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Violenze in Kenya Il recente rapimento della cooperante italiana Silvia Romano tra terrorismo di Al Shabaab e violenza di Stato

La sera del 20 novembre, Silvia Romano, giovane attivista della Onlus marchigiana Africa Milele, è stata rapita a Galana Kulalu, villaggio dell’area rurale Chakama, nel sud est del Kenya. La zona in cui è avvenuto il rapimento è considerata un’area non pericolosa, nonostante sia conosciuta come zona soggetta ad infiltrazioni di cellule terroristiche e reclutatori fondamentalisti. La ragazza era arrivata in Kenya da pochi mesi e stava partecipando ad un programma di cooperazione finalizzato alla costruzione di un orfanotrofio. Nel villaggio di Galana Kulalu, le persone vivono in condizioni difficili: i cittadini hanno accesso limitato a cibo e acqua, a causa dell’inquinamento del fiume che attraversa la regione.

Secondo le notizie diffuse da alcune testate internazionali nell’ultima settimana, i responsabili del rapimento sarebbero 3 uomini armati, che nel corso dell’incursione nel villaggio hanno ferito altri 5 individui. All’indomani del sequestro, la polizia aveva già arrestato 14 persone che pare fossero in contatto con i veri rapitori.

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Africa: 7 giorni in 300 parole

ERITREA

13 novembre. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un voto all’unanimità, ha deciso di porre fine alle sanzioni imposte all’Eritrea dal 2009. Con questa risoluzione viene revocato l’embargo sulle armi e ribadito l’impegno alla riappacificazione tra Eritrea e Gibuti, sulla scia dell’accordo di pace siglato lo scorso luglio tra Eritrea ed Etiopia. Il governo etiope ha dichiarato che la revoca delle sanzioni contribuirà alla stabilità del Corno d’Africa e alla normalizzazione delle relazioni tra i Paesi di questa regione.

GABON

11 novembre. Il mistero intorno allo stato di salute del presidente Ali Bongo Ondimba è stato chiarito, riconoscendone la gravità, come dichiarato da una portavoce della Presidenza gabonese. Secondo una fonte straniera vicina al Presidente, all’origine della sua ospedalizzazione in Arabia Saudita, vi sarebbe un accidente vascolare. Le redini del Paese sono state, dunque, affidate alla First Lady, Sylvia Bongo Ondimba, che da Riyad continua a coordinare la circolazione delle informazioni riguardanti il marito e gli affari di governo.

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Denis Mukwege: “l’uomo che ripara le donne” Il ginecologo congolese ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno a fianco delle vittime di abusi sessuali

Il 5 ottobre 2018, in Norvegia, si è tenuta la cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Quest’anno il prestigioso riconoscimento è andato a Denis Mukwege e a Nadia Murad, per il loro attivismo nel porre fine allo stupro come arma di conflitto armato.

Mukwege, originario della Repubblica Democratica del Congo, è da anni impegnato nella cura di donne vittime di violenze sessuali. Secondo alcuni dati, dal 1998 il dottore avrebbe aiutato decine di migliaia di donne abusate nel corso di scontri tra gruppi armati che cercano di controllare le ricche zone minerarie delle regioni orientali del Congo.

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I secondi fini dell’Arabia Saudita L’Arabia Saudita promuove la riconciliazione tra Eritrea ed Etiopia, ma nasconde interessi economico-strategici

Dopo quasi vent’anni dalla guerra scoppiata nel 1998 e terminata nel 2000 tra Eritrea ed Etiopia, per un disaccordo sui confini, nel luglio di quest’anno i due Paesi hanno firmato una dichiarazione di riconciliazione.

Tale dichiarazione è stata resa ufficiale lo scorso 16 settembre, attraverso una cerimonia in cui il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afewerki hanno firmato un accordo di pace a Jeddah, in Arabia Saudita, di fronte al re saudita Salman bin Abdulaziz al Saud.

Il luogo geografico in cui il trattato è stato siglato ci suggerisce la centralità dall’Arabia Saudita nella vicenda. Continua a leggere

La riforma agraria del Sudafrica Scontro all’ultimo tweet tra Ramaphosa e Donald Trump

Nelle ultime settimane si è accesa una nuova polemica tra il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e quello statunitense Donald Trump, incentrata su una possibile riforma agraria del Paese africano, che riporterebbe alla luce alcuni scheletri nell’armadio del periodo coloniale.

Per capire ciò che sta accadendo, è necessario tornare indietro fino al 1913.

In quell’anno venne approvato il Native Land Act, un provvedimento governativo che concedeva il 10% delle terre coltivabili agli abitanti di origine africana e la restante parte ai cittadini bianchi, che all’epoca costituivano solo il 21% della popolazione totale. Inoltre, la legge obbligava i cittadini africani a vivere in questi terreni come braccianti ed era severamente vietata la compravendita delle terre tra la comunità bianca e nera: i bianchi non potevano vendere e i neri acquistare. Questa situazione costrinse molti cittadini africani a fuggire dalle loro terre native. Continua a leggere

Speciale Caso Diciotti L'indagine sul caso dei migranti trattenuti sul pattugliatore della Guardia Costiera stimola una riflessione sull'immigrazione in Italia, arricchita ad un rigoroso quadro giuridico ed esclusive interviste

Il luogo d’origine della migrazione

Di Jessica Prieto

La notte del 26 agosto si è conclusa l’odissea dei 150 migranti trattenuti sul pattugliatore Ubaldo Diciotti (in principio si trattava di 177, tra cui 27 minori, che sono stati rilasciati mercoledì 22 agosto).

I migranti erano stati tratti in salvo dalla Guardia Costiera giovedì 16 agosto, al largo di Lampedusa, per rimanere poi bloccati per altri sei giorni nel porto di Catania, senza il permesso di lasciare la nave. Secondo un resoconto stilato da Daniela Robert, 

delegata del Garante per le persone detenute e private della libertà, le persone a bordo della nave sono state trattenute “in condizioni estremamente difficili: la maggior parte di esse ha atteso lo sbarco sul ponte della nave, senza ricambi, senza cibo, senza docce e con soli due bagni a disposizione per la totalità dei migranti”.

L’odissea di queste persone, tuttavia, non è iniziata quel 26 agosto, bensì prima, quando hanno deciso di intraprendere uno degli ormai famosi “viaggi della speranza”.

Secondo i dati riportati dalla maggioranza dei quotidiani internazionali, dei 150 migranti presenti a bordo, 130 sarebbero originari dell’Eritrea, due della Siria, sei del Bangladesh, uno dell’Egitto, uno della Somalia e 10 delle isole Comore (Africa orientale).

Ad eccezione di coloro che provengono dalla Siria, che l’opinione pubblica sembra accettare come “rifugiati aventi diritto di asilo”, gli altri, provenienti da Paesi africani ed orientali meno noti, sembrano essere considerate persone scomode “che dovrebbero tornare nei propri Paesi”.

La realtà è molto diversa. Prendendo in considerazione l’Eritrea, si tratta di una nazione sottoposta ad una dittatura militare iniziata nel 1993 e retta da Isaia Afwerki. Su una popolazione di 6 milioni di abitanti, si conta che ogni mese fuggano 5.000 persone, in particolari giovani. Quest’ultimi lasciano un servizio militare obbligatorio e illimitato nel tempo, una totale mancanza di libertà di espressione e culto, esecuzioni illegali delle forze armate.

Inoltre, tentare la fuga dall’Eritrea è un’impresa estremamente pericolosa: uscire dal Paese è dichiarato illegale e chi viene intercettato ai confini rischia il carcere a vita o, nel peggiore dei casi, di essere giustiziato.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, gli Eritrei presenti in Italia sono 9.343 sui 5.144.440 stranieri presenti sul territorio nazionale. Ad essi, e soprattutto a coloro che si presentano come “obiettori di coscienza al servizio militare”, l’art. 10, co. 3 della nostra Costituzione riconosce il diritto di asilo: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica”. Ciò significa che nonostante si voglia far credere all’opinione pubblica che siano gli immigrati ad essere illegali, in realtà l’illegalità della vicenda risiede nel non riconoscere asilo politico a chi ne avrebbe diritto; ricordando che l’asilo politico deve essere garantito a tutti coloro che fuggono da persecuzioni fondate su ragioni di razza, religione, nazionalità, di appartenenza a un particolare gruppo sociale o di opinioni politiche.

Nonostante l’allarmismo creato dai principali mezzi di comunicazione, è importante ricordare che esiste un’incongruenza tra la percezione degli italiani riguardo i flussi migratori e la realtà.

Secondo i dati ISTAT, mentre tra il 2014 e il 2017 sono sbarcati sulle coste italiane più di 100.000 migranti, nel 2018 il numero si è ridotto a 13.000. Sono aumentate, invece, sia le persone che chiedono una forma di protezione internazionale sia quelle che la ottengono. Guardando ai dati dell’anno passato, le persone che hanno ottenuto una forma di protezione internazionale sono state circa 147.000, mentre quelle ancora in attesa e ospitate nelle strutture di accoglienza sono circa 180.000.

A questi si aggiungono i circa 600.000 stranieri che vivono irregolarmente sul territorio italiano: persone cui è scaduto il permesso di soggiorno, o a cui è stata respinta la richiesta di asilo, e che continuano a vivere nel Bel Paese.

Questi numeri vanno però considerati relativamente al totale della popolazione italiana, circa 60,5 milioni di abitanti. Gli stranieri regolari sono poco più di 5 milioni (l’8%), calcolando solo coloro nati al di fuori dell’Europa il numero si abbassa a circa 4 milioni (6,7% della popolazione totale). Sono cifre molto più contenute rispetto alla media dell’Europa occidentale: gli stranieri di origine extra-europea sono il 9,9% della popolazione austriaca, l’8,5% di quella francese e l’11,6% di quella svedese.

Le fonti giuridiche

Di Chiara Montano

Nel complesso sistema normativo nazionale ed europeo, la questione migratoria è al centro di diverse norme nazionali e comunitarie.

Il sistema nazionale di accoglienza dei migranti è regolato dal d.lgs. n. 142/2015, con il quale sono state attuate le Direttive europee n. 2013/32/UE e n. 2013/33/UE.

Il d.lgs. n. 142/2015 è stato modificato, dapprima con il d.l. n. 13/2017, che ha previsto una serie di interventi urgenti in materia di immigrazione, e successivamente dalla l.n. 47/2017, sui minori stranieri non accompagnati e, infine, dal d.lgs. n. 220/2017.

Le operazioni di soccorso e prima assistenza ai migranti, insieme con quelle di identificazione, vengono svolte nei Centri di prima accoglienza (CPA) o Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), che sono stati allestiti per fare fronte all’emergenza sbarchi in Puglia, nel 1995, ai sensi della cosiddetta “legge Puglia”, la l. n. 563/1995.

La normativa prevede che l’accoglienza dei richiedenti asilo si articoli in due fasi: la fase di prima accoglienza e la fase di seconda accoglienza e integrazione.

La fase di prima accoglienza per il completamento delle operazioni di identificazione del richiedente e per la presentazione della domanda di asilo è affidata ai nuovi centri governativi, previsti dal d.lgs. n. 142/2015, in sostituzione dei preesistenti Centri di accoglienza per i richiedenti asilo (CARA) e Centri di accoglienza (CDA). L’invio dei richiedenti in queste strutture è disposto dal Prefetto, previa consultazione con il Ministero dell’Interno.

In caso di forte affluenza migratoria, quando i posti nei centri governativi sono esauriti, la funzione di prima accoglienza può essere svolta anche dai Centri di accoglienza straordinaria (CAS), strutture temporanee, individuate dalle Prefetture e dall’ente locale nel cui territorio sono collocate.

I richiedenti asilo ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica sono trattenuti in apposite sezione dei Centri di permanenza per i rimpatri (ex CIE).

La gestione della fase di seconda accoglienza e integrazione, invece, è affidata, alivello territoriale, ai centri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR).

 

Per poter accedere alle strutture dello SPRAR, sono necessarie due condizioni: il richiedente asilo deve già aver inoltrato la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale e deve altresì risultareprivo dei mezzi sufficienti a garantire una qualità di vita adeguata per il sostentamento proprio e dei propri familiari”; tale ultimo requisito è sottoposto alla valutazione della Prefettura.

A partire dalla fine del 2015, nel sistema di accoglienza nazionale sono stati introdotti i cosiddetti hotspot o punti di crisi, collocati nei luoghi di sbarco, dove viene effettuata la registrazione e l’identificazione dei migranti, per mezzo di rilievi dattilografici.

In data 28 settembre 2015, il Governo italiano ha presentato una roadmap, indicante sei punti in cui si è impegnato ad istituire altrettanti hotspot, in attuazione degli impegni assunti dallo Stato italiano con la Commissione europea, alla presentazione dell’Agenda europea sulla migrazione, in data 13 maggio 2015.

Gli hotspot sono previsti dall’ordinamento italiano, all’art. 17 del d.l. n. 13/2017, che ha introdotto nel TU sull’immigrazione una nuova disposizione, per la quale “Lo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi (…)”.

La Commissione d’inchiesta sul sistema di accoglienza, istituita presso la Camera, ha rilevato numerose criticità nell’approccio hotspot, compresa l’insufficiente capacità di accoglienza degli attuali centri rispetto ai flussi migratori.

Inoltre, stando ai dati del Rapporto sui centri di permanenza per il rimpatrio in Italia, della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato, a dicembre 2017 soltant

o quattro dei sei hotspot previsti risultavano attivi, cioè quelli di Lampedusa, Taranto, Trapani e Pozzallo.

Lo scorso 30 agosto, a Vienna, si è tenuto il vertice dei Ministri della Difesa europei. I punti al centro della discussione sono stati la gestione condivisa dei porti, le regole di sbarco e la redistribuzione dei migranti fra gli Stati. Inoltre, è stata ancora una volta sottolineata la necessità di riscrivere gli Accordi e i Trattati in materia di immigrazione, che non sono evidentemente adeguati a fare fronte allo stato di emergenza attuale.

Anche l’operazione Sophia, della quale il Governo italiano auspica la modifica, è stata oggetto di discussione durante il vertice. Si tratta di un’operazione militare dell’Unione europea, avviata dal Consiglio affari esteri Ue, nel giugno del 2015 e prorogata due volte, fino all’attuale scadenza, prevista per il 31 dicembre 2018.

Il fine primario della missione è di contrastare il traffico di esseri umani, ma in occasione delle proroghe sono stati aggiunti alcuni obiettivi ulteriori, tra cui la formazione della Guardia costiera e della Marina libiche, nonché il compito di potenziare lo scambio di informazioni sulla tratta di esseri umani con le agenzie di contrasto degli Stati membri, Frontex ed Europol.

In occasione del vertice di Vienna, inoltre, il ministro Trinca ha avanzato una proposta relativa alla rotazione dei porti, che ha riguardato l’istituzione di un’unità di coordinamento, a Bruxelles o in un altro luogo, con il compito di assegnare, di volta in volta, il porto responsabile dell’accoglienza dei migranti al Paese competente. Tuttavia, su tale proposta non è ancora stato raggiunto un accordo.

Intervista al professor Francesco Costamagna, docente di diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Torino

A cura di Andrea Mitti Ruà

I concetti riportati non integrano totalmente la disciplina relativa al caso Diciotti. Per questo abbiamo chiesto chiarimenti al professor Francesco Costamagna, docente di diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Torino e membro della S.I.O.I. In particolare, il Professore ha chiarito il precedente che si è venuto a creare con il caso della Diciotti e le violazioni che possono configurarsi sia a livello nazionale sia a livello europeo.

Cosa prevede e in che casi si applica la norma che regola la procedura dei rimpatri? La distribuzione dei migranti nei diversi Paesi dell’UE è prevista nei Trattati?

Il Trattato non stabilisce un meccanismo 

di ripartizione dei migranti: l’art. 80 TFUE prevede, però, che la politica comune di immigrazione sia governata “dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario”. Nel 2015, poi, erano state adottate due decisioni per la ricollocazione di una quota di richiedenti asilo (quindi solo di una categoria di migranti) presenti in Grecia e Italia. Il programma prevedeva la ricollocazione di 140.000 persone e riguardava solo richiede

nti aventi una nazionalità il cui tasso di riconoscimento della protezione interna

zionale fosse pari o superiore al 75% dei casi (Siria ed Eritrea, ad esempio). Il programma si è rivelato un fallimento a causa del rifiuto di molti Stati (e soprattutto di quelli appartenenti al cd. Gruppo di Visegrad) di accogliere la loro qu

ota di richiedenti.

Le frontiere italiane sono anche frontiere dell’UE. È compito quindi dell’Italia o dell’Unione gestirle? In che modo?

L’art. 77 TFUE prevede la creazione di un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne. Si parla di “gestione” e non “controllo”, quasi ad indicare che il secondo sia un potere che resti in capo agli Stati, anche se è oggettivamente difficile distinguere i due momenti. Nel 2016 è stata creata l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la quale sostituisce Frontex con compiti più ampi che vanno nel senso di contribuire alla gestione integrata e alla preservazione del sistema Schengen.

La nave Diciotti è stata a lungo bloccata in porto senza possibilità di far sbarcare i migranti. È legittimo che ciò avvenga?

Il fermo della nave e dei suoi passeggeri costituisce una illegittima restrizione della libertà delle persone coinvolte. A quanto si 

sa, il trattenimento è avvenuto senza l’adozione di alcun provvedimento da parte dell’autorità e si è protratto per molti giorni, costringendo le persone a sopravvivere in condizioni igieniche e sanitarie molto difficili. Così come sostenuto da più parti, la situazione parrebbe integrare una violazione dell’art. 5 della CEDU, oltre che dell’art. 13 della nostra Costituzione.

I migranti che non vengono rimpatriati sono tutti rifugiati politici?

Non è detto, occorre una valutazione caso per caso. Il riferimento alla nazionalità dei migranti quale indice per valutare la concedibilità dello status di rifugiato è utile, ma può essere fuorviante in questo senso.

Come dovrebbe agire l’UE per una migliore gestione della questione migratoria?

E’ ovviamente impossibile rispondere in maniera esaustiva a questa domanda. Mi limito ad un riferimento ad un’azione concreta che potrebbe contribuire a migliorare la situazione. Mi riferisco, in particolare, alla politica sul rilascio dei visti da parte dei Paesi europei. Credo che l’adozione di politiche meno restrittive in tal senso potrebbe ridurre il numero di migranti costretti ad affrontare lunghe traversate, consentendo, al contempo, ai Paesi europei di meglio gestire il fenomeno attraverso le loro ambasciate nei Paesi di partenza. Si tratta, ovviamente, di una piccola proposta, e non della misura in grado di risolvere il problema. Forse perchè quello dell’immigrazione non è un problema e, come tale, non ha soluzione. L’unica cosa a cui si può aspirare è una miglior gestione di una situazione strut

turale.

La prospettiva europea

Di Giuliana Cristauro

La posizione dell’Unione è diversa da quella italiana, nonostante al tempo stesso essa la integri. L’Unione Europea, in materia di immigrazione, si è posta come obiettivo l’instaurazione di un approccio equilibrato per la gestione della migrazione legale ed il contrasto all’immigrazione clandestina. Per queste ragioni sono state avviate delle operazioni navali finalizzate a garantire la sicurezza delle frontiere dell’UE, salvare le vite dei migranti in mare e combattere i trafficanti di migranti. La base giuridica della politica migratoria europea è costituita dagli art

icoli 79 e 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

La corretta gestione dei flussi migratori comporta principalmente il rafforzamento delle misure di lotta all’immigrazione clandestina, compresi la tratta ed il traffico, e la promozione di una cooperazione più stretta con i Paesi terzi in tutti i settori. Le politiche d’immigrazione, in base al Trattato di Lisbona, sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario (art. 80 TFUE).

L’Unione, inoltre, ha adottato atti normativi importanti per contrastare la migrazione irregolare. Nello specifico il “pacchetto sui favoreggiatori” comprende la direttiva 2002/90/CE del Consiglio volta a stabilire una definizione comune del reato di favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali e la decisione quadro 2002/946/GAI, che stabilisce sanzioni penali per tale condotta. La questione della tratta si trova nella direttiva 2011/36/UE relativa alla prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime.

L’Unione ha adottato anche diverse norme comuni per il ricollocamento di migliaia di richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia e per il rimpatrio di migranti illegali. Il sistema Comune europeo di asilo (CEAS)  prevede delle norme minime per il trattamento di tutti i richiedenti asilo, tuttavia la crisi migratoria ha evidenziato la necessità di riformare le regole di asilo dell’UE. Secondo le norme vigenti, infatti, i richiedenti asilo non sono trattati in modo uniforme in tutta l’UE e anche la percentuale di decisioni positive in materia di asilo varia notevolmente. Di conseguenza, i richiedenti asilo viaggiano in Europa e fanno richiesta di asilo nei Paesi in cui credono di avere una maggiore possibilità di ricevere protezione internazionale. Per tale motivo il Consiglio sta esaminando delle proposte legislative volte a riformare il sistema. La riforma renderebbe il sistema più efficiente e più resistente alla pressione migratoria eliminando i fattori di trazione e i movimenti secondari, combattendo gli abusi e sostenendo meglio gli Stati membri più colpiti.

In base alle norme attuali, i Paesi dell’UE di primo arrivo dei migranti sono tenuti a trattare le domande di asilo. Ciò ha comportato un onere significativo per la Grecia e l’Italia, che hanno registrato flussi di migranti senza precedenti durante la crisi migratoria del 2015. Nel giugno 2015 i leader dell’UE hanno convenuto di ricollocare 40.000 richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia nei due anni successivi.

La registrazione dei migranti è una tappa fondamentale per la legislazione dell’UE ed è necessaria per individuare chi è ammissibile alla ricollocazione. Nel giugno 2015 il Consiglio europeo ha convenuto di creare “punti di crisi”, i cosiddetti hotspot negli Stati membri in prima linea per registrare i migranti in modo sistematico. Al momento sono aperti 5 hotspot in Grecia e altri 4 in Italia. I migranti che arrivano in Grecia e in Italia vi sono sottoposti a registrazione e rilevamento delle impronte digitali.

La politica di gestione delle frontiere ha registrato nel tempo la creazione di strumenti e di agenzie, quali il sistema d’informazione Schengen, il sistema d’informazione visti e recentemente l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera (Frontex). La base giuridica della politica di gestione delle frontiere è costituita dagli articoli 67 e 77 del TFUE. L’Unione ha stabilito norme comuni per i controlli alle sue frontiere esterne anche perché il ritmo dei cambiamenti è velocemente aumentato a seguito delle numerose perdite di vite umane nel Mediterraneo negli ultimi anni, associate all’enorme afflusso di profughi e migranti fin dal settembre del 2015. L’articolo 14, paragrafo 2, del codice frontiere di Schengen, prevede che “il respingimento può essere disposto solo con un provvedimento motivato che ne indichi le ragioni precise”.

La crisi relativa alla gestione dei flussi irregolari è stata oggetto di recenti incontri bilaterali e multilaterali tra Stati membri, soprattutto a seguito dello stallo che si è verificato in sede di negoziato del Consiglio dell’UE sulla riforma del regolamento di Dublino e delle decisioni assunte dal Governo italiano in materia di sorveglianza delle frontiere marittime.

Dopo gli incontri bilaterali Francia – Italia del 15 giugno 2018 e Germania-Francia del 19 giugno 2018, il 24 giugno 2018 si è svolto a Bruxelles un vertice informale a 16 al quale hanno partecipato il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e i leader di Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna e Svezia.

Nel corso di tale vertice l’Italia ha presentato un piano articolato in dieci punti volto a superare la crisi migratoria, secondo un approccio integrato multilivello che ha posto quale obiettivo prioritario la regolazione dei flussi primari in Europa. L’Italia ha proposto di intensificare accordi e rapporti tra UE e Paesi Terzi da cui partono o transitano i migranti, prevedendo la realizzazione di centri di protezione internazionale nei Paesi di transito (in cooperazione con UNHCR e OIM), per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari.

Inoltre è stato previsto anche il rafforzamento delle frontiere esterne, sia potenziando le missioni UE sia sostenendo la Guardia costiera libica. Diversi punti del piano inoltre prevedono il superamento del regolamento Dublino ed in particolare il criterio dello Stato di primo approdo sulla base del principio della responsabilità comune tra Stati membri sui naufraghi in mare. In particolare l’Italia ha chiesto il superamento del concetto di “attraversamento illegale” per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di operazioni di ricerca e soccorso (SAR) nonché la scissione tra concetto di porto sicuro di sbarco e quello di Stato competente ad esaminare richieste di asilo. Altra proposta italiana è stata quella di realizzare centri di accoglienza in più Paesi europei per salvaguardare i diritti di chi arriva ed evitare problemi di sovraffollamento.

La revisione del regolamento Dublino importa principalmente l’individuazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di asilo. La disciplina proposta dalla Commissione si ispira al bilanciamento dei principi di solidarietà e responsabilità. L’obiettivo è quello di circoscrivere la portata del principio vigente dello Stato di primo approdo, predisponendo un meccanismo automatico di redistribuzione per quote obbligatorie delle domande dei richiedenti asilo che gravano su sistemi nazioni in situazioni di particolare crisi. Il meccanismo di solidarietà per quote obbligatorie di richiedenti asilo è stato criticato dall’Italia e da altri Paesi del Mediterraneo.

Il sostegno finanziario dell’UE stanziato finora per l’Italia a titolo di assistenza d’emergenza ammonta a circa 190 milioni di euro, che si aggiungono ai fondi del bilancio UE che superano i 650 milioni di euro. Per quanto concerne il sostegno operativo nel controllo delle frontiere esterne e nel contrasto all’attività di traffico di migranti è importante ricordare l’operazione navale Eunavfor Med Sophia, avviata nel 2015, volta a contrastare il fenomeno delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti di migranti nel Mediterraneo. E’ inoltre in corso l’operazione congiunta Themis, volta a sostenere l’Italia nella lotta all’immigrazione irregolare nel Mediterraneo centrale, nel salvataggio di vite umane in mare e nella prevenzione e rilevamento della criminalità transfrontaliera. Recentemente è stato istituito un nuovo corpo permanente di guardie di frontiera di circa 10.000 elementi.

Secondo l’UNHCR dall’inizio del 2018 ad oggi sono sbarcate sulle coste meridionali dell’UE circa 43.000 migranti. Al 25 giugno 2018 la rotta del Mediterraneo centrale (dalla Libia/Tunisia verso l’Italia) ha registrato 16.300 sbarchi; la rotta del Mediterraneo orientale (dalla Turchia alla Grecia) circa 13.000 sbarchi e quella del Mediterraneo occidentale ( dal Marocco alla Spagna) 13.500.

Intervista a  Sergio Vittorio Scuderi, responsabile Gruppo Universitario Amnesty International – Catania

A cura di Giuliana Cristauro

Il caso Diciotti ha scatenato una grande mobilitazione della società civile. Il Direttore generale di Amnesty International, Gianni Rufini, ha dichiarato che “migliaia di persone, compresi tantissimi attivisti di Amnesty International, hanno chiesto che le persone soccorse in mare dalla Guardia Costiera fossero fatte scendere e potessero chiedere protezione internazionale”. Tra gli attivisti presenti al Porto di Catania anche Sergio Vittorio Scuderi, Responsabile Gruppo Universitario di Amnesty International Catania, al quale abbiamo posto delle domande sulle ragioni della mobilitazione e su come si è svolto il presidio.

Il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi ha dichiarato che “lo sbarco dei migranti della “Diciotti” è stato l’epilogo di una prova di forza tanto inutile quanto crudele”. Cosa diresti al riguardo alla luce delle proteste al Porto di Catania da parte di Amnesty International Catania?

Amnesty International crede che questa situazione deplorevole si potesse e si dovesse evitare. Il braccio di ferro portato avanti dall’attuale Governo italiano per attirare l’attenzione dell’Unione Europea sulla questione è avvenuto non solo al di fuori di qualsiasi norma in materia ma è stato, come prevedibile, del tutto inutile: che i migranti a bordo di una nave della Guardia Costiera italiana, già giunta sul territorio nazionale, dovessero sbarcare era una conclusione inevitabile.

A ciò si aggiunga che tale prova di forza non sia servita a niente, considerando che il Governo non ha ottenuto alcuna risposta positiva e che la ricollocazione dei migranti avverrà in maggior parte sullo stesso suolo italiano, atteso che la C.E.I. è un organo che ha sede e opera a tutti gli effetti in Italia. Per non parlare, poi, della distribuzione di venti migranti in Albania, Paese extra UE e come tale al di fuori della cornice legale del Regolamento di Dublino. Insomma, l’unico effetto che il caso Diciotti ha sortito è stato quello di perpetuare le sofferenze di persone già fortemente provate da terribili esperienze pregresse e proprio in ciò risiede la crudeltà della vicenda.

La vicenda della nave “Diciotti” ha comportato la mobilitazione inaspettata di migliaia di persone, compresi tantissimi attivisti di Amnesty International, che hanno chiesto che le persone soccorse in mare dalla Guardia Costiera fossero fatte scendere e potessero chiedere protezione internazionale. Quali ragioni, sul piano umanitario, hanno determinato un’enorme mobilitazione della società civile?

Durante la settimana del presidio abbiamo assistito a una partecipazione che probabilmente nessuno di noi si attendeva. Quotidianamente, dalla mattina alla sera, c’era sempre qualcuno fisso al porto di Catania per manifestare la propria solidarietà alle persone trattenute sulla Diciotti, per dimostrare il proprio dissenso nei confronti delle prese di posizione estremisitche e illegittime da parte del Governo.

Tuttavia, il momento più pregnante è stato sicuramente sabato pomeriggio, quando migliaia di persone provenienti da tutta la Sicilia e persino da più lontano si sono unite in un’unica voce al grido “Libertà!”. Credo che tutte queste persone, indignate per la situazione, abbiano avvertito l’esigenza e l’importanza di affermare espressamente che questo non è il modo giusto per affrontare la questione migratoria, che non si possono tenere in ostaggio delle vittime – in condizioni precarie tra l’altro – solo per un mero gioco politico e che c’è un’ampia fetta di italiani ed italiane che contrastano questo clima d’odio e di xenofobia che pare si stia diffondendo sempre più nel nostro Paese.

Cosa ha provocato, nello specifico, la mobilitazione di Amnesty International per la vicenda della nave “Diciotti”?

La presenza di un’organizzazione importante nell’ambito dei diritti umani quale è Amnesty International ha di sicuro apportato un significativo contributo alle ragioni della mobilitazione. Contributo che non si è fermato al presidio di Catania, ma che ha trovato un’ulteriore conferma della nostra posizione nella successiva manifestazione tenutasi a Milano in occasione dell’incontro tra il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orbán. Più ad ampio spettro, ciò ha provocato un rafforzamento della strategia sulla tutela dei migranti in Italia e in generale a livello internazionale, alimentando la relativa campagna lanciata da Amnesty dal nome “IWelcome”.

Quanti erano i migranti a bordo della “Diciotti” e da dove provenivano?

In principio erano 177, di cui 27 minori. Questi ultimi sono stati fatti sbarcare prima di tutti gli altri – mercoledì notte – grazie a un tempestivo intervento della Procura presso il Tribunale dei minori di Catania che ha intimato al Governo di farli scendere, in quanto la normativa prevede che ai minori non accompagnati deve essere riconosciuto senza condizioni il diritto di asilo e deve essere loro garantito l’immediato inserimento in strutture idonee. Nei giorni seguenti si è assistito allo sbarco di circa una quindicina di adulti per questioni sanitarie.

La maggior parte dei migranti proveniva dall’Eritrea, Paese dove i minorenni sono obbligati ad arruolarsi nell’esercito a tempo indeterminato e dove detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate sono all’ordine del giorno.

La restante minoranza fuggiva da diversi Paesi africani e asiatici: Bangladesh, Siria, Egitto, Somalia e Isole Comore.

In quali condizioni hanno trascorso i giorni in cui la nave è stata bloccata al Porto di Catania?

Dalla relazione fatta dal Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, abbiamo appreso che la nave non era, com’è ovvio, attrezzata per ospitare un numero tanto elevato di persone per tempi prolungati.

Nonostante l’encomiabile impegno profuso dal comandante e dall’equipaggio per rendere più tollerabile la permanenza a bordo dei migranti, diverse erano le criticità, tra le quali: presenza di solo due bagni fruibili, mancanza di acqua corrente per potersi lavare (i migranti hanno potuto fare solo una doccia a testa in una settimana, usando un tubo installato sul ponte), totale inadeguatezza dei giacigli per il riposo notturno e attrezzature non idonee per ripararsi dalle forti e costanti piogge che hanno interessato la zona durante quei giorni. In più va evidenziata l’assoluta mancanza di informazioni sulle motivazioni in forza delle quali non era loro consentito scendere a terra.

Vi sono state emergenze sanitarie?

Sì. Come dicevo prima, nella giornata di sabato sono state fatte sbarcare 16 persone per ordine dell’Ufficio di Sanità marittima a seguito dell’ispezione da parte di personale medico inviato dal Ministero della Salute che ha rilevato delle emergenze sanitarie a bordo; in particolare alcuni soggetti erano sospettati di essere affetti da patologie gravi, come scabbia e tubercolosi. Parte di questi casi sospetti sono stati poi confermati.

Come si è svolto il presidio al Porto di Catania?

Grazie all’unione di numerose associazioni e organizzazioni, insieme a singoli cittadini, si è riusciti a creare una rete di protesta che ha assicurato la presenza costante di manifestanti al porto. Amnesty ha potuto garantire il suo sostegno quotidiano alla causa grazie alla partecipazione di più gruppi operanti nella parte orientale della Sicilia: eravamo presenti noi del gruppo universitario, il gruppo 72 di Catania, il 113 di Acireale e l’85 di Siracusa.

E’ stata una manifestazione pacifica? Ci sono stati dei momenti di tensione?

Amnesty ha partecipato esclusivamente alle attività regolarmente autorizzate, che si sono svolte in assoluta tranquillità e nel rispetto di tutti i presenti. Sappiamo però che al termine della grande manifestazione di sabato pomeriggio si sono verificati scontri tra alcuni manifestanti e le forze dell’ordine, come appreso dai mezzi d’informazione. La nostra rappresentanza era già andata via e in ogni caso ci dissociamo da qualsiasi atto del genere.

In conclusione come potresti descrivere questa vicenda?

È stato un momento molto intenso, di condivisione e di forza collettiva che ha unito persone di tutti i generi e di tutte le età. Personalmente non mi aspettavo una tale adesione, soprattutto in una città come Catania, dove molto spesso l’indifferenza vige indisturbata. Diciamo che, in mezzo a quella massa informe di invettive razziste e xenofobe e di discorsi d’odio da cui siamo tempestati giornalmente, è stato rassicurante vedere che non tutti la pensano così ma che, anzi, siamo in moltissimi a difendere i diritti umani e a dire a gran voce che prima di tutto vengono le persone e la loro dignità: abbiamo dato un senso pregnante all’espressione “Restiamo umani”.                

Parlando di questi temi e considerando che la Vostra rivista ha sede a Torino, ne approfitto per dire che il Gruppo Italia 009 di Amnesty International Torino è molto attivo su questo fronte e che organizza annualmente una serie di incontri in ambito universitario dal titolo “I lunedì dei diritti”, che avranno luogo la prossima primavera. Per questo autunno è previsto invece un incontro dal titolo “Odio on-line sulla discriminazione e sul razzismo”, inquadrato nella cornice più ampia della campagna #iorispetto e che tratterà, per l’appunto, anche della questione della nave Diciotti.

ProSavana Il progetto di sviluppo che espropria i contadini mozambicani

ProSavana è il nome di un progetto di cooperazione tra Mozambico, Brasile e Giappone, finalizzato allo sviluppo agricolo della regione del Corridoio di Nacala: una lingua di terra compresa tra 13° e il 17° parallelo terrestre, inglobante le province di Cabo, Delgado, Nampula, Zambézia, Niassa e Tete. Sul sito ufficiale, www.prosavana.gov.mz, il progetto viene dipinto come una grande opportunità per il Paese, che permetterà la modernizzazione dell’agricoltura e creerà nuovi posti di lavoro, grazie agli investimenti stranieri. 

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“Gli adepti della tradizione del profeta” Nel nord del Mozambico si sfiora la guerra civile.

Al sunna wa jamaa, che tradotto significa “gli adepti della tradizione del profeta”, è il nome di un’organizzazione terroristica che dal 2016 conduce attacchi feroci nel nord del Mozambico.

Negli ultimi mesi il numero degli attacchi è notevolmente aumentato, provocando la morte di almeno 35 persone e la distruzione di numerose abitazioni.

Tali violenze si concentrano in particolare nella provincia di Cabo Delgado, una zona conosciuta anche in Italia per via delle fiorenti attività di estrazione petrolifera di società nostrane come ENI.

Gran parte della popolazione, spaventata dallo scenario attuale si è rifugiata nel vicino distretto di Macomia, mentre altri hanno raggiunto la costa nella speranza di poter raggiungere le isole dell’arcipelago di Quirimbas. Continua a leggere

Creative commons L’arte di condividere l’arte

Le reti digitali hanno offerto l’opportunitàdi scambiare testi, disegni, musica e video con facilità e in maniera rapida ed economica. Tuttavia, la possibilità di diffondere in maniera capillare le opere in retehamesso in discussione alcuni paradigmi normativi preesistenti.

Uno deilimiti maggiori a questa “libertà comunicativa digitale”risiede nella tutela della proprietà intellettuale. Il diritto d’autore si è sempre posto il problema di attribuire i diritti sulla creatività umana. La sua disciplina trova ampio spazio a livello internazionale, ad esempio nell’Art. 27 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1947); nella Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche del 1886 (aggiornata al 1979); nel World Intellectual Property Organization Copyright Treaty del 1996, nonché nella Direttiva 2001/29/CE. Il principio di fondoè quello di una protezione automatica delle opere dell’ingegnoa carattere creativo: una tutela che si origina automaticamente nel momento in cui le opere vengono create.Dunque, è il momento della creazione dell’operaa generarne i relativi diritti in capo all’autore, anche a prescindere dalla sua consapevolezza.

Con l’introduzione delle tecnologie digitali, la trasmissione delle opere dell’ingegno ha creato un vero e proprio scompenso in questo panorama normativo. Continua a leggere