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Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

BAHREIN

1 dicembre. Si è tenuto il secondo turno delle elezioni municipali e parlamentari per eleggere 31 membri del Consiglio dei Rappresentanti e 23 dei consigli municipali. Durante il primo turno, infatti, svoltosi il 24 novembre, erano stati eletti solo 9 parlamentari su 40 e 7 membri dei municipi su 30.

2 dicembre. Secondo i risultati, sarebbero state elette 6 donne, dato storico per il Paese. Continua a leggere

Salih in visita a Teheran Discussi gli accordi commerciali nonostante le sanzioni

Sabato 17 novembre il presidente iracheno Barham Salih si è recato per la prima volta in visita ufficiale in Iran, dove ha incontrato il suo omologo, il presidente Hassan Rouhani.

Durante l’incontro, i due leader avrebbero discusso principalmente di questioni economiche, soprattutto concernenti il commercio di energia elettrica e il petrolio, sino ad annunciare la creazione in futuro di un’area di libero scambio sul confine tra i due Paesi.

Inoltre, si sarebbe parlato di incrementare la cooperazione e favorire gli scambi commerciali, potenziando i collegamenti ferroviari. Continua a leggere

L’Olp sospende il riconoscimento dello Stato di Israele Israele ribatte: “Palestinesi non interessati alla pace”

Dopo una riunione durata 2 giorni, a causa della “continua rottura da parte di Israele degli accordi firmati”, il Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ha deciso di sospendere il riconoscimentodello Stato di Israele sino a quando quest’ultimo non riconoscerà lo Stato palestinese entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme est.

Inoltre, verranno cessati anche gli accordi sul coordinamento alla sicurezza e i “Protocolli economici di Parigi” del 1994.

Tali decisioni sono state approvate anche dal Comitato esecutivo dell’Olp e dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, a capo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): la conseguenza è l’annullamento de facto degli Accordi di Oslo del 1993 e del 1995, con i quali Israele riconosceva il diritto della Palestina a governare sui territori occupati, mentre l’Olp si impegnava a riconoscere Israele come Stato.

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Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

AFGHANISTAN

20 ottobre. Aperti i seggi per eleggere i rappresentanti della Camera bassa. Diversi attentati, di probabile matrice talebana, si sono verificati in tutto il Paese: nella sola città di Kabul si sono registrati circa 18 morti a causa di una bomba.  Elezioni posticipate di una settimana nella provincia di Kandahar per ragioni di sicurezza; completamente annullate, invece, nella provincia di Ghazni per le stesse ragioni.   Continua a leggere

“Gerusalemme non è in vendita” Abbas e Netanyahu parlano alle Nazioni Unite, ma manca il dialogo

Gerusalemme non è in vendita”: ha esordito così il presidente palestinese Mahmoud Abbas davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite giovedì 27 settembre scorso.

Nel corso dell’intervento, Abbas ha ribadito di volere la pace per Israele e la Palestina, ma ha anche sottolineato come questa sia attualmente impossibile a causa di diversi fattori, a partire dalla Nation-state law, che dichiara Israele come “patria del popolo ebraico” e che discriminerebbe le minoranze arabe presenti sul territorio. Continua a leggere

Idlib come Aleppo? Le forze filogovernative preparano l’attacco all’ultima roccaforte dei ribelli. Temuta crisi umanitaria

La campagna per riprendere Idlib sembra essere cominciata: l’aviazione russa ha infatti bombardato massicciamente la provincia della città, in particolare la parte occidentale, includendo alcuni civili fra le vittime. La campagna via terra potrebbe cominciare quindi nei prossimi giorni.

Ad oggi, il presidente Assad avrebbe già raccolto più di centomila uomini, mentre alcune navi russe sono state avvistate nel Mediterraneo. Lo scorso mercoledì 29 agosto, in una conferenza tenutasi a porte chiuse a Mosca, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, aveva affermato che una buona parte della Siria poteva dirsi libera dai “terroristi”, ossia i ribelli che si oppongono al regime di Damasco, ad eccezione proprio di Idlib, specificando che è un diritto di Assad “espellere i ribelli”.

Sulle stesse posizioni anche il ministro della Difesa iraniano Hatami, il quale ha espresso il suo appoggio all’offensiva durante un meeting con Assad.

L’importanza di questa offensiva risiederebbe prima di tutto nel fatto che la provincia di Idlib sarebbe l’ultima enclave ancora sotto il controllo dei ribelli dalla conquista della città nel 2015.

Al momento, le forze che controllano la città e dintorni appartengono al gruppo Hay’et Tahrir al-Sham e al Fronte Nazionale per la Liberazione, nato dall’alleanza tra vari gruppi ribelli, tra cui Ahrar al-Sham. Riconquistando Idlib, dunque, Assad riprenderebbe il controllo di quasi tutto il paese per la prima volta dallo scoppio della guerra civile nel 2011.

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Erdogan si riconferma al potere Ma ora quali sfide attendono la Turchia?

Domenica 24 giugno i turchi si sono recati alle urne per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e, contemporaneamente, rinnovare la composizione del Parlamento.

È stata la prima volta che il popolo turco ha votato dopo l’approvazione della riforma costituzionale voluta dallo stesso Erdogan e legittimata con il referendum dell’aprile 2017.

In breve, tale riforma ha previsto la trasformazione del sistema politico da parlamentare a presidenziale, permettendo la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del Presidente della Repubblica. Tuttavia, già nel corso degli anni, Erdogan aveva cercato di guadagnarsi un potere maggiore.

Recep Tayyip Erdogan ha vinto al primo turno conquistando il 52,5% dei voti, mentre il suo principale avversario, Muharrem Ince del Partito del Popolo dei Repubblicani (CHP) ha ottenuto il 30,6%.Si tratta di una vittoria non del tutto scontata, in quanto, nonostante il Presidente detenga un forte controllo sui media, le opposizioni hanno comunque condotto una campagna elettorale energica. I sondaggi facevano infatti supporre che si sarebbe dovuti andare al ballottaggio.

Per quanto concerne le elezioni parlamentari, il Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ha ottenuto sette punti percentuali in meno rispetto al 2015, riuscendo a conquistare la maggioranza assoluta solo grazie all’alleanza con il partito nazionalista MHP, rispettivamente ottenendo il 42,5% e l’11,1% dei voti.

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La Giordania scende in piazza Migliaia di manifestanti in piazza contro le riforme di austerity

Dalla fine del mese di maggio, in Giordania, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro le riforme di austerità in discussione in Parlamento, volute dal governo in accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Al quinto giorno di proteste, lunedì 4 giugno scorso, il primo ministro Hani Mulki ha rassegnato le proprie dimissioni al re Abdallah II, il quale ha immediatamente provveduto ad assegnare l’incarico di formare un nuovo governo a Omar Razzaz, attuale Ministro dell’Istruzione ed ex funzionario della Banca Mondiale. Ciononostante, le proteste non si sono fermate.

Diverse organizzazioni rappresentanti la società civile e i sindacati hanno partecipato alle contestazioni, dando quindi voce a categorie provenienti da diverse estrazioni sociali.  Secondo il quotidiano libanese L’Orient Le Jour, si tratterebbe delle contestazioni più importanti dopo i moti del 2011. Continua a leggere

L’Iraq al voto Vince la coalizione di Muqtada al-Sadr, grande sconfitta per Teheran e Washington

 

Sabato 12 maggio l’Iraq si è recato alle urne con il fine di rinnovare i 329 membri del Consiglio dei rappresentanti. Si è trattato delle prime elezioni dopo la completa liberazione dei territori prima occupati da Daesh, annunciata nel dicembre 2017.

In tutto si sono presentati 6.,990 candidati, iscritti in 87 liste divise in tre fronti diversi, quello sciita, che rappresenta la maggioranza, quello sunnita e quello curdo. L’affluenza alle urne, tuttavia, è risultata piuttosto bassa, intorno al 44,52%. Continua a leggere

Il venerdì degli pneumatici “La Grande marcia per il ritorno” continua nonostante le violenze

 

Il 6 aprile scorso, per il secondo venerdì consecutivo, migliaia di palestinesi si sono nuovamente recati al confine tra la Striscia di Gaza e Israele per protestare contro l’occupazione israeliana.

Il venerdì di proteste è stata ribattezzato dalla stampa internazionale “Il venerdì degli pneumatici”, poiché i palestinesi avrebbero bruciato pile di pneumatici per utilizzare il fumo come protezione contro i proiettili israeliani. Continua a leggere