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Sanzioni, sanzioni, son tutte sanzioni Gli effetti delle nuove sanzioni USA sull’Iran

Alle prese con le elezioni di mid-term, l’amministrazione Trump continua imperterrita con la sua ‘nuova’ ricetta per il medio oriente, tutta a base di sanzioni. Effettivamente, secondo una dichiarazione di Mike Pompeo, saremmo alla diciannovesima tornata di sanzioni dell’era Trump. Questa volta i bersagli sono più di 300 imprese nel settore petrolifero, bancario, assicurativo e logistico iraniano.

Inutile dire che la risposta iraniana non si è fatta attendere e, quanto al suo tenore, certo non si può parlare di originalità: dal capo delle forze armate della Repubblica Islamica giungono minacce e ammonimenti contro una possibile guerra che sarebbe destinata a fallire. Da Rohani, invece, arrivano più miti rassicurazioni, come “bypasseremo le sanzioni”, “l’accordo sul nucleare del 2015 è ancora in piedi” e via dicendo.

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L’ordine regna in Siria La riapertura delle frontiere siro-giordane e siro-israeliane

Tutto sembra andare per il meglio. Ormai la stragrande maggioranza della Siria è ritornata sotto il controllo dell’esercito di Damasco e del potente alleato Russo. I primi segni di una rinnovata sicurezza, infatti, non si fanno attendere.

Un primo segnale di apertura giunge – forse non a caso – dalle alture del Golan. L’unica frontiera esistente fra Israele e Siria in quella zona è stata riaperta per la prima volta dopo 4 anni al fine di consentire il passaggio di due vetture delle Nazioni Unite. Gli osservatori dell’Onu hanno così potuto, a seguito di un accordo fra governo Siriano, ONU e Israele, giungere nella vicina città di Quneitra. Li si sono incontrati con i leader della comunità Drusa della città di frontiera Siriana. Se si è ancora decisamente lontani da una riapertura dei confini ai civili ed ai mezzi commerciali, si tratta comunque di un passo avanti.

La riapertura delle frontiere siriane, chiuse da almeno quattro anni, ha infatti causato una drastica riduzione del volume degli scambi nella regione. Il territorio siriano è storicamente una zona di crocevia, nel quale si snodano alcune fra le più importanti vie commerciali della regione. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

ARABIA SAUDITA

28 settembre. La Mecca investita da importati blackout, eccezionalmente colpita da 4 giorni di forte tempesta. Le forti piogge hanno causato numerosi disagi nella città santa.

EGITTO

29 settembre.  Multata e condannata a 2 anni di carcere per aver diffuso delle fake news. L’attivista per i diritti delle donne, Amal Fathy, aveva postato un video di denuncia in cui mostrava le molestie subite da una donna, denunciando il lassismo del governo.

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Guerre commerciali per paci durature Le nuove sanzioni commerciali imposte all’Iran dagli USA riscuotono poco successo fra gli alleati

Dopo i dazi imposti alla Cina, al Canada e all’Europa, “The Donald” torna a rivolgere il suo sguardo ad Oriente. Dopo essersi ritirato dall’accordo sul nucleare stretto con Teheran dal suo predecessore, le nuove – tanto annunciate – sanzioni sono entrate in vigore martedì 7 agosto scorso.

L’efficacia di questa nuova ondata di sanzioni è tuttavia decisamente dubbia: il principio sul quale questo genere di ritorsioni si regge è difatti la risposta unanime della comunità internazionale. Se in precedenza questa aveva adottato all’unisono misure sanzionatorie nei confronti della politica nucleare iraniana, oggi la situazione è assai diversa.

In primo luogo l’Europa non solo non ha denunciato l’accordo, ma ha pure, per voce dell’alto rappresentante Mogherini, esortato le sue imprese a fare affari con l’Iran constatando che Teheran ha, sino ad ora, rispettato gli accordi presi. I Paesi membri dell’UE sono dunque liberi di commerciare con la Repubblica Islamica. Continua a leggere

Humnitarian assistance and the war of numbers A warning from 1982 Israeli operation “Peace for Galilee”

It can be useful to make an example out of the war context: the war of numbers between strike organizers and police forces can serve this purpose. Whenever a strike takes place organizers diffuse a number of participants which is very likely to be different from the one released by police forces. The problem does not rely on the different statistic/mathematics tools used to count people, but on the purpose these numbers serve. For the organizers the higher the turnout is, the stronger will be their position in bargaining, while for the government it is the opposite. 

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Una giustizia dalla memoria corta L’analisi della scarcerazione del soldato israeliano Elor Azaria

 

2016, 26 maggio. È una giornata piuttosto fredda per la media stagionale a Hebron. I coloni israeliani hanno da poco finito di sfilare nelle strade della città per la festività del Purim. Due uomini si avvicinano verso il posto di blocco nel quartiere di Tel Rumeidan, presidiato del battaglione Shimshon della brigata Kfir delle Forze di Difesa Israeliane. All’improvviso estraggono un coltello e si lanciano contro i militari. I soldati sparano. Il primo assalitore muore sul colpo, il secondo, esanime giace a terra. Elor Azaria si tiene indietro, poi tutt’a un tratto arma il suo fucile e spara in testa ad Abdel Fattah Al-Sharif, che muore sul colpo. Aveva 21 anni.

La scena viene ripresa da un gruppo israeliano di difesa dei diritti umani, B’tselem. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

ARABIA SAUDITA.

29 aprile.  La visita del segretario di Stato statunitense Mike Pompeo in Medio Oriente è iniziata da Riyadh: “Il mio scopo è quello di rafforzare i nostri rapporti”, ha dichiarato il Segretario di Stato durante una conferenza stampa.

2 maggio. Dichiarazione shock del principe saudita, Mohammed bin Salman: “I palestinesi accettino la proposta di Trump o chiudano la bocca”.

IRAN

1 maggio. Tensioni in atto. L’ayatollah, Ali Khamenei, ha lanciato un avvertimento: “Trump sta spingendo i Sauditi ad un confronto armato con noi”.

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Un altro Generale Breve storia di uno degli "uomini forti della Libia"

Khalifa Belqasim Haftar non è un novizio della politica libica.

Fedelissimo di Gheddafi, la sua carriera militare giunge all’apogeo nell’87, quando guida un corpo d’armata contro il Ciad. Viene fatto prigioniero, ma dalla sua prigionia crea un manipolo di 2000 prigionieri libici detto “forza Haftar” (LNA, Libyan National Army) con lo scopo di rovesciare la Jamāhīriyya.

Liberato dopo tre anni di prigionia si rifugia negli USA, dove lo accolgono come rifugiato politico assieme a più di 300 suoi miliziani, distribuiti in 25 Stati. Otterrà anche la cittadinanza americana, salvo poi, nel 2011, tornare in patria dopo la caduta di Gheddafi.

Gode, infatti, di una certa fama in Libia: molti suoi connazionali lo definiscono come un militare competente, “rispettato dai più anziani e ammirato dai più giovani”.

Khalifa Belqasim Haftar ricostituisce così l’esercito dell’LNA. Ma la Libia rimane divisa, e non tutti sembrano disposti a volergli lasciare la guida del Paese: nel 2015, gli accordi di Skhirat (Marocco), riconoscono come governo ufficiale della Libia quello di Al-Sarraj.

Il generale si affretta a dichiarare tali accordi come “nulli e non avvenuti”, forte dell’appoggio USA.

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La sindrome del primo della classe Mohammed Bin Salman fa parlare di sé

Il 19 marzo il Principe saudita, plenipotenziario del reame, dichiarava ai giornalisti del programma televisivo americano 60 minutes: “Solo la morte potrà impedirmi di governare”. Da lì a pochi giorni avrebbe infatti compiuto la prima visita ufficiale alla Casa Bianca.

Naîves le voci, fra cui quella dell’autorevole Human Right Watch, secondo cui Mohammed Bin Salman avrebbe arrestato e imprigionato al Ritz Carlton di Rijad numerosi principi e notabili sauditi accusati di corruzione.

Tacendo riguardo la guerra in Siria e sulle campagne anti-corruzione, MBS ricorda i passi che il suo regno sta compiendo verso l’uguaglianza uomo-donna e la modernizzazione. Poi passa all’Iran: se Khamenei viene paragonato a Hitler, le mire espansionistiche del Paese richiamano la Germania nazista. Il Principe aggiunge: “L’Iran non è nostro rivale”, poiché il quinto Paese musulmano per popolazione avrebbe un economia ben più debole di quella saudita. Ma una cosa è certa per il leader saudita: se Teheran si doterà di armi nucleari, Rijad la seguirà. Continua a leggere

Medio Oriente: 7 giorni in 300 parole

EGITTO

16 marzo. Si aprono le urne  per gli egiziani all’estero. La vittoria del generale Al Sisi è data per certa da numerosi elettori.

17 marzo. Nonostante l’invito a boicottare le elezioni da parte dell’opposizione, sono numerosi i cittadini egiziani all’estero a recarsi alle urne.

20 marzo. Il presidente del Sudan Omar al-Bashir incontra al Cairo Al Sisi. “Coopereremo per la costruzione della diga sul Nilo” , la dichiarazione congiunta dei due leader.

IRAQ

21 marzo. Ritrovati i corpi dei 39 indiani rapiti  nel 2014. Identità confermate dal test del DNA.

ISRAELE – PALESTINA

16 marzo. Due soldati israeliani uccisi da un veicolo nella città di Yabed, a Jenin. L’attacco avviene nel contesto delle proteste che continuano ormai da 100 giorni a seguito della dichiarazione di Trump sullo spostamento dell’ambasciata USA  presso Gerusalemme.

17 marzo. Raid israeliano nel villaggio di Bartaa dove viveva l’assalitore, sospesi più di 67 permessi di lavoro e 26 permessi commerciali ai membri della sua famiglia a titolo di rappresaglia.

18 marzo. Detenuto dallo Shin Bet il francese Franck Romain per traffico internazionale di armi. In carcere da metà febbraio la notizia è stata fatta trapelare solo adesso.

22 marzo. 12 palestinesi con residenza a Gerusalemme sono stati deportati nella striscia di Gaza per  “legami con il terrorismo”.

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