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Il New Deal dei consumatori La Commissione Europea propone l’introduzione di uno strumento di ricorso collettivo davanti alla Corte di Giustizia dell’UE per tutelare gli interessi dei consumatori europei

L’art. 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea statuisce che ogni individuo i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’UE siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice, il quale, in base alle indicazioni dell’articolo, deve essere indipendente e imparziale.

L’accesso alla Corte di Giustizia dell’UE oggi è possibile tramite il procedimento del rinvio pregiudiziale, ovvero il caso in cui il giudice nazionale trasmetta una questione al giudice europeo circa l’interpretazione o la validità delle disposizioni di diritto dell’Unione, oppure attraverso il ricorso diretto, con il quale i cittadini chiedono alla Corte di verificare la legittimità degli atti adottati dalle istituzioni, denunciano la mancata adozione di un atto da parte degli Stati membri oppure invocano pretese risarcitorie conseguenti a danni patiti in ragione della responsabilità civile delle istituzioni. In base all’art. 263, par. 4, TFUE, la persona fisica o giuridica che ricorre alla Corte europea deve necessariamente avere un interesse individuale e diretto nei confronti degli atti di cui si chiede la verifica. Continua a leggere

Big Data, Internet of Things e GDPR Un ponte fra tutele individuali e interesse pubblico nella società digitale?

Alessandro Pansa, direttore generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza del governo italiano, ha chiamato il ‘dato’, “con la sua disponibilità e fruibilità, sovrano in divenire del nostro tempo e del nostro spazio”. Dietro a questa suggestiva metafora,  c’è l’universo fiorente del digitale, in cui è sempre più evidente l’importanza dell’analisi di enormi moli di informazioni, acquisite attraverso ogni dispositivo o piattaforma online, che avviene attraverso sistemi di intelligenza artificiale a questo preposti, come il deep learning. La diffusione di applicazioni che hanno modificato radicalmente tante nostre abitudini ci ha proiettato in quella che viene definita da Pansa “la quarta dimensione”, che solo ultimamente ha trovato riconoscimento e recepimento nell’ordinamento giuridico. Continua a leggere

L’universalità dei diritti fondamentali La Corte EDU alla prova del caso Provenzano c. Italia

Il 25 ottobre scorso, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nel caso Provenzano c. Italia (n. 55080/13). A seguito della pubblicazione della sentenza, un coro nutrito e piuttosto curioso di contestatori si è levato contro i giudici di Strasburgo. Sorprende, in tutto ciò, la titanica quantità di commentatori che hanno sentenziato sui poteri della Corte europea, sulla “accettabilità” della sua giurisdizione e finanche sull’utilità o meno della stessa. Lascia, oltremodo, stupiti che alcune di queste voci provenissero da grandi testate giornalistiche e da altissimi funzionari pubblici, di vario colore politico, alcuni dei quali sono addirittura incappati in clamorose gaffe, ultima delle quali il confondere la Corte di Strasburgo con un organo dell’Unione europea.

Ciò che più incuriosisce è la tesi di coloro che ritengono inaccettabile che si sia condannato uno Stato per la violazione dei diritti umani di un noto mafioso. Il ricorso in parola era stato presentato nel 2013 per lamentata violazione dell’articolo 3 Conv., in relazione al regime di “carcere duro” cui era stato sottoposto il ricorrente fino al momento della sua morte. Reiterando la centralità e l’inderogabilità della disposizione di cui all’articolo 3 Conv., la Corte ha ribadito che è compito dello Stato assicurare una condizione di detenzione che sia compatibile con il rispetto della dignità umana e con le condizioni di salute dell’interessato. In tal senso, quelle del noto boss risultavano particolarmente precarie: lo stesso soffriva di morbo di Parkinson, di particolari encefalopatie e di epatite C, tutte corredate da un quadro clinico piuttosto instabile che lo aveva progressivamente allettato e costretto ad alimentazione artificiale, tramite sonda gastrica. Si certificava, inoltre, che la capacità locutoria del soggetto si era deteriorata sino a dar luogo a espressioni verbali ormai incoerenti e incomprensibili. Continua a leggere

La Corea del Nord resta al centro della scena Due passi avanti e uno indietro: tra Washington e Pyongyang una sfida infinita

Per lungo tempo l’ordinamento internazionale non ha vietato l’arma nucleare, ma con il Trattato del 1970 ha cercato di impedirne la proliferazione con scarso successo. Solo il7 luglio del 2017 è stato adottato, dalla conferenza ONU insieme all’Assemblea generale, unTrattato ​il cui ​obiettivo è ​il bando totale delle armi nucleari.

Tale Accordo ha visto un’accoglienza “tiepida” e un’opposizione troppo ingombrante: è stato firmato da 53 Stati e ​ratificato da 3​, i quali (Guyana, Santa Sede e Thailandia), non sono particolarmente rappresentativi del mondo che gravita intorno alle armi nucleari. Brillano per la loro ​assenza gli Stati più importanti, infatti, l’opposizione al Trattato capitanata dagli ​Stati Uniti include Russia, Regno Unito e Francia, quattro delle maggiori potenze nucleari, che sono anche membri permanenti al Consiglio di Sicurezza. Gli altri dissidenti sono stati Israele, Australia, Giappone, e Corea del Sud. ​Ergo i Trattati non ratificati non saranno applicati a dette potenze. ​Nonostante ciò, ​al Trattato è affidata la speranza di un nuovo impulso al disarmo nucleare. Speranza chevediamo affievolirsi dentro ad uno scenario poco confortante. Assistiamo a continui missili balistici lanciati dalla Corea del Nord, per cui sono state votate all’unanimità diverse risoluzioni Onu. Continua a leggere

La privacy digitale Dal diritto a essere lasciati soli alla protezione dei dati personali

Oggigiorno, le tematiche relative alla privacy e alla protezione dei dati personali sono sempre più ridondanti. Spesso però, si tende a confondere i due concetti, facendo riferimento a essi in maniera indistinta. Nonostante esistano delle necessarie aree di sovrapposizione tra i due, è bene precisare che tra il diritto alla privacy e il diritto alla protezione dei dati personali esistono delle differenze sostanziali.

Quando si parla di tutela della privacy ci si riferisce al rispetto della vita privata, ovvero garantire uno spazio di riservatezza per tutelare in qualche maniera l’opacità della persona, nel senso anche di tutela degli spazi fisici privati e individuali; nel gergo americano si fa riferimento al “Right to be let alone”, in altre parole, il diritto a essere lasciati soli.

Quando si parla di protezione dei dati personali si persegue piuttosto la trasparenza con cui i dati vengono raccolti, trattati e utilizzati. In particolare, la tutela dei dati personali come istituto giuridico si è affermato soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale in ambito europeo, quasi a essere una fonte di riscatto dall’esperienza totalitaria in cui vi era una pretesa estrema di raccogliere copiose informazioni di ogni genere sui cittadini, per essere utilizzate in maniera spropositata e illegittima. Continua a leggere

Protocollo n.16 CEDU: dopo l’entrata in vigore, la sua prima applicazione La Francia è il primo paese ad utilizzarlo: sortirà gli effetti sperati?

Benché ultima nel ratificarlo, prima ad applicarlo.

Sembrerà ironico, ma è proprio la Francia ad attivare per la prima volta il Protocollo n. 16 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Tale Protocollo, infatti, dopo aver raggiunto la decima ratifica, è entrato in vigore dal 1° agosto 2018 e permette, su richiesta degli Stati membri, di richiedere un parere consultivo direttamente alla Grande Camera della Corte EDU. Possibilità, quest’ultima, di primaria rilevanza in quanto avvicina la Corte EDU al rinvio pregiudiziale previsto dal sistema della Corte di Giustizia dell’UE (art. 267 TFUE) e ne indicherebbe, inoltre, una forma di “costituzionalizzazione” in nuce. Continua a leggere

Dwayne Johnson c. Monsanto Per la prima volta si sostiene in tribunale il legame tra l’erbicida glifosato e il cancro

In data 11 agosto 2018, la multinazionale di biotecnologie agrarie Monsanto è stata condannata al pagamento di un risarcimento di 289 milioni di dollari a favore di un singolo individuo. Secondo il giudice di San Francisco che ha pronunciato la sentenza, la multinazionale sarebbe infatti colpevole per non aver adeguatamente informato i consumatori dei rischi alla salute connessi con l’utilizzo del proprio prodotto.

In particolare, il ricorrente, Dwayne Johnson, aveva ricoperto per alcuni anni il ruolo di custode di istituti scolastici nella zona di San Francisco, venendo ripetutamente a contatto con l’erbicida incriminato, nell’esercizio delle proprie mansioni. I primi sintomi di una malattia si sono manifestati, per il sig. Johnson nel 2014, all’età di 42 anni. Poco dopo, gli è stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. In seguito alla diagnosi, il sig. Johnson ha intentato la causa contro la ditta Monsanto, che ha sede a St. Louis, in Missouri, la quale ha rigettato le accuse e ha già annunciato di voler ricorrere in appello. Continua a leggere

Accesso al mare: fra sviluppo sostenibile e diritti umani Il caso Bolivia c. Cile deciso dalla Corte internazionale di giustizia: un’occasione persa?

Il primo ottobre scorso la Corte internazionale di giustizia (di seguito CIG) ha prodotto un’importante pronuncia sul caso Bolivia c. Cile. L’antichissima questione atteneva all’impossibilità, da parte della Bolivia, di avere un accesso costiero all’Oceano Pacifico (si consideri, a tal proposito, che unitamente al Paraguay, la Bolivia è l’unico Stato dell’America del Sud a non avere alcuno sbocco sul mare).

La controversia, radicata nel 2013 dinanzi la Corte dell’Aia, vedeva la Bolivia affermare che: “Chile has the obligation to negotiate with Bolivia in order to reach agreement granting Bolivia a fully sovereign access to the Pacific Ocean” (Sentenza CIG, §13). Si ricordi chela Bolivia al momento dell’indipendenza dalla Spagna, nel 1825, vantava circa 400 km di coste sull’Oceano, poi perdute durante molteplici conflitti con gli Stati confinanti (prevalentemente Perù e Cile). A partire dagli inizi del passato secolo, la Bolivia avanzava richieste di restituzione e lamentava una condizione, a suo dire, ingiusta e dannosa.

Gli esiti delle trattative si sono, però, sempre rivelati totalmente fallimentari. Continua a leggere

Il Parlamento europeo approva la procedura contro l’Ungheria Per la prima volta nella storia dell’Unione, il Parlamento europeo ha votato l’attivazione della procedura prevista dall’art. 7 TUE

Il 12 settembre scorso è stato certamente un giorno delicato a Strasburgo. Oltre all’annuale discorso sullo State of the Union tenuto dal presidente della Commissione Juncker e al voto in merito alla direttiva sul copyright, il Parlamento Europeo ha affrontato la votazione circa l’attivazione della procedura dell’art. 7 TUE nei confronti del governo ungherese di Orbán.

Il Parlamento, votando a favore della risoluzione, ha inteso mettere in luce le decisioni antidemocratiche assunte dal governo ungherese e l’evidente rischio che il Paese stia superando la sottile linea esistente tra un governo democratico e un regime autoritario.

L’art. 7 TUE prevede che, su proposta di 1/3 degli Stati membri, del Parlamento Europeo (come in questo caso) o della Commissione, il Consiglio, previa approvazione del Parlamento, possa, a maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri, constatare l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro di uno dei valori dell’UE elencati all’art. 2 TUE (rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani). Continua a leggere

Più internet per tutti? Il diritto di accesso a internet viene prima dei problemi di copyright

Lo scorso 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la proposta di una nuova Direttiva europea sul diritto d’autore, volta a tutelare i creatori di contenuti sul web. Tuttavia, il principale scetticismo sorto attorno alla Direttiva deriva dal timore che questa possa minacciare lo sviluppo di Internet mediante un controllo preventivo sul principale strumento di comunicazione del ventunesimo secolo, con tassazioni elevate sugli utenti e attraverso forti limitazioni alla circolazione delle informazioni online. I punti di maggior attrito riguardano l’Art.11, che impone alle piattaforme digitali di pagare per poter pubblicare dei link ai loro contenuti e l’Art.13, che crea loro un obbligo di filtrare tutti quei post che violano il diritto d’autore.

Con la Direttiva, l’Unione europea ha fatto emergere la necessità di consentire una maggiore tutela alle opere dell’ingegno sul web, conscia del fatto che lo sviluppo delle nuove tecnologie ha comportato l’infinita duplicazione in copie di ogni tipo di opera creativa e la trasmissione delle stesse senza limiti spazio temporali, indebolendo i diritti di proprietà intellettuale come il diritto di riproduzione, il diritto di comunicazione al pubblico e il diritto di distribuzione. Continua a leggere