzare l’attenzione interamente sui tagli alla produzione, ma piuttosto di analizzare l’andamento del mercato per capire le sue evoluzioni. Mentre l’obiettivo ultimo ed unanime è quello di mantenere la stabilità del mercato,il prezzo del barile, ha però subìto un notevole aumento. È passato infatti dalla diminuzione di un sesto intervenuta nel corso del mese precedente, all’aumento improvviso di lunedì 12 novembre, in seguito proprio all’annuncio di Ryad. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

LIBIA

13 novembre. Diffusa una foto che ritrae la stretta di mano avvenuta tra il generale Haftar e al Sarraj, premier del governo nazionale libico. Si tratterebbe del risultato di un incontro tenutosi con il leader italiano Giuseppe Conte, impegnato nella Conferenza di Palermo. Il generale Haftar aveva annunciato, nei giorni scorsi, che non sarebbe stato presente alla Conferenza, ma che si sarebbe comunque recato in Italia per partecipare ad alcuni incontri paralleli.

15 novembre. Diversi e duri scontri sono scoppiati nel distretto di Ben Ghashir, a sud di Tripoli, tra la 7/a Brigata e i miliziani della Forza di sicurezza centrale.

GIORDANIA

14 novembre. Un tribunale militare giordano ha condannato 10 persone perché ritenute colpevoli di “atti di terrorismo, detenzione illecita di armi e produzione di esplosivi”. Si tratta di una sentenza relativa all’attentato avvenuto nel 2016 a Karak, durante il quale morirono 10 persone.

11 novembre. Aumenta il bilancio delle vittime provocate dalle inondazioni causate dalle piogge che hanno colpito le zone centrali e meridionali della Giordania. Secondo fonti ufficiali, vi sarebbero, per ora, 11 morti. Sui social network circolano, inoltre, filmati dell’inondazione avvenuta presso il sito archeologico di Petra, dove turisti disperati corrono e cercano di salvarsi dall’acqua salendo sui monumenti più alti. Fenomeni atmosferici simili, dicono gli esperti, non si verificavano da decenni nello Stato mediorientale.

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Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

ARABIA SAUDITA

4 novembre. Liberato il principe Khaled bin Talal dopo 11 mesi di reclusione. Quasi un anno fa era stato messo in stato di fermo a causa delle pesanti accuse di corruzione mosse dall’erede al trono dei Saud, Mohammed bin Salman.

BAHREIN

4 novembre. Condannato all’ergastolo con l’accusa di spionaggio, Ali Salman. L’oppositore del governo sunnita del Bahrein, è stato dichiarato colpevole delle accuse dopo che, lo scorso giugno, era stato assolto in primo grado. Continua a leggere

Sanzioni, sanzioni, son tutte sanzioni Gli effetti delle nuove sanzioni USA sull’Iran

Alle prese con le elezioni di mid-term, l’amministrazione Trump continua imperterrita con la sua ‘nuova’ ricetta per il medio oriente, tutta a base di sanzioni. Effettivamente, secondo una dichiarazione di Mike Pompeo, saremmo alla diciannovesima tornata di sanzioni dell’era Trump. Questa volta i bersagli sono più di 300 imprese nel settore petrolifero, bancario, assicurativo e logistico iraniano.

Inutile dire che la risposta iraniana non si è fatta attendere e, quanto al suo tenore, certo non si può parlare di originalità: dal capo delle forze armate della Repubblica Islamica giungono minacce e ammonimenti contro una possibile guerra che sarebbe destinata a fallire. Da Rohani, invece, arrivano più miti rassicurazioni, come “bypasseremo le sanzioni”, “l’accordo sul nucleare del 2015 è ancora in piedi” e via dicendo.

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L’Olp sospende il riconoscimento dello Stato di Israele Israele ribatte: “Palestinesi non interessati alla pace”

Dopo una riunione durata 2 giorni, a causa della “continua rottura da parte di Israele degli accordi firmati”, il Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ha deciso di sospendere il riconoscimentodello Stato di Israele sino a quando quest’ultimo non riconoscerà lo Stato palestinese entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme est.

Inoltre, verranno cessati anche gli accordi sul coordinamento alla sicurezza e i “Protocolli economici di Parigi” del 1994.

Tali decisioni sono state approvate anche dal Comitato esecutivo dell’Olp e dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, a capo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): la conseguenza è l’annullamento de facto degli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, con i quali Israele riconosceva il diritto della Palestina a governare sui territori occupati, mentre l’Olp si impegnava a riconoscere Israele come Stato.

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Yemen: la guerra durata “abbastanza a lungo” 1 morto ogni 3 ore e 14 milioni di persone a rischio carestia: dagli USA l’appello alla tregua

Da più di 3 anni lo Yemen sta vivendo una guerra che, se dal lato politico non ha portato a nessun risultato, dal lato economico e sociale sta logorando la popolazione civile, che piange da agosto a oggi 575 vittime di guerra, e che secondo l’ONU è per il 50% (14 milioni di persone) in una condizione di pre-carestia. Attualmente il Paese è spaccato: ribelli houthi controllano il nord-ovest, il governo legittimo la restante parte, con una forte presenza di al-Qaeda nel centro-sud. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

ARABIA SAUDITA

30 ottobre. Secondo diverse fonti saudite, che hanno riportato la notizia al New York Times, il principe Ahmad Bin Abdulaziz sarebbe tornato a Riad da Londra in risposta alla crisi Khashoggi. Questo ritorno potrebbe rappresentare una sfida per il leader de facto della corona saudita, il Principe Mohammed bin Salman.

ISRAELE

27 ottobre. Inaspettatamente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato il proprio omologo in Oman, in un clima amichevole. Durante la visita ha sottolineato l’importanza dell’amicizia tra Israele e i Paesi del Golfo contro il comune nemico iraniano.

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Al-Ghumar e Al-Buqra: dopo 25 anni il controllo di Israele potrebbe finire Israele sempre più isolato dai vicini paesi arabi

Storici equilibri stanno per cambiare al confine tra il Regno Hascemita di Giordania e lo Stato d’Israele. Qualche giorno fa, infatti, il re Abdullah II ha espresso la volontà di reclamare due porzioni di territorio che da tempo, a causa di un trattato di pace di quasi 25 anni fa, si trovano sotto il controllo di Israele.

Nel 1994 si stabilì che circa 400 ettari di terreno agricolo situati nella parte sud del confine tra Giordania e Israele (la zona di al-Ghumar) e un’area leggermente più grande chiamata al-Baqura, nei pressi della confluenza tra il fiume Yamurk e il fiume Giordano, sarebbero stati sottoposti al controllo di Israele per almeno 25 anni.

In quelle zone si applica unregime speciale”: la sovranità è giordana, ma la proprietà della terra è israeliana, e vige una specie di contratto d’affitto che si rinnova automaticamente nell’ottobre del 2019, salvo preavviso di 12 mesi. Il re Abdullah II ha espresso la volontà di restituire i territori di al Ghumar e al-Baqura ai giordani, che stanno attraversando un’importante crisi economica (la disoccupazione sfiora il 20%) e il cui consenso propende senza dubbio verso la decisione del loro sovrano.

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L’assedio della Striscia di Gaza Proseguono le proteste dei Palestinesi contro l'assedio israeliano, mentre il numero delle vittime di questo conflitto continua ad aumentare

Bastano quattro lettere per ricordarci che, in una parte del mondo, esiste una guerra che dura da ormai troppo tempo: Gaza.

La situazione è tale che non basterebbe un libro intero per riuscire a descrivere tutti i conflitti che si sono susseguiti e le conseguenze che hanno portato alla morte di numerose persone.

Eppure, bisogna parlarne.

La Striscia di Gaza non è riconosciuta, ad oggi, come uno stato sovrano, ma fa parte dei Territori Palestinesi, guidati dal 2006 dal governo di Hamas. Nonostante ciò, lo stato di Israele ha mantenuto il controllo delle frontiere, dello spazio aereo e delle acque territoriali, cosa che rese possibile il cosiddetto “blocco della Striscia di Gaza” del 2007, imposto da Israele ed Egitto (che lo revocò nel 2010) dopo la vittoria di Hamas.

In sostanza, sin dal momento in cui si è arrivati ad una parvenza di indipendenza, tra i Territori della Striscia e Israele, gli scontri e le proteste non hanno mai avuto fine.

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