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Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

GEORGIA

2 dicembre. Si è tenuta una manifestazione, nella città di Tbilisi, per contestare il risultato delle ultime elezioni presidenziali. Durante il loro svolgimento, Zurabishvili, prima donna presidente del Paese, ha ottenuto la vittoria con il 59,52% di voti. Durante le proteste, Vashadze, candidato dell’opposizione ha dichiarato di voler che “il cosiddetto governo ascolti la voce del popolo, perché tutti sanno che le elezioni sono state manipolate”. Continua a leggere

Si riaccende la tensione tra Russia e Ucraina Navi ucraine attaccate e sequestrate nel mare di Azov

Nella mattina del 25 novembre scorso, si è riaccesa la tensione tra Russia e Ucraina: la Guardia costiera russa ha speronato un rimorchiatore ucraino che accompagnava due navi militari dirette a Mariupol, uno dei principali porti ucraini che affaccia sul mare di Azov. Le imbarcazioni ucraine stavano per attraversare lo stretto di Kerch quando sono state intercettate dalla Marina russa, che ha aperto fuoco contro di loro.

Dopo lo scontro, le navi sono state sequestrate e scortate fino al porto di Kerch. Continua a leggere

La fuga dell’ex Primo Ministro macedone Nikola Gruevski ha chiesto asilo politico in Ungheria

Il 9 novembre alla prigione di Shuto Orizari era atteso l’ex primo ministro della Macedonia Nikola Gruevski, il quale avrebbe dovuto iniziare a scontare una pena di 2 anni di carcere. Gruevski non si è presentato, facendo perdere le sue tracce.

Gruevski è stato Primo Ministro macedone dal 2006 al 2016 e capo del Partito Democratico per l’unità nazionale (Vmro-Dpmne), il più importante partito di centrodestra del Paese. Nel 2016 ha dovuto dare le dimissioni a causa di una crisi politica che ha visto come protagonisti lui e il suo partito. A maggio è giunta la condanna per aver convinto, nel 2012, il ministro dell’Interno, Jankulovska, ad acquistare per suo uso personale un’auto con 600.000€ di fondi statali. Il 9 novembre, Gruevski ha perso in appello. Continua a leggere

Un esercito contestato A dieci anni dall'indipendenza nasce l'esercito kosovaro

Il 19 ottobre il Parlamento kosovaro ha approvato diversi disegni di legge che prevedono la creazione di un esercito regolare, a sostituzione della Kosovo Force Security (KFS), forza speciale che dovrebbe intervenire solamente in caso di disastri. Dalla fine della guerra del Kosovo, sono state le forze internazionali della NATO (KFOR) a garantire stabilità e sicurezza alla regione.

Le disposizioni presentate in Parlamento non richiedono modifiche della Costituzione. Secondo la Costituzione, la formazione di esercito nazionale richiederebbe in Parlamento una maggioranza di due terzi e ciò permetterebbe a gruppi parlamentari minori di bloccare il progetto.


 

Il disegno di legge è stato approvato da quasi la totalità dei gruppi parlamentari, ad eccezione dei rappresentanti della minoranza serba. Quest’ultimi, al momento della votazione, hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Per i deputati serbi, la formazione di un esercito è in contraddizione con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevede che nessuna forza militare possa stazionare in Kosovo ad eccezionedella KFOR.

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Crisi diplomatica all’orizzonte L’OPAC nel mirino del cyberterrorismo russo

Negli ultimi mesi le tensioni tra Occidente e Russia si sono acuite per via del cyberterrorismo.

Gran Bretagna, Paesi Bassi, NATO e Stati Uniti hanno pubblicamente mosso accuse nei confronti dell’intelligence militare russa, il GRU. Le accuse riguardano diversi attacchi informatici da parte dei russi contro l’Occidente e le istituzione internazionali. Continua a leggere

Lo scisma della Chiesa Ortodossa Russia e Ucraina: un conflitto tra territorio e fedeli

Il conflitto tra Russia e Ucraina continua su molteplici fronti. Kiev sta affrontando il conflitto con i separatisti filo-russi nelle re

gioni orientali del Paese; la Russia, invece, rischia di perdere un potere fondamentale, quello sui cristiani ortodossi ucraini.

Ad aprile, il presidente ucraino Porošenko ha chiesto ufficialmente al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, capo supremo della Chiesa ortodossa, l’indipendenza della Chiesa ucraina. Alcuni ritengono che questa richiesta sia una strategia politica, in vista delle elezioni del marzo 2019. Prima della richiesta dell’autocefalia, solamente l’8% della popolazione avrebbe votato per Porošenko. Se il suo progetto d’indipendenza avrà successo, avrà molte più possibilità di ottenere il secondo mandato.

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Una primavera che resiste La Primavera di Praga e i 50 anni dell’invasione sovietica

Il 2018 segna il 50° anniversario della Primavera di Praga, che in circa 8 mesi segnò in modo notevole e cruento la Cecoslovacchia. La Primavera di Praga si caratterizzò come un periodo molto importante di liberalizzazione politica.

Tutto ebbe inizio il 5 gennaio 1968, quando Alexander Dubček venne eletto segretario generale del PCC. Con Dubček venne avviata una nuova strategia politica, denominata “nuovo corso”, con l’intento di introdurre alcuni elementi democratici in ogni settore, mantenendo tuttavia fedeltà all’Unione Sovietica. Sotto il potere del segretario venne avviato un intenso processo di liberalizzazione: venne abolita la censura e vi furono allentamenti delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento. Inoltre, Dubček ridiede spazio alla componente slovacca del Paese.

A seguito delle sue riforme di stampo liberalista e della sua decisione di decentrare il potere, Dubček perse l’appoggio dei sovietici. Il 23 marzo il segretario si recò a Dresda per un incontro con gli esponenti dell’Europa orientale. Quello che doveva essere un semplice incontro sulla cooperazione economica si trasformò in un vero e proprio processo a Dubček e alle sue proposte riformiste. Venne accusato dal Tribunale dei Cinque (Ungheria, Polonia, Bulgaria, Germania Est e Unione Sovietica) non solo di aver perso completamente il controllo sulla stampa e sul popolo, ma di essere molto vicino ad una controrivoluzione. Dubček non si fece fermare dalle opinioni degli Stati considerati suoi alleati e proseguì con la sua politica. A metà luglio, il segretario fu convocato a Varsavia dal Tribunale dei Cinque per cercare di affrontare il problema in modo diplomatico. A questo incontro Dubček non si presentò; i Cinque si riunirono con il solo scopo di condannare le riforme di Praga, inviando al governo cecoslovacco la celebre Lettera da Varsavia.

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La libertà di stampa è negoziabile? Il giornalismo: da professione nobile a temibile

Il 7 giugno scorso, in Montenegro, i giornalisti sono scesi in piazza per protestare contro il controllo, sempre più intenso, del governo di Duško Marković sui media. L’Associazione dei giornalisti montenegrini ha manifestato a Pogdorica contro il licenziamento della direttrice della tv di stato, RTCG, Adriana Kadija.

Kadija era stata nominata dal consiglio direttivo del 2017 e, a seguito delle numerose pressioni da parte delle autorità, è stata licenziata. Inoltre, alcuni membri del consiglio direttivo sono stati sostituiti da altri membri più vicini al partito del presidente Dukanović.

I media del Montenegro, come quelli di molti paesi dei Balcani, subiscono forti pressioni da parte delle autorità politiche. Secondo la classifica sulla libertà di stampa redatta da Reporters sans Frontières, RSF, il Montenegro occupa la 103° posizione. Secondo l’organizzazione, nella regione dei Balcani, Croazia, Serbia e Macedonia sono i Paesi che hanno fatto più passi indietro per quanto riguarda la libertà di espressione. L’ONG denuncia il fatto che è stata “raggiunta l’era della post-verità e della propaganda, con la soppressione delle libertà fondamentali, soprattutto nelle democrazie”.

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Tolleranza verso la comunità LGBT+? solo sulla carta Balcani, Cecenia e diritti LGBT+

Il rapporto annuale di ILGA-Europe, un’organizzazione che riunisce i movimenti LGBT+ d’Europa e Asia Centrale e che promuove le normative a sostegno delle minoranze sessuali, mette in evidenza la scarsa applicazione di tali normative nelle stesse aree. Rispetto a qualche anno fa, la situazione balcanica può essere considerata più soddisfacente, ma solo dal punto di vista teorico: manca, infatti, la volontà di mettere in atto le leggi e le normative, di perseguire gli atti di violenza e transfobia; manca, inoltre, l’applicazione delle leggi in piani d’azione reali e concreti.

Per quanto riguarda la Cecenia, il ministro della Giustizia russo, Aleksandr Konovalov, ha dichiarato che non esistono minoranze sessuali nella regione caucasica.

Tale dichiarazione è stata fatta il 14 maggio scorso, durante l’incontro dell’Esame Periodico Universale (UPR), procedimento delle Nazioni Unite volto a esaminare il rispetto dei diritti umani degli Stati membri. La Russia era chiamata a rispondere alle accuse sugli abusi nei confronti degli appartenenti alla comunità LGBT+ in Cecenia. Le testimonianze, raccolte da The Guardian, raccontano di detenzioni, torture e uccisioni messe in atto dalle autorità, le quali avrebbero dato luogo ad una vera e propria caccia all’uomo.

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