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Odissea Brexit Oltremanica, il dibattito sulla Brexit si prepara a ulteriori sviluppi

Ancora cambio di rotta sulla Brexit. Almeno stando a quanto accaduto alla Camera dei Comuni nei giorni scorsi, quando è stato approvato un emendamento che rappresenta una nuova spallata al governo conservatore. Il testo, promosso dal dissidente tory Dominic Grieve con il sostegno dell’opposizione laburista, prevede che, in caso di bocciatura dell’intesa presentata dalla premier Theresa May, l’accordo con l’UE passi nelle mani del Parlamento, attribuendogli potere di veto su qualunque opzione successiva.

Queste opzioni, in realtà, si aprirebbero in caso di bocciatura l’11 dicembre prossimo, data in cui il Parlamento di Westminster dovrà pronunciarsi sulla bontà dell’accordo siglato dalla premier britannica con l’Unione Europea, accordo che finora pare scontentare tutti, da destra a sinistra. Ma, più di tutti, un alleato chiave, il Partito Unionista Irlandese, il DUP, indispensabile al governo per avere una maggioranza. Continua a leggere

Suicidio europeo L’UE boccia la manovra e sanziona l’Italia

Tanto tuonò che piovve. Il 21 novembre la Commissione Europea ha bocciato la ‘manovra del popolo’. Decisione ampiamente prevista da tutti i commentatori politici, ma non per questo meno straordinaria.

Innanzitutto, bisogna capire perché tutti i commentatori avevano ampiamente previsto la bocciatura e poi occorre chiarire gli effetti economici ed extraeconomici di questa bocciatura. La Commissione ha giustificato l’applicazione della misura, per la prima volta nella storia dell’UE, in ragione di “una deviazione particolarmente grave dagli impegni presi dal governo precedente”, a cui invece era stata concessa flessibilità sui numeri di deficit e debito. Continua a leggere

The sanction game Gli Stati Uniti impongono le sanzioni, i loro alleati prendono le distanze

E alla fine arrivano le sanzioni.  Il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha salutato l’entrata in vigore delle nuove sanzioni all’Iran come “le più dure di sempre”. Pompeo ha, inoltre, spiegato che con il nuovo round di sanzioni il governo iraniano “non avrà più alcun introito da spendere in terrorismo, proliferazione missilistica, guerre per procura regionali, o programmi nucleari”.

Queste affermazioni rispecchiano appieno il sistema di alleanze mediorientali di Washington che, dopo aver ampiamente fallito il proprio piano di ‘ristrutturazione politica’ in Siria, ha sperimentato una serie di insuccessi nell’area, a vantaggio dell’alleanza russo-iraniana. Queste sanzioni dunque hanno come obiettivo sia quello, ormai passato, di spronare l’elettorato Repubblicano conservatore e anti-iraniano per le elezioni di midterm, sia di concedere ulteriore vantaggio agli ultimi due solidi alleati nella regione, ovvero Israele e l’Arabia Saudita.

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La manovra del popolo II La finale di Bruxelles

Più passano i giorni che separano il giudizio della Ue e delle istituzioni finanziarie globali dall’approvazione della Manovra del Popolo, più il solco tra il Governo Gialloverde e la Commissione Europea si fa profondo.

Dopo i dissidi tra i vicepremier Salvini e Di Maio con i commissari Moscovici e Junker, è stata la volta di Oettinger, il quale ha anticipato che “probabilmente la Commissione respingerà il Def italiano”.

La questione è abbastanza lineare per la Commissione Bilancio: se l’Italia sfora l’obiettivo della riduzione del debito pubblico, allora anche gli altri paesi dell’Eurozona si sentirebbero autorizzati a fare lo stesso.

L’argomentazione è la stessa usata a suo tempo quando si rinviarono gli aiuti alla Grecia, all’inizio della sua lunga crisi,  per evitare che altri Paesi Ue si permettessero comportamenti da “moral hazard”, sulla base di un sicuro salvataggio. Quali poi siano state le conseguenze di questo approccio le conosciamo fin troppo bene.

E dunque il rischio, anche questa volta, è quello di un meccanismo che, una volta innescato, provochi una serie di reazioni a catena che esulino dagli effetti di stabilizzazione auspicati, ottenendone il contrario.

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La manovra del popolo L’approvazione del DEF tra rilancio dei consumi e perplessità europee

A una settimana dal clamoroso annuncio della maggioranza di rompere con gli impegni presi dal governo precedente di mantenere un deficit al 1,6% del PIL per il 2018, portandolo a 2,4%, numerose sono le questioni da analizzare, sia per il contenuto della ‘Manovra del Popolo’, sia per gli scenari extra-economici, e squisitamente politici, che tali provvedimenti nazionali disegnano per tutta la UE.

Anzitutto, cosa prevede il Documento di Economia e Finanza (DEF)? Molto ambiziose e dirompenti sono le principali misure previste nella manovra. Analizziamole con ordine. Il ‘reddito di cittadinanza’ si qualifica come sussidio per chi versa in stato di estrema indigenza, da finanziarsi con 10 miliardi di euro all’anno. Il governo si aspetta così una crescita dei consumi e, unitamente alla riforma dei centri per l’impiego, si attende un aumento del turn-over lavorativo, se non una diminuzione stessa della disoccupazione.

La ‘quota 100’ è una misura che permette di diminuire nei fatti l’età pensionabile prevista dalla Legge Fornero (100 = età + anni di contributi). L’obiettivo è aumentare i posti di lavoro disponibili sul mercato, favorendo così l’occupazione. È previsto anche un aumento delle pensioni minime da 450 a 780 euro mensili. Anche questa è una manovra che aumenterebbe i consumi. Continua a leggere

Il pane amaro di Parigi Italia e Francia ai ferri corti per la Libia, ma il tempo gioca in favore di Parigi

Ancora una volta si riaccende l’eterna rivalità tra Roma e Parigi per l’oro nero di Tripoli.  In realtà, non si è mai spenta dall’inizio dell’operazione di regime changeOdissey Dawn’ della NATO, fortissimamente voluta dalla Francia nel 2011. A distanza di sette anni da quello sciagurato intervento militare, la Libia resta un Paese in rovina, diviso e con scarse prospettive di rinascita, sulle cui spoglie si gioca una partita energetica fondamentale per il nostro futuro.

Come ormai noto, sulla ‘Quarta Sponda’, si intrecciano partite locali, cioè tra governi contrapposti Ovest-Est, regionali, tra Italia e Francia, e globali, tra Stati Uniti e Russia. Gli schieramenti sono sufficientemente chiari: Tripolitania, alleata di Italia, Qatar e Stati Uniti (con legittimo mandato ONU conferito al premier Fayez al-Sarraj) contro Cirenaica, alleata di Francia, Egitto, Arabia Sudita e Russia.

Il Paese è letteralmente spaccato a metà e da più di sei anni. Nessuno ha prevalso sull’altro, in assenza di forze sufficienti ed equipaggiamento militare (ndr, in Libia vige un embargo internazionale sulle armi). L’unica ragione per cui Paese è ancora formalmente unito è la National Oil Company (NOC). La compagnia petrolifera di bandiera contribuisce per il 60% del PIL, per l’80% delle esportazioni ed eroga, tramite la Banca Centrale Libica, stipendi a tutti i funzionari pubblici (comprese le forze di sicurezza) della nazione, sia di Tripoli sia di Tobruk (‘capitale’ della Cirenaica).

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Fronte russo-tedesco Incontro ai vertici a Mesemberg, inizia il disgelo tra UE e Russia?

Il 18 agosto si è tenuto un vertice russo-tedesco di grande valore politico, ma scarsamente pubblicizzato.

Le ragioni sono numerose, prima fra tutte il peggioramento dei rapporti Stati Uniti-UE e in particolare quelli tra USA e Germania. Non è infatti un mistero che la Germania e la Cina siano i nemici dichiarati dell’amministrazione Trump in ambito commerciale, dal momento che quest’ultima sta cercando di ridare slancio alla propria economia reale, attualmente penalizzata dalla concorrenza asiatica ed europea – specie nell’industria pesante, siderurgica e automobilistica – attraverso una politica protezionistica. Infatti, negli ultimi mesi sono stati annunciati ulteriori dazi contro le esportazioni europee e cinesi, manovra particolarmente invisa a tutto l’establishment europeo, Germania in testa.

Sul tavolo dei nodi irrisolti anche le minacciate sanzioni statunitensi all’Iran, col pretesto della loro partecipazione alla guerra in Siria come alleato dei russi. Anche in questo caso, l’UE si ritrova compatta, in particolare con la Francia fermamente contraria a embarghi commerciali, molto penalizzanti per la propria industria chimica, meccanica ed energetica.

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La caduta della casa degli Hashem La Giordania rischia il disastro sociale a causa dei suoi vicini aggressivi e miopi

Il regno Hashemita, meglio conosciuto come Giordania, non gode di buona salute. Anzi. Nelle ultime settimane, la capitale Amman e numerose altre grandi città del Paese, sono state teatro di massicce proteste legate principalmente alla difficile situazione economica che sta attraversando il solitamente tranquillo regno.

Tale serenità era stata ottenuta grazie a un mix di politiche astute. La Giordania non poassiede idrocarburi e altre risorse energetiche come i suoi vicini, ma ciononostante ha sostenuto una politica economica speculare a costoro: altissimo impiego nel settore pubblico, salari generosi e sussidi sociali su energia, trasporti e carburanti. Inoltre, grazie al turismo legato ai molti siti archeologici, naturalistici e di comfort, si è garantita un flusso di valute straniere pregiate, che compensavano le misure espansive della pubblica amministrazione. Continua a leggere

Tango argentino Tempesta finanziaria sull’Argentina, Macri riporta il Paese al 2001

L’Argentina torna al centro delle attenzioni internazionali, riportando le lancette al default di inizio millennio.

Nelle ultime settimane si sono susseguiti ben tre rialzi dei tassi di interesse sui bond a breve scadenza. La Banca Centrale dell’Argentina nel giro di una settimana, ha portato i tassi di interesse dal 27,25% al 40%, con un’iniezione di liquidità che ha già superato i 5 miliardi di dollari.

Tale manovra dovrebbe servire a rendere più appetibili i titoli di Stato di Buenos Aires rispetto ad altri titoli esteri considerati più sicuri, attraverso l’aumento del premio agli investitori. Non solo. L’aumento dei tassi di interesse avrebbe anche l’obiettivo di rialzare il valore del Peso, ormai in caduta libera da inizio anno: -17% – e solo giovedì crollato dell’8,5%, il peggior movimento dal dicembre 2015. Continua a leggere