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L’esercizio democratico (o)stentato Secondo la monarchia bahrenita le elezioni sono state un successo: è veramente così?

Il 24 novembre scorso si sono tenute in Bahrein, Paese governato da una monarchia costituzionale, le elezioni parlamentari per l’assegnazione di 40 degli 80 seggi totali (il 50% sono assegnati dal re): 293 i candidati (mai così tanti dal 2002), e più di 350 mila gli aventi diritto al voto (50 mila in più rispetto all’ultima tornata elettorale). Ma non si può misurare da queste cifre e da quelle di un’affluenza record, sbandierate dal Bahrein all’opinione pubblica internazionale, la democrazia di un Paese nel quale la popolazione sciita è per la maggior parte esclusa dalla vita politica e l’opposizione al governo è stata prima indebolita e poi estromessa. Continua a leggere

Conferenza di Palermo: un passo avanti per la Libia? Nessuna dichiarazione finale scritta, ma nonostante le difficoltà ci sono impegni per il futuro

Si è tenuta tra il 12 e il 13 novembre a Palermo la Conferenza internazionale per la Libia. Se da un lato hanno fatto rumore le assenze di grandi protagonisti, come Trump, Putin, Markel e Macron, dall’altro è significativo l’incontro avvenuto, non senza difficoltà, tra il generale Khalifa Haftar e il presidente del governo di unità nazionale Fayez al Sarraj. Passa inevitabilmente dai due leader e dall’ONU il tortuoso percorso per una riconciliazione nazionale libica, dopo che è ormai fallito l’utopico progetto della Conferenza di Parigi (maggio 2018), che pianificava le elezioni nel Paese a dicembre.

A rivelarsi vincente è stata la strategia italiana di allargare il tavolo delle trattative anche a potenze interessate da vicino come Algeria, Tunisia, Turchia ed Egitto. È soprattutto grazie alla mediazione del capo di Stato egiziano al Sisi (particolarmente influente sulla Libia) che si è scongiurata la completa disertazione di Haftar. Il generale ha sì partecipato solo parzialmente e si è allontanato anzitempo, ma la stretta di mano con al Sarraj è significativa, tanto quanto il riconoscimento internazionale da lui guadagnato. Tra i soddisfatti, oltre a un’Italia che torna quindi a ritagliarsi un ruolo centrale nella questione libica a discapito di Parigi, ci sono gli inviati ONU Ghassan Salamé e Stephanie Williams: la ripresa economica avverrà infatti anche grazie alla re-istituzione di una banca centrale unica secondo il loro piano. Per l’ONU l’obiettivo finale successivo alla ripresa economica (e a un disarmo delle milizie) rimangono le elezioni, rimandate alla primavera del 2019; fino ad allora in Libia dovrebbe permanere una tregua. Continua a leggere

Yemen: la guerra durata “abbastanza a lungo” 1 morto ogni 3 ore e 14 milioni di persone a rischio carestia: dagli USA l’appello alla tregua

Da più di 3 anni lo Yemen sta vivendo una guerra che, se dal lato politico non ha portato a nessun risultato, dal lato economico e sociale sta logorando la popolazione civile, che piange da agosto a oggi 575 vittime di guerra, e che secondo l’ONU è per il 50% (14 milioni di persone) in una condizione di pre-carestia. Attualmente il Paese è spaccato: ribelli houthi controllano il nord-ovest, il governo legittimo la restante parte, con una forte presenza di al-Qaeda nel centro-sud. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

ARABIA SAUDITA

16 ottobre. Il console saudita in Turchia, Mohammed Uteybi, ha lasciato il suolo turco su ordine di Riad dopo che le autorità di Ankara avevano fatto sapere di non escludere la possibilità di interrogare anche i diplomatici sauditi riguardo la vicenda Khashoggi.

 

17 ottobre. Il presidente statunitense Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo hanno messo in dubbio, tramite dichiarazioni a mezzo stampa e twitter, il coinvolgimento di Riad nel caso Khashoggi. Pompeo ha dichiarato: “c’è un serio impegno per capire quanto sia accaduto”.  

 

17 ottobre. Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha annunciato che non parteciperà alla “Davos del deserto” in Arabia Saudita, così come altri colossi della finanza che, prima di lei, avevano declinato l’invito dopo la vicenda Khashoggi.

 

IRAN

17 ottobre. Suscitano nuove tensioni le sanzioni imposte dagli USA nei confronti di alcune società iraniane, tra le quali banche. Il Ministero degli Esteri di Teheran ha accusato Washington di creare ostacoli alle relazioni economiche di una nazione già in ginocchio.

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Dall’accordo sul nucleare al terrorismo economico Dopo il ritiro unilaterale dall’accordo a maggio, Trump rincara la dose contro l’Iran

All’Assemblea Generale dell’ONU di New York il presidente statunitense Trump ha monopolizzato la scena concentrando il suo intervento contro l’Iran, con gravi accuse che non hanno lasciato indifferente né la platea, né soprattutto l’omologo iraniano Rouhani.

Si tratta di un duro colpo nei confronti dell’Iran e di quell’accordo sul nucleare iraniano voluto fortemente da Obama e approvato nel 2015, dal quale gli USA stanno ormai prendendo sempre più le distanze: prima con il ritiro unilaterale a maggio 2018, poi con le sanzioni imposte ad agosto, e infine negli ultimi giorni con l’annuncio di nuove sanzioni a partire dal 5 novembre prossimo. Continua a leggere

La “guerra economica” della Turchia di Erdogan 2018 annus horribilis per la lira turca: senza misure efficaci il rischio recessione è alle porte

Il tweet di Trump del 10 agosto che annuncia un raddoppio dei dazi per acciaio e alluminio provenienti dalla Turchia è la goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Da gennaio, infatti, la lira turca, che il 5 aprile scorso aveva toccato il minimo storico, ha perso complessivamente tra il 30% e il 40% del suo valore rispetto al dollaro (circa il 20% dopo l’annuncio del presidente USA, il 10% in 24 ore), registrando una striscia di ribasso che si presenta come la peggiore per il Paese dal novembre 1999 e tra le peggiori dell’ultimo decennio per i Paesi G20 (inclusa la crisi economica del 2008/2009). Continua a leggere

Un momento cruciale per lo Stato di Israele Knesset approva la legge sullo Stato-nazione degli ebrei: addio all’utopia di uno Stato bi-nazionale

Il 19 luglio scorso la Knesset ha approvato una legge controversa, che ha fatto discutere dentro e fuori i confini nazionali. La ribattezzata “Legge sullo Stato-nazione degli ebrei” segna, come ha detto Netanyahu, “un momento cruciale” per la politica israeliana.

Le intenzioni sembrano chiare già a partire dall’incipit del testo: “La terra d’Israele è la patria storica del popolo ebraico, nella quale è stato fondato lo Stato d’Israele. Lo Stato d’Israele è la casa nazionale del popolo ebraico, nella quale esso soddisfa il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico di autodeterminazione. Il diritto di esercitarlo nello Stato d’Israele è unicamente riconosciuto al popolo ebraico”. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

IRAN

29 maggio. Tensioni durante le esequie pubbliche di Nasser Malek-Motie. Il celebre attore, bandito dal cinema nel 1979, dopo la rivoluzione islamica, è deceduto all’età di 88 anni. Il funerale è diventato occasione di protesta contro il governo da parte della popolazione e i manifestanti sono stati contenuti con l’utilizzo di lacrimogeni e colpi di pistola sparati in aria.

ISRAELE

29 maggio. Gaza ancora teatro di scontri. I militanti palestinesi del Jihad Islamico, hanno sparato colpi di mortaio verso la città di Sderot, i quali hanno avuto, come risposta, nuovi raid israeliani preannunciati da Netanyahu. Poche ore dopo Lieberman, ministro della Difesa israeliano, ha ribadito l’efficacia dell’attacco anti-terroristico e ha annunciatonuove risposte armate ad eventuali ulteriori minacce”.

29 maggio. Una piccola flotta palestinese è partita, nella mattinata, da Gaza con l’intento di rompere il blocco navale imposto da Israele. La Marina militare israeliana ha bloccato le modeste imbarcazioni a 12 miglia dalla costa e ha arrestato i 17 palestinesi che erano a bordo.

30 maggio. Nonostante l’assenza di accordi ufficiali, Hamas avrebbe fatto sapere che, grazie all’intervento dei mediatori egiziani, sarebbe disposto ad accettare il cessate il fuoco per quanto riguarda la striscia di Gaza.

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Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

IRAN

9 maggio. Il presidente Trump ha annunciato il ritiro degli USA dall’accordo nucleare del 2015 pochi giorni prima del suo rinnovo. Reazioni da Teheran: mentre Rouhani ha dichiarato che “il compromesso non è in discussione e che le altre grandi potenze firmatarie (Cina, Russia, UE, Regno Unito) sono intenzionate a proseguire”, l’ayatollah, Ali Khamenei, si è espresso duramente nei confronti del Presidente statunitense, definendo il suo discorso “una minaccia per il popolo iraniano”.

9 maggio. Yukiya Amano, presidente dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha confermato che “l’Iran rispetterà totalmente gli impegni presi con l’accordo del 2015”, sottolineando come, da allora, il Paese sia costantemente sottoposto a rigide verifiche nucleari.

LIBANO

6 maggio. Dopo 9 anni, in Libano, si torna ai seggi per le elezioni parlamentari. A sfidarsi saranno l’attuale primo ministro sunnita, Saad Hariri del Movimento il Futuro, e Hassan Nasrallah, sciita e filo-iraniano, leader di Hezbollah.

8 maggio. Dai primi dati ufficiali forniti, si evidenzia come l’affluenza si sia attestata intorno al 50%. Il primo partito risulta essere Hezbollah, in crescita i cristiani delle Forze Libanesi e in netto calo, invece, il blocco sunnita guidato da Hariri, vero sconfitto di questa tornata elettorale.

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Le conseguenze della “forza bruta” Nel Sinai la dura lotta dell’esercito egiziano contro Daesh: ora la crisi umanitaria è alle porte

Dal 2013, anno di insediamento dell’attuale presidente ed ex generale al-Sisi, l’esercito egiziano sta cercando di eliminare le cellule integraliste dalla regione del Sinai. Lo scorso febbraio è però iniziata l’operazione più importante, Sinai 2018, che secondo le alte cariche dello Stato dovrebbe portare in 3 mesi alla messa in sicurezza della regione, e in 4 anni all’estirpazione totale delle milizie Daesh dalla regione.

Sono passati poco più di due mesi e nel frattempo al-Sisi è stato rieletto a marzo con percentuali esorbitanti e più che sospette, e non è possibile sapere con certezza a che punto sia l’operazione, poiché la regione è isolata e l’accesso è negato a qualunque organo di stampa. Stando alle uniche fonti disponibili, quelle dell’esercito egiziano, sarebbero circa 200 i terroristi finora eliminati a fronte dei 22 soldati, 8 dei quali hanno perso la vita il 14 aprile scorso dopo un attacco kamikaze di quattro miliziani a un checkpoint. Le stesse fonti riportano la notizia dell’uccisione, datata 18 aprile, di Nazzer Abu Zaqul, guida dei ribelli del Sinai legati a Daesh e protagonisti, tra gli altri, dell’attacco alla moschea sufi in cui persero la vita più di 300 fedeli nel novembre 2017. Continua a leggere