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L’APAC 18 A Kathmandu Parlando di interdipendenza, prosperità reciproca e valori universali

A ridosso del recente meeting APEC in Papua Nuova Guinea, in cui la ‘Xiplomazia’ ha provato a rubare la scena, oltre 1.500 persone da almeno 40 Paesi, tra cui rappresentanti dei governi asiatici, del business e della società civile, si sono radunati a Kathmandu per il Vertice Asia-Pacifico 2018 (APAC 18).

Il summit, tenutosi tra il 30 novembre e il 3 dicembre, è stato perlopiù finanziato dalla Federazione per la Pace Universale (UPF), un’associazione neo-cristiana fondata dal defunto mogul sudcoreano dell’informazione Sun Myung Moon.

L’APAC 18 si è concluso con un giorno di anticipo sulla tabella di marcia e la redazione di una Dichiarazione per la Pace e lo Sviluppo in 7 punti, che, oltre a celebrare l’esempio del Nepal nella conclusione della guerra civile del 1996-2006 all’insegna di amnistia, multilateralità e conciliazione, ha affrontato questioni come il cambiamento climatico, il rafforzamento dell’autonomia e della leadership femminile e dei giovani. Continua a leggere

Il Mar di Timor non basta Dispute territoriali e spionaggio tra Timor Est e Australia

Martedì 24 luglio, con un giorno in anticipo sulla data preventivamente fissata, il procuratore della Repubblica Australiana Sarah McNaughton ha annunciato che la prima udienza che vedrà al banco degli imputati l’ex spia conosciuta con lo pseudonimo di Testimone K ed il suo avvocato Bernard Collaery sarà posticipata al 12 settembre.

Il processo, che potrebbe tenersi in segreto per presunte ragioni di sicurezza nazionale, ha attirato l’attenzione di attivisti e organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch, che spingono per procedure aperte e trasparenti, se non per l’abbandono definitivo delle accuse.

La vicenda giudiziaria, che tanti condannano come ritorsione politica, è basata sulla supposta violazione dell’Articolo 39 dell’Intelligence Security Act, che mira a impedire la diffusione di informazioni riservate da parte dei membri dei servizi segreti. Secondo Collaery, tuttavia, le rivelazioni sarebbero avvenute con la previa approvazione da parte dell’Ispettore Generale per l’Intelligence e la Sicurezza e del capo dei Servizi Segreti Australiani (ASIS).

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Senza Paese, senza storia, senza speranza Uno sguardo sulle diverse narrazioni di una crisi irrisolta e incompresa

Martedì 22 maggio, Amnesty International ha diffuso i risultati di un’investigazione, basata su interviste e sopralluoghi, che confermerebbe le allegazioni del Governo birmano circa l’uccisione di 99 membri della minoranza indù, da parte di un gruppo armato Rohingya nello Stato di Rakhine.

Le vittime erano state trovate dall’esercito a settembre 2017, in una fossa comune, confermando alcuni degli eventi descritti dall’esecutivo di Naypyidaw che hanno condotto all’esodo di oltre 800.000 Rohingya. Continua a leggere

L’America prima, la democrazia poi Yingluck condannata in absentia, Prayut alla Casa Bianca

Quando ancora si chiamava Siam, l’odierna Tailandia (letteralmente, <<terra dei liberi>>) è stata l’unico Paese capace di resistere alla colonizzazione occidentale. Nel 1833, la dinastia Chakri, aprì alle relazioni con gli Stati Uniti, ponendo le basi per un’alleanza, che ha resistito alla seconda guerra mondiale e alla guerra fredda.

La recente storia tailandese è stata però segnata da una sequela di colpi di stato e semi-dittature militari. Dal penultimo golpe, nel 2006, non era più accaduto che un capo di governo della Terra dei Sorrisi fosse invitato alla Casa Bianca.

Dal putsch del 2014, la Tailandia sembra essersi avvicinata alla Cina. Il commercio in artiglieria e l’accesso ai porti militari è  oggetto di contesa e alcuni giovani generali filocinesi cominciano a sostituire chi ha combattuto in Vietnam al fianco degli americani.

C’è chi, con questa premessa, ha ritenuto la visita a Trump del Primo Ministro Prayut Chan-o-cha, tenutasi il 2 ottobre, un buon segno per l’affermazione della democrazia nel sudest asiatico.

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La guerra alla droga torna in Indonesia Jokowi si rifà a Duterte e legittima la violenza

A fine luglio, a ridosso del sequestro di un imponente carico di metanfetamine dirette a Taiwan, il presidente indonesiano Joko “Jokowi” Widodo ha sollecitato le forze armate a sparare senza esitazioni ai narcotrafficanti stranieri che tentassero di entrare nel Paese “qualora opponessero un po’ di resistenza“. “Sparategli!” ha detto, “Non abbiate pietà“.

Un recente studio condotto dall’Università di Melbourne indica che la polizia indonesiana avrebbe ucciso circa 49 sospetti spacciatori nei primi sei mesi del 2017, con un considerevole aumento rispetto ai 10 e ai 14 di 2015 e 2016. Sebbene per questo tipo di crimine il 98,3% degli arrestati sia di nazionalità indonesiana, almeno il 16% delle vittime riportate sarebbero state straniere. In più di un terzo dei casi, peraltro, le uccisioni sarebbero avvenute ben dopo l’arresto, durante il trasporto del sospetto presso un terzo luogo per la ricerca di complici, narcotici ed armi.

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Rama X al potere Gli autocrati si fronteggiano, la democrazia sta in disparte

 

In aprile, il nuovo re tailadese Maha Vajiralongkorn ha firmato la ventesima Costituzione del Paese dalla fine della monarchia assoluta, nel 1932. La Carta, voluta dalla Giunta militare ascesa al potere con il colpo di Stato del 2014, darebbe ai generali il potere di influenzare la politica tailandese per anni o anche decadi.

Di recente, inoltre, il primo ministro Prayut Chan-o-cha, capo della Giunta, ha ottenuto l’istituzione di un Comitato per la Strategia Nazionale, che includerà i vertici delle forze armate e dei rappresentanti del mondo dell’industria e degli affari. La Giunta potrà così realizzare, nei prossimi vent’anni, dei piani quinquiennali per riformare il sistema politico, legale ed economico della Terra dei Sorrisi, vincolando legalmente i governi futuri.

Le elezioni, che il popolo attende da anni, continuano ad essere rimandate per approvare la Costituzione, o fronteggiare minacce alla sicurezza nazionale. Il 26 maggio, Prayut ha messo in dubbio l’utilità e l’affidabilità di elezioni democratiche in Tailandia e si è rivolto ai cittadini, affinchè si esprimessero in proposito. Appena 98.000 persone (il 16% degli aventi diritto) han deciso di rispondere al sondaggio.

Nel Paese è fatto divieto di riunione e associazione per fini politici.

Il dibattito pubblico è inoltre ostacolato da durissime leggi di lèse majesté, che, soprattutto dopo il rovesciamento del Governo di Thaksin Shinawatra, nel 2006, sono diventate lo strumento preferito dei militari per contrastare i critici della monarchia, nel riverito nome del defunto monarca e a dispetto delle pur fievoli critiche mosse dal medesimo.  Continua a leggere

Daesh nel sudest asiatico Duterte proclama la legge marziale a Mindanao

 

La scorsa settimana sono trapelati i dettagli di una telefonata tra i leader statunitense e filippino, nel corso della quale Trump si è affabilmente congratulato per la – sanguinaria – guerra alla droga di Duterte.

Le associazioni umanitarie, le forze di opposizione e i contrappesi istituzionali per ora non sono valsi granchè a contrastare il discusso operato dell’esecutivo filippino. La situazione, peraltro, si è fatta più delicata, da una settimana a questa parte.

A Marawi, città a maggioranza musulmana dell’isola di Mindanao, è infatti scoppiata una sanguinosa guerriglia, dopo la tentata cattura di Isnilon Hapilon, capo di Abu Sayyaf (AS), organizzazione terroristica vicina a Daesh. Le truppe di AS, affiancate dal gruppo Maute, si erano radunate nell’area con l’obiettivo di sferrare un attacco all’inizio del Ramadan.

Il 23 maggio, Duterte ha imposto la legge marziale nell’intera isola. Tra 60 giorni sarà necessario il vaglio di Parlamento e Corte Suprema; il Presidente ha però affermato che intende estendere la legge marziale a tutto il Paese, per il tempo che riterrà necessario.  Continua a leggere

Unità nella diversità? Il Governo colpisce i radicali, mentre Ahok va in carcere

Il 9 maggio, Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama  è stato condannato a 2 anni di carcere per blasfemia, a dispetto del declassamento dell’accusa proposto dai procuratori. Il suo legale ha annunciato che intende ricorrere in appello.

Per ora, Ahok è stato rinchiuso a Cipinang. Il suo vice lo sostituirà negli ultimi sei mesi di mandato.

Secondo alcuni, il verdetto conferma la crescente influenza dell’Islam conservatore in Indonesia. Continua a leggere

Fondamentalismo riluttante L'Indonesia rischia la radicalizzazione?

La terza maggiore democrazia al mondo è composta all’88% da musulmani e, fino a qualche mese fa, è sempre stata descritta come ‘il bastione dell’Islam tollerante e pluralista’.

Gli osservatori hanno cambiato tono nel corso della campagna per le elezioni governative di Giacarta, nelle quali l’etnia ed il credo religioso dei candidati avrebbero, secondo i più, soppiantato ogni considerazione politica nella determinazione del vincitore. Continua a leggere

Islam, minoranze e politica Anies vince a Giacarta e le accuse di Ahok vengono declassate

 

A febbraio, nel primo turno delle elezioni governative di Giacarta, Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama e Anies Baswedan hanno ottenuto rispettivamente il 43% ed il 40% dei voti.

Il 19 aprile si è svolto il secondo turno, Anies ha vinto per 15 punti percentuali, e sostituirà quindi Ahok dal prossimo ottobre.

L’Indonesia è la nazione a maggioranza musulmana più popolosa al mondo e ospita una grande varietà di etnie e religioni. Il Governatore uscente, già vice nel 2012 dell’ora Presidente Joko “Jokowi” Widodo, fa parte di due minoranze: quella di ascendenza cinese (ricca e influente) e, contemporaneamente, quella cristiana protestante.

Ahok, indipendente, è giunto al Governo col sostegno dei maggiori partiti d’opposizione. Da Governatore ha combattuto la corruzione, espanso la prevenzione sanitaria, pianificato la bonifica dei canali di Giacarta e promosso la costruzione della metropolitana nella capitale.  Continua a leggere