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Una nuova guerra di dazi Kosovo e Serbia di nuovo ai ferri corti dopo l’imposizione di dazi da parte di Pristina

Le relazioni tra Serbia e Kosovo vivono un momento di forte difficoltà.

Il 21 novembre scorso il governo kosovaro di Ramush Haradinaj ha alzato i dazi doganali dal 10% al 100% su tutti i prodotti provenienti dalla Serbia e dalla Bosnia-Erzegovina.

Questa decisione arriva in risposta all’esito negativo della votazione per l’ammissione del Kosovo nell’Interpol, l’organizzazione internazionale dedita al contrasto del crimine internazionale. Il rigetto della candidatura kosovara è stato percepito come una vittoria della Serbia, che molto si era spesa in questo senso.

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La Russia ha discriminato la comunità LGBT Una sentenza della CEDU mette in luce le discriminazioni russe

Martedì scorso 27 novembre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) si è espressa su un caso che vedeva opposti 7 attivisti LGBT russi e il Cremlino. La Corte ha stabilito che tra il 2009 e il 2014 Mosca ha discriminato la comunità LGBT non concedendole il permesso di svolgere manifestazioni pubbliche. Ciò avrebbe violato gli articoli 11, 13 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, i quali tutelano il diritto alla libertà di riunione, a un ricorso effettivo e al divieto di discriminazione. Continua a leggere

Le autoproclamate repubbliche popolari al voto Le elezioni nel Donbass riaccendono le polemiche e le tensioni

Si sono svolte sotto un’occupazione, dove non c’è libertà di espressione, né libertà di movimento nè di fare campagna elettorale, e in generale nessuna libertà di scelta per le persone nell’eleggere i candidati”. Kurt Volker, inviato speciale statunitense per l’Ucraina, ha così commentato le elezioni, svoltesi domenica 11 novembre, dei leader e dei membri delle assemblee parlamentari delle autoproclamate “Repubbliche popolari” di Donetsk e Lugansk.

Il risultato ha rispettato le attese. Sono stati confermati, infatti, Leonid Pasechnik col 68% dei voti a Lugansk, e Denis Pushilin col 61% dei voti a Donetsk. Quest’ultimo era succeduto nell’agosto scorso a Aleksandr Zakharchenko, leader separatista morto a causa di un’esplosione nella capitale del Donbass. Continua a leggere

Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

ALBANIA

28 ottobre. Un cittadino greco-albanese è stato ucciso dalle forze di polizia locali nel villaggio greco di Bularat, nell’Albania meridionale. Il 35enne Kostantinos Kacifa avrebbe sparato, durante la festa greca del “Giorno del No”, contro una pattuglia di polizia, che avrebbe cercato di arrestarlo e che, dopo una sparatoria, lo avrebbe ucciso. Ignote le motivazioni del gesto. “Chiederemo un chiarimento alle autorità albanesi”, ha detto il Ministro degli Esteri greco. Due episodi di violenza, presumibilmente collegati con la vicenda, sono stati registrati in Grecia successivamente.

ARMENIA

29 ottobre. Il Parlamento ha rigettato, per la seconda volta, una proposta di modifica del Codice elettorale presentata dal governo di Pashinian. La proposta prevede un cambiamento nel meccanismo di distrubuzione dei seggi dell’aula. Pashinian, diventato Primo Ministro lo scorso maggio in seguito a forti proteste di piazza, si è dimesso lo scorso 16 ottobre. In caso di mancata formazione di un nuovo governo entro 2 settimane dalle sue dimissioni, si andrà, come vuole Pashinian, a elezioni anticipate a dicembre.  

31 ottobre. Il Parlamento armeno ha approvato in prima lettura un’amnistia presentata dal governo in occasione del 100° anniversario della Prima Repubblica Armena e il 2800° anniversario della fondazione della capitale Yerevan. L’amnistia dovrebbe coinvolgere 6500 persone, tra le quali 660 detenuti che dovrebbero essere rilasciati.

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Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

AZERBAIGIAN

23 ottobre. Il presidente azero Ilham Aliyev e il suo omologo turco Erdoğan hanno messo in funzione, durante una sobria cerimonia, la raffineria STAR, la prima realizzata dall’Azerbaigian in Turchia. Costruita ad Aliağa, sulle coste turche dell’Egeo, l’opera è costata 6,3 miliardi di dollari e rappresenta il più grande investimento estero nel Paese mediterraneo. “Con questa raffineria, noi abbiamo ulteriormente rafforzato la dimensione strategica delle nostre relazioni fraterne con l’Azerbaigian” ha dichiarato Erdogan. Continua a leggere

Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

ARMENIA

2 ottobre. Decine di migliaia di persone si sono radunate di fronte al Parlamento per protestare contro l’adozione di un progetto di legge che renderebbe più difficile, per il primo ministro Nikol Pashinian, sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. La proposta è stata adottata con il supporto non solo dell’opposizione, ma anche di partiti dell’alleanza di governo. Pashinian, salito al potere dopo le lunghe proteste, della scorsa primavera, contro il suo predecessore, aveva manifestato l’intensione si indire nuove elezioni nella prima metà di dicembre.

BOSNIA ERZEGOVINA

30 settembre. Il presidente russo Vladimir Putin e il leader serbo-bosniaco della Repubblica Srpska, Milorad Dodik, si sono incontrati a margine del Gran Premio di Formula 1 di Sochi. Dodik, conosciuto per le sue posizioni filo-russe, è uno dei candidati per un posto nella presidenza a tre membri dello Stato balcanico alle elezioni del 7 ottobre. Putin ha augurato la vittoria al leader serbo-bosniaco. “Penso che ci sia una severa e inutile narrazione su un presunto effetto malefico della Russia nel nostro Paese e nella regione”, ha detto Dodik.

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Tra elezioni e riforma Proteste per la riforma pensionistica scuotono le amministrative in Russia

Il 9 settembre scorso si è tenuta in Russia una tornata di elezioni amministrative.

Il voto ha riguardato 80 soggetti federali, tra cui 16 consigli regionali e diverse municipalità. Mosca ha visto la riconferma a sindaco di Sergei Sobjanin, spalla di Putin nella capitale dal 2010. Nonostante un’affluenza del 30,3%, in calo rispetto a cinque anni fa, Sobjanin si è imposto con circa il 70% dei voti.

Più in generale, i risultati hanno visto nella quasi totalità dei casi una vittoria di Russia Unita, il partito al governo che ha sostenuto Putin alle presidenziali di marzo. Ma questa vittoria appare più fragile che in passato: sulle 21 elezioni a governatore, in 4 di esse Russia Unita è stata costretta al ballottaggio, mentre il Partito comunista si è rafforzato, vedendo aumentare il proprio gruppo di rappresentanti in particolare all’interno dei consigli regionali.

Un caso particolare si è riscontrato nella regione di Primorye, dove si è tenuto, il 16 settembre, il ballottaggio tra il candidato comunista e quello appoggiato dal Cremlino. Il 19 settembre, il capo della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova ha consigliato alle autorità regionali di invalidare il voto a causa di “serie violazioni” che hanno scioccato la stessa Commissione. Se il ballottaggio, che ha visto vincente il candidato filo-governativo, dovesse essere annullato e ripetuto, sarebbe la prima volta dal 1996.

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Una repubblica senza più capo L'uccisione di un leader separatista filo-russo si inserisce nel quadro delle tensioni della guerra in Ucraina

Il 31 agosto scorso, a Donetsk, capoluogo della regione separatista filo-russa del Donbass, è stato ucciso Alexander Zakharchenko. Il quarantaduenne capo dell’autoproclamata “Repubblica Popolare di Donetsk”, ex-ingegnere minerario, si trovava in un bar quando una bomba è esplosa, uccidendo lui e una guardia del corpo e ferendo altri presenti.

Zakharchenko, che guidava la RDP dal 2014, è l’ultimo di una serie di leader filo-russi morti in circostanze violente o poco chiare. Negli ultimi tre anni circa una dozzina di combattenti di alto rango sono stati uccisi, mentre altri sono morti in seguito a malattie improvvise.

La morte di Zakharchenko ha innescato una spirale di accuse reciproche tra Russia e Ucraina. Secondo il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, si è trattato di “una provocazione dell’Ucraina per ostacolare l’implementazione degli accordi di Minsk”. Il presidente russo Vladimir Putin, nell’esprimere le proprie condoglianze alla famiglia, ha parlato di “vile assassinio”. Le autorità separatiste hanno annunciato di aver fermato gli “operativi ucraini” autori dell’attacco.

Kiev ha però respinto ogni accusa: i motivi, a suo dire, andrebbero ricercati negli scontri di potere tra i signori della guerra filo-russi oppure nelle scelte del Cremlino, che attraverso i suoi agenti si sarebbe sbarazzato del leader separatista caduto ormai fuori dalle grazie di Mosca.

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Calma piatta sul Mar Caspio Un accordo tra i cinque Stati costieri sembra porre fine alla controversia sul suo status giuridico

Il 22 giugno scorso il governo russo ha approvato una bozza di convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, invitando il presidente russo Putin a firmarlo. Il testo, frutto dell’accordo tra i cinque Stati costieri Iran, Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan e, appunto, Russia, porrebbe fine a una controversia sorta al momento della disgregazione dell’Unione Sovietica. L’accordo dovrà essere firmato durante il prossimo summit tra i 5 Paesi, che si terrà agli inizi di agosto in Kazakistan.

La disputa sullo status del Mar Caspio comincia quando i Paesi successori dell’URSS non riconoscono come vincolanti gli accordi sovietici relativi alla delimitazione dei settori marittimi. Nel 1994, l’Azerbaigian fa esplodere la questione, mettendo in dubbio l’applicazione del diritto marittimo al bacino salato, definendolo come lago. La questione, per quanto complessa, è importante per l’attribuzione delle acque e dei giacimenti di idrocarburi a ciascuno Stato.

Se il Mar Caspio venisse considerato come un lago, i 5 Stati dovrebbero spartirsi in maniera equa le acque e le risorse naturali; se, invece, fosse definito come mare, a ciascun Paese spetterebbe una sezione proporzionale alla lunghezza delle proprie coste. Quest’ultimo approccio, usato dagli Stati ex-sovietici per concludere accordi bilaterali tra di loro, sfavorirebbe l’Iran, a cui toccherebbe il 13% delle acque, e favorirebbe il Kazakistan, a cui ne spetterebbe il 30%.

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Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

BIELORUSSIA

22 maggio. La Bielorussia ha nominato un nuovo ambasciatore in Svezia. La decisione arriva dopo 6 anni di interruzione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Nel 2012, Minsk aveva richiamato il proprio ambasciatore ed espulso quello svedese dopo che un’azienda svedese aveva lanciato, sull’ex-repubblica sovietica, degli orsacchiotti di peluche recanti dei messaggi per il rispetto dei diritti umani nel Paese.

MACEDONIA

19 maggio. Il primo ministro macedone, Zoran Zaev, ha annunciato di aver trovato un accordo con la Grecia relativo ad un nuovo nome per il proprio Paese, ponendo, così, fine a quella lunga disputa sorta tra i due Stati al momento dell’indipendenza macedone. La soluzione di compromesso sarebbe Repubblica della Macedonia Ilindenska.

Cauta la reazione del primo ministro greco Tsipras: i due Paesi sono più vicini che mai a una soluzione, non dobbiamo perdere questa storica opportunità, né fare mosse maldestre”.

MONTENEGRO

20 maggio. In seguito alla vittoria alle elezioni presidenziali del 15 marzo, Milo Djukanovic si è insediato come presidente della Repubblica: “il futuro del Montenegro sarà stabile e promettente fintantoché sarà basato su un ampio spettro di capacità economiche”. Djukanovic, accusato dalle opposizioni di favorire la corruzione e il clientelismo, occuperà la carica che aveva avuto tra il 1998 e il 2002.

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