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Russia e Ucraina allo stretto di Kerch Fra diritto marittimo e conflitti armati

Lo scorso 25 novembre, diversi pattugliatori della guardia costiera russa intercettavano e aprivano il fuoco su alcune imbarcazioni militari ucraine, all’ingresso del canale dello stretto di Kerch. L’esito dell’operazione vedeva due marinai ucraini feriti, le imbarcazioni sequestrate e gli equipaggi arrestati.

La condotta russa ha scatenato forti polemiche da parte di molti diversi Stati che hanno considerato illegittima detta azione. Il Governo di Mosca ha giustificato la propria posizione sostenendo che le navi militari russe avevano aperto il fuoco soltanto dopo aver rilevato la violazione degli articoli 19 e 21 UNCLOS (relativi al passaggio inoffensivo in acque territoriali) da parte delle imbarcazioni ucraine. Continua a leggere

Ricongiungimento familiare nell’UE Immigrazione e burocrazia: un connubio di difficile gestione

La riunificazione dei nuclei familiari nell’Unione Europea è regolata dalla Direttiva 2003/83, che stabilisce particolari condizioni per i rifugiati e i richiedenti asilo che intendono entrare nell’Unione a tale scopo. Le disposizioni della Direttiva ex art. 7(1) sono volutamente strutturate “a maglie più larghe” per i richiedenti asilo, al fine di permettere un agevole ricongiungimento anche qualora la documentazione, in possesso degli interessati, non sia completa o disponibile.

Nei casi che coinvolgono tematiche migratorie, il ricongiungimento familiare è subordinato (o quanto meno successivo) alla procedura di immigrazione stabilita da un dato Paese membro. La Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) ha recentemente pronunciato un’importante sentenza sul caso K. & B. (C-380/17), interrogandosi su quale debba essere la sorte della procedura di ricongiungimento di titolari di protezione internazionale, qualora la richiesta venga introdotta oltre il tempo-limite di tre mesi e imponga, quindi, il pieno rispetto delle condizioni di cui all’art. 7(1) Direttiva 2003/83. Continua a leggere

L’universalità dei diritti fondamentali La Corte EDU alla prova del caso Provenzano c. Italia

Il 25 ottobre scorso, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nel caso Provenzano c. Italia (n. 55080/13). A seguito della pubblicazione della sentenza, un coro nutrito e piuttosto curioso di contestatori si è levato contro i giudici di Strasburgo. Sorprende, in tutto ciò, la titanica quantità di commentatori che hanno sentenziato sui poteri della Corte europea, sulla “accettabilità” della sua giurisdizione e finanche sull’utilità o meno della stessa. Lascia, oltremodo, stupiti che alcune di queste voci provenissero da grandi testate giornalistiche e da altissimi funzionari pubblici, di vario colore politico, alcuni dei quali sono addirittura incappati in clamorose gaffe, ultima delle quali il confondere la Corte di Strasburgo con un organo dell’Unione europea.

Ciò che più incuriosisce è la tesi di coloro che ritengono inaccettabile che si sia condannato uno Stato per la violazione dei diritti umani di un noto mafioso. Il ricorso in parola era stato presentato nel 2013 per lamentata violazione dell’articolo 3 Conv., in relazione al regime di “carcere duro” cui era stato sottoposto il ricorrente fino al momento della sua morte. Reiterando la centralità e l’inderogabilità della disposizione di cui all’articolo 3 Conv., la Corte ha ribadito che è compito dello Stato assicurare una condizione di detenzione che sia compatibile con il rispetto della dignità umana e con le condizioni di salute dell’interessato. In tal senso, quelle del noto boss risultavano particolarmente precarie: lo stesso soffriva di morbo di Parkinson, di particolari encefalopatie e di epatite C, tutte corredate da un quadro clinico piuttosto instabile che lo aveva progressivamente allettato e costretto ad alimentazione artificiale, tramite sonda gastrica. Si certificava, inoltre, che la capacità locutoria del soggetto si era deteriorata sino a dar luogo a espressioni verbali ormai incoerenti e incomprensibili. Continua a leggere

Accesso al mare: fra sviluppo sostenibile e diritti umani Il caso Bolivia c. Cile deciso dalla Corte internazionale di giustizia: un’occasione persa?

Il primo ottobre scorso la Corte internazionale di giustizia (di seguito CIG) ha prodotto un’importante pronuncia sul caso Bolivia c. Cile. L’antichissima questione atteneva all’impossibilità, da parte della Bolivia, di avere un accesso costiero all’Oceano Pacifico (si consideri, a tal proposito, che unitamente al Paraguay, la Bolivia è l’unico Stato dell’America del Sud a non avere alcuno sbocco sul mare).

La controversia, radicata nel 2013 dinanzi la Corte dell’Aia, vedeva la Bolivia affermare che: “Chile has the obligation to negotiate with Bolivia in order to reach agreement granting Bolivia a fully sovereign access to the Pacific Ocean” (Sentenza CIG, §13). Si ricordi chela Bolivia al momento dell’indipendenza dalla Spagna, nel 1825, vantava circa 400 km di coste sull’Oceano, poi perdute durante molteplici conflitti con gli Stati confinanti (prevalentemente Perù e Cile). A partire dagli inizi del passato secolo, la Bolivia avanzava richieste di restituzione e lamentava una condizione, a suo dire, ingiusta e dannosa.

Gli esiti delle trattative si sono, però, sempre rivelati totalmente fallimentari. Continua a leggere

Ambiente, cambiamento climatico e migrazioni Il caso degli Internally Displacements

Il cambiamento climatico è una tematica complessa e di difficile gestione. Gli effetti di tale fenomeno sull’ambiente sono sotto gli occhi di tutti (o quasi) e le proiezioni per il futuro anche prossimo sono lungi dall’essere rincuoranti. La questione migratoria, d’altro lato, è stata particolarmente sentita sul piano politico e sociale, negli ultimi anni, in particolare in relazione alla c.d. “crisi migratoria” nel Mediterraneo. C’è, però, un fil rouge che lega questi due fenomeni e che rappresenta il prodotto dell’interazione (alquanto nefasta) tra di essi. È il caso delle migrazioni che hanno luogo proprio a causa di degli effetti del cambiamento climatico sull’ambiente. I principali protagonisti della vicenda sono coloro che vengono definiti internally displaced persons (o IDP).

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Diritti di proprietà e space law Tra azioni unilaterali e gestione condivisa: proposte per un nuovo dibattito

Fra i settori in ascesa del diritto internazionale figura, senza ombra di dubbio, quello c.d. Space Law. Per lungo tempo, la dottrina ha continuato a sostenere la tesi dell’analogia tra il diritto spaziale e altre branche del diritto internazionale pubblico (fra le quali il diritto del mare, il regime speciale dell’Antartide e quello dei fondali marini e oceanici). Una comparazione, questa, non scevra di perplessità e contestazioni, incapaci però di superare gli ostacoli derivanti dal sostanziale insuccesso dei primi trattati in materia, in particolare il c.d. Moon Agreemente l’Outer Space Treaty (di seguito OST). Suscettibile di essere percepita come una disciplina dalla lontana applicazione pratica, appannaggio forse di pochi “futuristi”, il diritto spaziale rappresenta, invece, secondo molti una frontiera non così distante nel tempo, meritevole di un’attenzione preventiva anche alla luce di alcune recenti azioni unilaterali.

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Clausole multistep e arbitrato internazionale Nuove proposte in materia di regime sanzionatorio

Negli ultimi anni si è assistito ad un incremento importante del ricorso a meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie, nei contratti internazionali di commercio. Fra le procedure di ADR (Alternative Dispute Resolution) preme ricordare il negoziato, la mediazione e l’arbitrato. È d’uopo ricordare che soltanto il lodo arbitrale è un titolo di giurisdizione idoneo a produrre effetti vincolanti sulle parti; gli altri meccanismi di risoluzione delle controversie mirano al raggiungimento di un accordo fra le parti, senza la capacità di imporre un decisione definitiva. Continua a leggere

Il principio di non discriminazione e le pratiche di ethnic profiling Quando il colore della pelle torna ad essere determinante

Chi dovesse ritenere che l’era della globalizzazione, delle frontiere aperte, della libera circolazione delle persone e delle grandi migrazioni abbia portato con sé, naturaliter, la definitiva accettazione dello straniero si troverebbe, forse, a ingannare sé stesso. La cronaca quotidiana mostra come la piena consapevolezza di vivere in una società che è –e che sarà sempre più– multiculturale e multietnica è ancora lontana da raggiungere. Continua a leggere

I civili nei conflitti armati contemporanei Quando la paura diventa un’arma

Le recenti notizie di cronaca che provengono dal medio e vicino Oriente propongono, nell’ultimo periodo, la costante immagine di una popolazione civile completamente annichilita, di fronte alle barbarie di molteplici conflitti che paiono essere inesauribili. Se da un lato, però, le fonti d’informazione concentrano la loro opera sui singoli attacchi perpetrati contro i civili, scarsa è l’attenzione dedicata a quanto accade nel lasso di tempo che intercorre tra uno assalto ed il seguente. Come viene vissuta l’angosciante attesa del prossimo missile, la prossima raffica di mitra, la prossima esplosione e le prossime urla? Moltissimi strumenti del diritto dei conflitti armati si prefiggono da sempre lo scopo di alleviare la condizione dei civili in guerra: alcuni proteggono i non belligeranti da attacchi indiscriminati; altri vietano rappresaglie o ritorsioni contro di essi; altri ancora vietano l’impiego di scudi umani, di mezzi indiscriminati o armi incontrollabili.

Pochi, però, si interrogano sull’aspetto psicologico del conflitto armato, tema di lacerante attualità che, forse, merita maggiore attenzione. Continua a leggere

Territori contesi Lo scontro fra Guyana e Venezuela dinnanzi alla Corte internazionale di giustizia

Il 29 marzo scorso, il Governo della Guyana ha presentato ricorso dinnanzi alla Corte internazionale di giustizia (di seguito CIG o Corte) in relazione al controllo di una regione storicamente contesa con il Venezuela: Essequibo.

La lite non è priva di complessità: primariamente, la giurisdizione della CIG non è pacificamente accettata da entrambe le parti – dal momento che viene legittimata da una contestata applicazione dell’art. 33 della Carta delle Nazioni Unite –, permangono inoltre contrasti circa l’applicabilità di un lodo arbitrale del 1899 – che attribuiva la regione di Essequibo alla Guyana (all’epoca britannica). Per avere un’idea della grande rilevanza dell’area è sufficiente considerare che la regione non è solamente ricca di risorse naturali ma è adiacente alla più grande riserva mondiale di petrolio (attorno al delta dell’Orinoco, per ora intatta).

Tralasciando le considerazioni relative all’evolversi della disputa nel tempo, occorre però rimarcare come la stessa esistenza di una disputa per i confini sia da considerarsi contesa: è opinione del Governo venezuelano che l’Accordo di Ginevra del 1966 (che regolava i rapporti tra l’allora madrepatria, il Regno Unito, e il Venezuela) sancisca l’invalidità del lodo arbitrale del 1899, mentre è pacifico per il Governo della Guyana che detto lodo sia valido e vincolante. In punto di diritto, inoltre, la competenza della CIG rimane contesa a causa di quanto segue. Continua a leggere