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La Sea Watch 3 sbarca a Catania “Siamo contenti, è finito il calvario”, esulta con un tweet l’ONG

Di Diletta Sveva Tamagnone

Si è concluso, tra abbracci e strette di mano, lo sbarco nel porto di Catania dei 47 migranti soccorsi nel Mar Mediterraneo dalla Sea Watch 3 dopo che la nave era rimasta bloccata per dodici giorni alla fonda di Siracusa. Tra i passeggeri sono presenti 15 minorenni non accompagnati che verranno condotti in un’unica struttura a Catania che aderisce al Fondo Asilo migrazione e integrazione (Fami) del Ministero dell’Interno, e saranno dotati ciascuno di un tutore legale. La Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, ha riconosciuto la centralità della figura del tutore per i minori stranieri non accompagnati presenti sulla nave. “È attraverso il tutore – afferma l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano – che possono essere esercitati tutti i diritti dei ragazzi arrivati soli nel nostro Paese. Continua a leggere

Gli Stati Uniti hanno dimenticato i curdi? L’annuncio del ritiro delle truppe americane dalla Siria apre scenari inaspettati nel Paese

Di Fiorella Spizzuoco

Le prime pagine del 2019 sono state dominate, ancora più del solito, dalle notizie provenienti dagli Stati Uniti di Trump. Mentre le news sullo shutdown provenienti da Washington preoccupano i mercati e i lavoratori americani, quelle che giungono dalla Siria accrescono l’apprensione del Pentagono e degli osservatori internazionali.

Durante le ultime settimane di dicembre, alcuni portavoce del Dipartimento della Difesa statunitense  hanno annunciato il possibile inizio delle operazioni di ritiro delle truppe impegnate nella lotta al Califfato, il sedicente Stato Islamico, in Siria. Questa voce si era già diffusa spesso nel corso degli anni, ma era sempre stata smentita dai vertici del Pentagono che insistevano sulla necessità di mantenere le truppe sul suolo siriano, per continuare a combattere le ultime sacche di resistenza di Daesh che, seppur indebolito, non è stato del tutto sconfitto.

Non è della stessa opinione però, a quanto pare, il presidente Trump.

Nonostante la reticenza dei suoi più vicini collaboratori nel Dipartimento della Difesa, primo fra tutti l’ex Segretario della Difesa, Jim Mattis, il Presidente più discusso nella storia degli Stati Uniti ha dato il via al ritiro delle truppe. Immediata la reazione di Mattis, il quale ha presentato le dimissioni dichiarando che Trump “merita un Segretario della Difesa con idee allineate alle sue”. Continua a leggere

Iran e Israele: un odio che aumenta Israele conferma di aver bombardato obiettivi sensibili iraniani in Siria

Di Andrea Daidone 

Giunge inusuale la conferma da parte delle autorità israeliane di un’azione militare offensiva ai danni di alcuni obiettivi iraniani nel territorio siriano. La notte del 20 gennaio scorso, infatti, secondo fonti governative siriane e russe, il sistema di difesa aerea siriano ha intercettato e distrutto più di 30 missili e bombe teleguidati che Israele aveva lanciato con l’intento di distruggere obiettivi sensibili iraniani sul territorio siriano, e che Tel Aviv ritiene essere ostili. Un solo attacco ha centrato l’obiettivo, un aeroporto militare a sudest di Damasco, uccidendo 4 soldati e ferendone 6.

Il presidente dello Stato d’Israele, Reuven Rivlin, impegnato a Gerusalemme in colloqui di Stato con il presidente ucraino Petro Poroshenko, ha tenuto un breve discorso in cui ha precisato che l’attacco sferrato nottetempo era una risposta al lancio di due missili terra-terra, da parte dell’Iran ai danni di Israele avvenuto nella giornata di domenica. Il Presidente ha poi proseguito affermando come l’attacco agli obiettivi siriani non fosse che “una risposta diretta ad un missile inaccettabile lanciato su di noi” e che “la comunità internazionale deve capire che la concentrazione di forze iraniane in Medio Oriente potrebbe portare la regione all’escalation”. Continua a leggere

“La Repubblica di Macedonia del Nord”: la fine di una lunga controversia Il voto dell’11 gennaio accende le speranze per un accordo definitivo tra Grecia e Macedonia

Di Lucrezia Petricca

L’11 gennaio il Parlamento macedone ha approvato i 4 emendamenti che aprono le porte alla risoluzione della controversia tra Grecia e Macedonia, durata più di 25 anni. Si è infatti riusciti a raggiungere la maggioranza dei 2/3 necessaria per attuare delle modifiche al testo costituzionale: esse riguardano il nome dello Stato balcanico, il rispetto della sovranità, il principio dell’integrità territoriale e il principio della non ingerenza negli affari di Paesilimitrofi.

L’intera fase di votazione si è contraddistinta per le lunghe trattative politiche. Per ottenere gli otto voti utili per la maggioranza, il primo ministro Zaev è dovuto scendere a compromessi con alcuni parlamentari del partito d’opposizione VMRO-DPMNE. Secondo alcuni osservatori, ci sarebbe dietro l’ombra dell’amnistia per i fatti legati all’assalto all’Assemblea del 2017.

La disputa tra i due paesi è iniziata nel 1991, anno dell’indipendenza della Macedonia. Per questioni culturali, storiche e nazionali, la penisola ellenica non ha mai apertamente riconosciuto la sovranità macedone, contestando, in particolare, l’utilizzo del nome costituzionale “Repubblica di Macedonia”.Di fronte a questo impasse, l’ONU ha tentato di dirimerela controversia, riconoscendo la Macedonia membro delle Nazioni Unite con il nome FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia). Continua a leggere

Un omicidio prevedibile La morte del sindaco di Danzica è un segnale di tensioni profonde nel sistema politico polacco.

di Luca Pons 

Nella notte di domenica 13 gennaio, Pawel Adamowicz, sindaco della città polacca di Danzica dal 1998, è stato accoltellato. Sebbene i medici abbiano cercato di salvarlo, lavorando per oltre cinque ore in camera operatoria, Adamowicz è deceduto il giorno dopo. Era un aperto e netto oppositore dell’attuale governo di estrema destra, deciso nella difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati, convintamente europeista.

L’omicidio pare avere avuto motivazioni politiche, ma anche personali: l’uomo che ha colpito tre volte il cuore e l’addome di Adamowicz era uscito di prigione da pochi mesi, dopo aver scontato una condanna per diverse rapine. Subito dopo l’omicidio, l’assassino ha gridato con un microfono: “Mi hanno imprigionato ingiustamente per cinque anni. Piattaforma civica [partito di Adamowicz, al governo fino al 2015, n.d.r.]  mi ha torturato. Per questo Adamowicz è morto”.

Poiché la tragedia è avvenuta durante una grande manifestazione pubblica, migliaia di persone e diverse telecamere hanno assistito. Dopo essere stato per quasi un minuto indisturbato sul palco, con aria di trionfo, mentre la folla ancora non aveva capito cosa fosse successo, l’uomo è stato catturato dal servizio di sicurezza dell’evento.

Per quanto sembri chiaro che l’afflato politico dell’omicidio non sia da ricondurre al disegno di una qualche organizzazione politica di segno opposto, molti hanno indicato il delitto come la naturale conseguenza di una violenta polarizzazione del dibattito politico, che in Polonia ha luogo da anni. Piotr Buras, intellettuale polacco, ha scritto pochi giorni fa sul Guardian: “Il dibattito pubblico in Polonia è ricolmo di contenuti tossici – diffusi così alacremente dal governo che è impossibile parlare di imparzialità. La televisione di Stato è diventata uno strumento di violenta propaganda, che sputa incitamenti all’odio e xenofobia ogni giorno”. Continua a leggere

Cuba a 60 anni dalla rivoluzione Il lascito della rivoluzione castrista: ancora controverso, dopo più di mezzo secolo

Di Sabrina Certomà

Dentro de la Revolución, todo; contra la Revolución, nada”. Allo scoccare del 2019 la rivoluzione cubana è giunta al suo 60° anniversario. Sebbene le considerazioni sull’eredità che questo evento epocale ha lasciato nel mondo siano tra le più controverse, è certo che per più di mezzo secolo abbia influenzato gli ideali di milioni di persone.

La Revolución si affermò, inizialmente, grazie all’appoggio di tutte le classi sociali cubane, dai contadini agli intellettuali, dagli operai ai partiti politici, fino alla media e piccola borghesia. La crisi economica che colpì l’isola negli anni ‘50 e la mala gestione di Fulgencio Batista provocarono, infatti, l’incremento degli oppositori al regime. Tra questi, si distinse in particolare la figura del giovane avvocato Fidel Castro. Condannato a 15 anni di reclusione con l’accusa di “attentato ai poteri costituzionali dello Stato e insurrezione”, Castro pronunciò le parole che diedero inizio alla vera e propria rivoluzione cubana: «Nascemmo in un Paese libero che ci lasciarono i nostri padri e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno […]. Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà».

Dopo il ritorno clandestino a Cuba, Fidel e i suoi guerriglieri – tra i quali Ernesto Guevara, Raul Castro e Camilo Cienfuegos – ottennero alcune vittorie contro l’esercito di Batista e, la notte di capodanno del 1959, il dittatore fuggì e la capitale fu conquistata. Castro prese, così, il potere e nel 1961 Cuba fu proclamata Stato socialista. Da quel momento, numerosi eventi hanno caratterizzato la storia di questo Paese e hanno contribuito a crearne il mito: l’inizio delle restrizioni da parte degli Stati Uniti, l’avvicinamento all’Unione Sovietica, la vicenda della Baia dei Porci, l’embargo, la crisi dei missili e le nuove sanzioni statunitensi. Continua a leggere

Il Giappone apre le porte ai migranti I lavoratori provenienti dal Sud-Est asiatico salveranno l’economia nipponica

Di Vittoria Beatrice Giovine

La nuova politica sull’immigrazione varata dal governo giapponese nel dicembre 2018, ma che entrerà in vigore ad aprile, si è posta agli occhi del mondo come un tentativo di salvataggio di un’economia sofferente per via della crescente carenza di manodopera interna, dovuta all’invecchiamento della popolazione. Continua a leggere

Il principio di un’unica Cina: Taiwan alle strette Le dichiarazioni di Xi riaccendono la disputa sull’annessione della “provincia ribelle”

Di Daniele Carli

Il 1° gennaio, a Pechino, si è svolta la cerimonia celebrativa del 40° anniversario del Messaggio ai Compatrioti di Taiwan, che sancì la distensione dei rapporti tra la Cina Comunista ed il Governo Nazionalista taiwanese. In questa occasione, il presidente cinese Xi Jinping è tornato a parlare della questione della riunificazione.

In seguito alla vittoria del Partito Comunista Cinese (PCC) nella Guerra Civile (1927-1936; 1946-1950), i nazionalisti del Kuomintang (KMT) si rifugiarono presso l’isola di Taiwan, dove nacque quella che è oggi conosciuta come la Repubblica di Cina. Ciononostante, attraverso l’accettazione della “One China Policy”, il governo di Pechino impone ai propri partner diplomatici che si riconosca l’esistenza di una sola Cina, sottintendendo la Repubblica Popolare Cinese, di cui Taiwan costituirebbe la ventitreesima provincia. Continua a leggere

Tra le fatiche dell’inverno e la marginalizzazione I rifugiati siriani in Libano e le difficoltà della cooperazione internazionale

L’inverno è duro per tutti, ma per alcuni più di altri: è il caso dei rifugiati siriani che attualmente si trovano in Libano, dove le cattive condizioni atmosferiche rischiano di pregiudicare seriamente le condizioni di migliaia di persone. Di circa 1 milione di rifugiati registrati in Libano, 170.000 vivono in alloggi improvvisati estremamente precari. Già 66 insediamenti sono stati gravemente danneggiati dal maltempo, 15 dei quali sono andati completamente distrutti, e le previsioni sono di gran lunga peggiori.

Sono state adottate misure d’emergenza e le Nazioni Unite distribuiscono generi di prima necessità. Come spesso accade in queste situazioni, le vittime si sentono abbandonate dalle autorità, che per vera impotenza o per mancanza di interesse non sono in grado di far fronte all’emergenza. In questo caso, il j’accuse è rivolto alle Nazioni Unite, ritenute assenti e incapaci di prestare l’aiuto necessario ai rifugiati, soprattutto perché per molti di essi è ormai l’ottavo inverno passato in condizioni a dir poco precarie.

In realtà, gran parte della responsabilità è del governo libanese, che non permette all’ONU né ad alcun’altra organizzazione di costruire strutture permanenti.

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La deriva autoritaria di Orbán La promulgazione di alcune leggi controverse accende le proteste nel paese, con le opposizioni che fanno fronte comune contro il governo

Di Francesco Pettinari

Il mese di dicembre a Budapest è stato caratterizzato da veementi proteste contro il governo di Viktor Orbán e il suo partito, Fidesz. Il culmine della tensione si è raggiunto domenica 16 quando più di 10.000 manifestanti hanno sfilato per le vie della capitale. Continua a leggere