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Rating di legalità Che cos’è e quali vantaggi apporta alle imprese?

Il rating di legalità è un indicatore sintetico del rispetto di elevati standard di legalità da parte delle imprese che ne abbiano fatto richiesta, nonché del grado di attenzione che le stesse hanno riposto nella corretta gestione della propria attività. La disciplina di riferimento è il Regolamento attuativo in materia di rating di legalità, con cui è stato attuato il decreto legge n. 1/2012, così come modificato dal decreto legge n. 29/2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 62/2012. Il Regolamento è stato deliberato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) lo scorso 15 maggio 2018. Continua a leggere

L’Unione Europea contro le plastiche monouso Divieto al consumo entro il 2021

Lo scorso 24 ottobre, il Parlamento europeo ha approvato nuove regole sull’utilizzo delle plastiche monouso, al fine di ridurre i rifiuti marini. Infatti, secondo alcuni studi condotti dalla Commissione europea e dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo, il 49% dei rifiuti marini è costituito da plastiche monouso, il 27% da plastiche provenienti da materiali da pesca, il 6% da altre plastiche mentre solo il 18% dei rifiuti sono non plastici.

Attualmente, negli oceani sono presenti oltre 150 milioni di tonnellate di plastica, le cui conseguenze negative si riflettono non soltanto sulla vita marina, con il degrado degli habitat e i rischi per le specie animali che vivono in mare, ma anche per la salute umana, a causa dell’esposizione alle sostanze chimiche attraverso l’alimentazione. Dal punto di vista economico, il costo stimato dei rifiuti marini è di svariati milioni di euro, soprattutto a scapito dei settori ittico e turistico. Per non parlare dei danni che le plastiche causano al clima: basti pensare che, in termini di emissioni di anidride carbonica, riciclare un milione di tonnellate di plastica equivarrebbe a togliere un milione di auto dalle strade.

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Dwayne Johnson c. Monsanto Per la prima volta si sostiene in tribunale il legame tra l’erbicida glifosato e il cancro

In data 11 agosto 2018, la multinazionale di biotecnologie agrarie Monsanto è stata condannata al pagamento di un risarcimento di 289 milioni di dollari a favore di un singolo individuo. Secondo il giudice di San Francisco che ha pronunciato la sentenza, la multinazionale sarebbe infatti colpevole per non aver adeguatamente informato i consumatori dei rischi alla salute connessi con l’utilizzo del proprio prodotto.

In particolare, il ricorrente, Dwayne Johnson, aveva ricoperto per alcuni anni il ruolo di custode di istituti scolastici nella zona di San Francisco, venendo ripetutamente a contatto con l’erbicida incriminato, nell’esercizio delle proprie mansioni. I primi sintomi di una malattia si sono manifestati, per il sig. Johnson nel 2014, all’età di 42 anni. Poco dopo, gli è stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. In seguito alla diagnosi, il sig. Johnson ha intentato la causa contro la ditta Monsanto, che ha sede a St. Louis, in Missouri, la quale ha rigettato le accuse e ha già annunciato di voler ricorrere in appello. Continua a leggere

Depenalizzazione dell’omosessualità in India Storica decisione della Corte suprema indiana

Con una decisione storica, la Corte Suprema indiana ha depenalizzato l’omosessualità, cancellando la sezione 377 del Codice penale indiano, risalente al 1860, che definiva l’omosessualità un “comportamento contro natura”, sanzionato con una multa e la reclusione fino all’ergastolo. Il collegio, composto da cinque giudici, era presieduto da Dipak Misra, il quale ha dichiarato che “criminalizzare l’omosessualità è irrazionale e indifendibile”, definendo la legge “manifestamente arbitraria”. Una decisione analoga era già stata pronunciata dall’Alta Corte di Delhi nel 2009, per poi essere cancellata nel 2013 dalla stessa Corte Suprema.

Sebbene non esistano dati ufficiali, da una stima fatta dal governo indiano nel 2012, gli omosessuali nel Paese sono oltre due milioni e mezzo. La depenalizzazione dell’omosessualità è il risultato di un lungo processo, iniziato fra Ottocento e Novecento: nel 1897 nacque, a Berlino, il Comitato Scientifico Umanitario, che costituì il primo tentativo nella storia di organizzarsi contro le leggi penali che discriminavano gli omosessuali. Continua a leggere

Speciale Caso Diciotti L'indagine sul caso dei migranti trattenuti sul pattugliatore della Guardia Costiera stimola una riflessione sull'immigrazione in Italia, arricchita ad un rigoroso quadro giuridico ed esclusive interviste

Il luogo d’origine della migrazione

Di Jessica Prieto

La notte del 26 agosto si è conclusa l’odissea dei 150 migranti trattenuti sul pattugliatore Ubaldo Diciotti (in principio si trattava di 177, tra cui 27 minori, che sono stati rilasciati mercoledì 22 agosto).

I migranti erano stati tratti in salvo dalla Guardia Costiera giovedì 16 agosto, al largo di Lampedusa, per rimanere poi bloccati per altri sei giorni nel porto di Catania, senza il permesso di lasciare la nave. Secondo un resoconto stilato da Daniela Robert, 

delegata del Garante per le persone detenute e private della libertà, le persone a bordo della nave sono state trattenute “in condizioni estremamente difficili: la maggior parte di esse ha atteso lo sbarco sul ponte della nave, senza ricambi, senza cibo, senza docce e con soli due bagni a disposizione per la totalità dei migranti”.

L’odissea di queste persone, tuttavia, non è iniziata quel 26 agosto, bensì prima, quando hanno deciso di intraprendere uno degli ormai famosi “viaggi della speranza”.

Secondo i dati riportati dalla maggioranza dei quotidiani internazionali, dei 150 migranti presenti a bordo, 130 sarebbero originari dell’Eritrea, due della Siria, sei del Bangladesh, uno dell’Egitto, uno della Somalia e 10 delle isole Comore (Africa orientale).

Ad eccezione di coloro che provengono dalla Siria, che l’opinione pubblica sembra accettare come “rifugiati aventi diritto di asilo”, gli altri, provenienti da Paesi africani ed orientali meno noti, sembrano essere considerate persone scomode “che dovrebbero tornare nei propri Paesi”.

La realtà è molto diversa. Prendendo in considerazione l’Eritrea, si tratta di una nazione sottoposta ad una dittatura militare iniziata nel 1993 e retta da Isaia Afwerki. Su una popolazione di 6 milioni di abitanti, si conta che ogni mese fuggano 5.000 persone, in particolari giovani. Quest’ultimi lasciano un servizio militare obbligatorio e illimitato nel tempo, una totale mancanza di libertà di espressione e culto, esecuzioni illegali delle forze armate.

Inoltre, tentare la fuga dall’Eritrea è un’impresa estremamente pericolosa: uscire dal Paese è dichiarato illegale e chi viene intercettato ai confini rischia il carcere a vita o, nel peggiore dei casi, di essere giustiziato.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, gli Eritrei presenti in Italia sono 9.343 sui 5.144.440 stranieri presenti sul territorio nazionale. Ad essi, e soprattutto a coloro che si presentano come “obiettori di coscienza al servizio militare”, l’art. 10, co. 3 della nostra Costituzione riconosce il diritto di asilo: “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica”. Ciò significa che nonostante si voglia far credere all’opinione pubblica che siano gli immigrati ad essere illegali, in realtà l’illegalità della vicenda risiede nel non riconoscere asilo politico a chi ne avrebbe diritto; ricordando che l’asilo politico deve essere garantito a tutti coloro che fuggono da persecuzioni fondate su ragioni di razza, religione, nazionalità, di appartenenza a un particolare gruppo sociale o di opinioni politiche.

Nonostante l’allarmismo creato dai principali mezzi di comunicazione, è importante ricordare che esiste un’incongruenza tra la percezione degli italiani riguardo i flussi migratori e la realtà.

Secondo i dati ISTAT, mentre tra il 2014 e il 2017 sono sbarcati sulle coste italiane più di 100.000 migranti, nel 2018 il numero si è ridotto a 13.000. Sono aumentate, invece, sia le persone che chiedono una forma di protezione internazionale sia quelle che la ottengono. Guardando ai dati dell’anno passato, le persone che hanno ottenuto una forma di protezione internazionale sono state circa 147.000, mentre quelle ancora in attesa e ospitate nelle strutture di accoglienza sono circa 180.000.

A questi si aggiungono i circa 600.000 stranieri che vivono irregolarmente sul territorio italiano: persone cui è scaduto il permesso di soggiorno, o a cui è stata respinta la richiesta di asilo, e che continuano a vivere nel Bel Paese.

Questi numeri vanno però considerati relativamente al totale della popolazione italiana, circa 60,5 milioni di abitanti. Gli stranieri regolari sono poco più di 5 milioni (l’8%), calcolando solo coloro nati al di fuori dell’Europa il numero si abbassa a circa 4 milioni (6,7% della popolazione totale). Sono cifre molto più contenute rispetto alla media dell’Europa occidentale: gli stranieri di origine extra-europea sono il 9,9% della popolazione austriaca, l’8,5% di quella francese e l’11,6% di quella svedese.

Le fonti giuridiche

Di Chiara Montano

Nel complesso sistema normativo nazionale ed europeo, la questione migratoria è al centro di diverse norme nazionali e comunitarie.

Il sistema nazionale di accoglienza dei migranti è regolato dal d.lgs. n. 142/2015, con il quale sono state attuate le Direttive europee n. 2013/32/UE e n. 2013/33/UE.

Il d.lgs. n. 142/2015 è stato modificato, dapprima con il d.l. n. 13/2017, che ha previsto una serie di interventi urgenti in materia di immigrazione, e successivamente dalla l.n. 47/2017, sui minori stranieri non accompagnati e, infine, dal d.lgs. n. 220/2017.

Le operazioni di soccorso e prima assistenza ai migranti, insieme con quelle di identificazione, vengono svolte nei Centri di prima accoglienza (CPA) o Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), che sono stati allestiti per fare fronte all’emergenza sbarchi in Puglia, nel 1995, ai sensi della cosiddetta “legge Puglia”, la l. n. 563/1995.

La normativa prevede che l’accoglienza dei richiedenti asilo si articoli in due fasi: la fase di prima accoglienza e la fase di seconda accoglienza e integrazione.

La fase di prima accoglienza per il completamento delle operazioni di identificazione del richiedente e per la presentazione della domanda di asilo è affidata ai nuovi centri governativi, previsti dal d.lgs. n. 142/2015, in sostituzione dei preesistenti Centri di accoglienza per i richiedenti asilo (CARA) e Centri di accoglienza (CDA). L’invio dei richiedenti in queste strutture è disposto dal Prefetto, previa consultazione con il Ministero dell’Interno.

In caso di forte affluenza migratoria, quando i posti nei centri governativi sono esauriti, la funzione di prima accoglienza può essere svolta anche dai Centri di accoglienza straordinaria (CAS), strutture temporanee, individuate dalle Prefetture e dall’ente locale nel cui territorio sono collocate.

I richiedenti asilo ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica sono trattenuti in apposite sezione dei Centri di permanenza per i rimpatri (ex CIE).

La gestione della fase di seconda accoglienza e integrazione, invece, è affidata, alivello territoriale, ai centri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR).

 

Per poter accedere alle strutture dello SPRAR, sono necessarie due condizioni: il richiedente asilo deve già aver inoltrato la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale e deve altresì risultareprivo dei mezzi sufficienti a garantire una qualità di vita adeguata per il sostentamento proprio e dei propri familiari”; tale ultimo requisito è sottoposto alla valutazione della Prefettura.

A partire dalla fine del 2015, nel sistema di accoglienza nazionale sono stati introdotti i cosiddetti hotspot o punti di crisi, collocati nei luoghi di sbarco, dove viene effettuata la registrazione e l’identificazione dei migranti, per mezzo di rilievi dattilografici.

In data 28 settembre 2015, il Governo italiano ha presentato una roadmap, indicante sei punti in cui si è impegnato ad istituire altrettanti hotspot, in attuazione degli impegni assunti dallo Stato italiano con la Commissione europea, alla presentazione dell’Agenda europea sulla migrazione, in data 13 maggio 2015.

Gli hotspot sono previsti dall’ordinamento italiano, all’art. 17 del d.l. n. 13/2017, che ha introdotto nel TU sull’immigrazione una nuova disposizione, per la quale “Lo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi (…)”.

La Commissione d’inchiesta sul sistema di accoglienza, istituita presso la Camera, ha rilevato numerose criticità nell’approccio hotspot, compresa l’insufficiente capacità di accoglienza degli attuali centri rispetto ai flussi migratori.

Inoltre, stando ai dati del Rapporto sui centri di permanenza per il rimpatrio in Italia, della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato, a dicembre 2017 soltant

o quattro dei sei hotspot previsti risultavano attivi, cioè quelli di Lampedusa, Taranto, Trapani e Pozzallo.

Lo scorso 30 agosto, a Vienna, si è tenuto il vertice dei Ministri della Difesa europei. I punti al centro della discussione sono stati la gestione condivisa dei porti, le regole di sbarco e la redistribuzione dei migranti fra gli Stati. Inoltre, è stata ancora una volta sottolineata la necessità di riscrivere gli Accordi e i Trattati in materia di immigrazione, che non sono evidentemente adeguati a fare fronte allo stato di emergenza attuale.

Anche l’operazione Sophia, della quale il Governo italiano auspica la modifica, è stata oggetto di discussione durante il vertice. Si tratta di un’operazione militare dell’Unione europea, avviata dal Consiglio affari esteri Ue, nel giugno del 2015 e prorogata due volte, fino all’attuale scadenza, prevista per il 31 dicembre 2018.

Il fine primario della missione è di contrastare il traffico di esseri umani, ma in occasione delle proroghe sono stati aggiunti alcuni obiettivi ulteriori, tra cui la formazione della Guardia costiera e della Marina libiche, nonché il compito di potenziare lo scambio di informazioni sulla tratta di esseri umani con le agenzie di contrasto degli Stati membri, Frontex ed Europol.

In occasione del vertice di Vienna, inoltre, il ministro Trinca ha avanzato una proposta relativa alla rotazione dei porti, che ha riguardato l’istituzione di un’unità di coordinamento, a Bruxelles o in un altro luogo, con il compito di assegnare, di volta in volta, il porto responsabile dell’accoglienza dei migranti al Paese competente. Tuttavia, su tale proposta non è ancora stato raggiunto un accordo.

Intervista al professor Francesco Costamagna, docente di diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Torino

A cura di Andrea Mitti Ruà

I concetti riportati non integrano totalmente la disciplina relativa al caso Diciotti. Per questo abbiamo chiesto chiarimenti al professor Francesco Costamagna, docente di diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Torino e membro della S.I.O.I. In particolare, il Professore ha chiarito il precedente che si è venuto a creare con il caso della Diciotti e le violazioni che possono configurarsi sia a livello nazionale sia a livello europeo.

Cosa prevede e in che casi si applica la norma che regola la procedura dei rimpatri? La distribuzione dei migranti nei diversi Paesi dell’UE è prevista nei Trattati?

Il Trattato non stabilisce un meccanismo 

di ripartizione dei migranti: l’art. 80 TFUE prevede, però, che la politica comune di immigrazione sia governata “dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario”. Nel 2015, poi, erano state adottate due decisioni per la ricollocazione di una quota di richiedenti asilo (quindi solo di una categoria di migranti) presenti in Grecia e Italia. Il programma prevedeva la ricollocazione di 140.000 persone e riguardava solo richiede

nti aventi una nazionalità il cui tasso di riconoscimento della protezione interna

zionale fosse pari o superiore al 75% dei casi (Siria ed Eritrea, ad esempio). Il programma si è rivelato un fallimento a causa del rifiuto di molti Stati (e soprattutto di quelli appartenenti al cd. Gruppo di Visegrad) di accogliere la loro qu

ota di richiedenti.

Le frontiere italiane sono anche frontiere dell’UE. È compito quindi dell’Italia o dell’Unione gestirle? In che modo?

L’art. 77 TFUE prevede la creazione di un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne. Si parla di “gestione” e non “controllo”, quasi ad indicare che il secondo sia un potere che resti in capo agli Stati, anche se è oggettivamente difficile distinguere i due momenti. Nel 2016 è stata creata l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la quale sostituisce Frontex con compiti più ampi che vanno nel senso di contribuire alla gestione integrata e alla preservazione del sistema Schengen.

La nave Diciotti è stata a lungo bloccata in porto senza possibilità di far sbarcare i migranti. È legittimo che ciò avvenga?

Il fermo della nave e dei suoi passeggeri costituisce una illegittima restrizione della libertà delle persone coinvolte. A quanto si 

sa, il trattenimento è avvenuto senza l’adozione di alcun provvedimento da parte dell’autorità e si è protratto per molti giorni, costringendo le persone a sopravvivere in condizioni igieniche e sanitarie molto difficili. Così come sostenuto da più parti, la situazione parrebbe integrare una violazione dell’art. 5 della CEDU, oltre che dell’art. 13 della nostra Costituzione.

I migranti che non vengono rimpatriati sono tutti rifugiati politici?

Non è detto, occorre una valutazione caso per caso. Il riferimento alla nazionalità dei migranti quale indice per valutare la concedibilità dello status di rifugiato è utile, ma può essere fuorviante in questo senso.

Come dovrebbe agire l’UE per una migliore gestione della questione migratoria?

E’ ovviamente impossibile rispondere in maniera esaustiva a questa domanda. Mi limito ad un riferimento ad un’azione concreta che potrebbe contribuire a migliorare la situazione. Mi riferisco, in particolare, alla politica sul rilascio dei visti da parte dei Paesi europei. Credo che l’adozione di politiche meno restrittive in tal senso potrebbe ridurre il numero di migranti costretti ad affrontare lunghe traversate, consentendo, al contempo, ai Paesi europei di meglio gestire il fenomeno attraverso le loro ambasciate nei Paesi di partenza. Si tratta, ovviamente, di una piccola proposta, e non della misura in grado di risolvere il problema. Forse perchè quello dell’immigrazione non è un problema e, come tale, non ha soluzione. L’unica cosa a cui si può aspirare è una miglior gestione di una situazione strut

turale.

La prospettiva europea

Di Giuliana Cristauro

La posizione dell’Unione è diversa da quella italiana, nonostante al tempo stesso essa la integri. L’Unione Europea, in materia di immigrazione, si è posta come obiettivo l’instaurazione di un approccio equilibrato per la gestione della migrazione legale ed il contrasto all’immigrazione clandestina. Per queste ragioni sono state avviate delle operazioni navali finalizzate a garantire la sicurezza delle frontiere dell’UE, salvare le vite dei migranti in mare e combattere i trafficanti di migranti. La base giuridica della politica migratoria europea è costituita dagli art

icoli 79 e 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

La corretta gestione dei flussi migratori comporta principalmente il rafforzamento delle misure di lotta all’immigrazione clandestina, compresi la tratta ed il traffico, e la promozione di una cooperazione più stretta con i Paesi terzi in tutti i settori. Le politiche d’immigrazione, in base al Trattato di Lisbona, sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario (art. 80 TFUE).

L’Unione, inoltre, ha adottato atti normativi importanti per contrastare la migrazione irregolare. Nello specifico il “pacchetto sui favoreggiatori” comprende la direttiva 2002/90/CE del Consiglio volta a stabilire una definizione comune del reato di favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali e la decisione quadro 2002/946/GAI, che stabilisce sanzioni penali per tale condotta. La questione della tratta si trova nella direttiva 2011/36/UE relativa alla prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime.

L’Unione ha adottato anche diverse norme comuni per il ricollocamento di migliaia di richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia e per il rimpatrio di migranti illegali. Il sistema Comune europeo di asilo (CEAS)  prevede delle norme minime per il trattamento di tutti i richiedenti asilo, tuttavia la crisi migratoria ha evidenziato la necessità di riformare le regole di asilo dell’UE. Secondo le norme vigenti, infatti, i richiedenti asilo non sono trattati in modo uniforme in tutta l’UE e anche la percentuale di decisioni positive in materia di asilo varia notevolmente. Di conseguenza, i richiedenti asilo viaggiano in Europa e fanno richiesta di asilo nei Paesi in cui credono di avere una maggiore possibilità di ricevere protezione internazionale. Per tale motivo il Consiglio sta esaminando delle proposte legislative volte a riformare il sistema. La riforma renderebbe il sistema più efficiente e più resistente alla pressione migratoria eliminando i fattori di trazione e i movimenti secondari, combattendo gli abusi e sostenendo meglio gli Stati membri più colpiti.

In base alle norme attuali, i Paesi dell’UE di primo arrivo dei migranti sono tenuti a trattare le domande di asilo. Ciò ha comportato un onere significativo per la Grecia e l’Italia, che hanno registrato flussi di migranti senza precedenti durante la crisi migratoria del 2015. Nel giugno 2015 i leader dell’UE hanno convenuto di ricollocare 40.000 richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia nei due anni successivi.

La registrazione dei migranti è una tappa fondamentale per la legislazione dell’UE ed è necessaria per individuare chi è ammissibile alla ricollocazione. Nel giugno 2015 il Consiglio europeo ha convenuto di creare “punti di crisi”, i cosiddetti hotspot negli Stati membri in prima linea per registrare i migranti in modo sistematico. Al momento sono aperti 5 hotspot in Grecia e altri 4 in Italia. I migranti che arrivano in Grecia e in Italia vi sono sottoposti a registrazione e rilevamento delle impronte digitali.

La politica di gestione delle frontiere ha registrato nel tempo la creazione di strumenti e di agenzie, quali il sistema d’informazione Schengen, il sistema d’informazione visti e recentemente l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera (Frontex). La base giuridica della politica di gestione delle frontiere è costituita dagli articoli 67 e 77 del TFUE. L’Unione ha stabilito norme comuni per i controlli alle sue frontiere esterne anche perché il ritmo dei cambiamenti è velocemente aumentato a seguito delle numerose perdite di vite umane nel Mediterraneo negli ultimi anni, associate all’enorme afflusso di profughi e migranti fin dal settembre del 2015. L’articolo 14, paragrafo 2, del codice frontiere di Schengen, prevede che “il respingimento può essere disposto solo con un provvedimento motivato che ne indichi le ragioni precise”.

La crisi relativa alla gestione dei flussi irregolari è stata oggetto di recenti incontri bilaterali e multilaterali tra Stati membri, soprattutto a seguito dello stallo che si è verificato in sede di negoziato del Consiglio dell’UE sulla riforma del regolamento di Dublino e delle decisioni assunte dal Governo italiano in materia di sorveglianza delle frontiere marittime.

Dopo gli incontri bilaterali Francia – Italia del 15 giugno 2018 e Germania-Francia del 19 giugno 2018, il 24 giugno 2018 si è svolto a Bruxelles un vertice informale a 16 al quale hanno partecipato il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e i leader di Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna e Svezia.

Nel corso di tale vertice l’Italia ha presentato un piano articolato in dieci punti volto a superare la crisi migratoria, secondo un approccio integrato multilivello che ha posto quale obiettivo prioritario la regolazione dei flussi primari in Europa. L’Italia ha proposto di intensificare accordi e rapporti tra UE e Paesi Terzi da cui partono o transitano i migranti, prevedendo la realizzazione di centri di protezione internazionale nei Paesi di transito (in cooperazione con UNHCR e OIM), per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari.

Inoltre è stato previsto anche il rafforzamento delle frontiere esterne, sia potenziando le missioni UE sia sostenendo la Guardia costiera libica. Diversi punti del piano inoltre prevedono il superamento del regolamento Dublino ed in particolare il criterio dello Stato di primo approdo sulla base del principio della responsabilità comune tra Stati membri sui naufraghi in mare. In particolare l’Italia ha chiesto il superamento del concetto di “attraversamento illegale” per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di operazioni di ricerca e soccorso (SAR) nonché la scissione tra concetto di porto sicuro di sbarco e quello di Stato competente ad esaminare richieste di asilo. Altra proposta italiana è stata quella di realizzare centri di accoglienza in più Paesi europei per salvaguardare i diritti di chi arriva ed evitare problemi di sovraffollamento.

La revisione del regolamento Dublino importa principalmente l’individuazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di asilo. La disciplina proposta dalla Commissione si ispira al bilanciamento dei principi di solidarietà e responsabilità. L’obiettivo è quello di circoscrivere la portata del principio vigente dello Stato di primo approdo, predisponendo un meccanismo automatico di redistribuzione per quote obbligatorie delle domande dei richiedenti asilo che gravano su sistemi nazioni in situazioni di particolare crisi. Il meccanismo di solidarietà per quote obbligatorie di richiedenti asilo è stato criticato dall’Italia e da altri Paesi del Mediterraneo.

Il sostegno finanziario dell’UE stanziato finora per l’Italia a titolo di assistenza d’emergenza ammonta a circa 190 milioni di euro, che si aggiungono ai fondi del bilancio UE che superano i 650 milioni di euro. Per quanto concerne il sostegno operativo nel controllo delle frontiere esterne e nel contrasto all’attività di traffico di migranti è importante ricordare l’operazione navale Eunavfor Med Sophia, avviata nel 2015, volta a contrastare il fenomeno delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti di migranti nel Mediterraneo. E’ inoltre in corso l’operazione congiunta Themis, volta a sostenere l’Italia nella lotta all’immigrazione irregolare nel Mediterraneo centrale, nel salvataggio di vite umane in mare e nella prevenzione e rilevamento della criminalità transfrontaliera. Recentemente è stato istituito un nuovo corpo permanente di guardie di frontiera di circa 10.000 elementi.

Secondo l’UNHCR dall’inizio del 2018 ad oggi sono sbarcate sulle coste meridionali dell’UE circa 43.000 migranti. Al 25 giugno 2018 la rotta del Mediterraneo centrale (dalla Libia/Tunisia verso l’Italia) ha registrato 16.300 sbarchi; la rotta del Mediterraneo orientale (dalla Turchia alla Grecia) circa 13.000 sbarchi e quella del Mediterraneo occidentale ( dal Marocco alla Spagna) 13.500.

Intervista a  Sergio Vittorio Scuderi, responsabile Gruppo Universitario Amnesty International – Catania

A cura di Giuliana Cristauro

Il caso Diciotti ha scatenato una grande mobilitazione della società civile. Il Direttore generale di Amnesty International, Gianni Rufini, ha dichiarato che “migliaia di persone, compresi tantissimi attivisti di Amnesty International, hanno chiesto che le persone soccorse in mare dalla Guardia Costiera fossero fatte scendere e potessero chiedere protezione internazionale”. Tra gli attivisti presenti al Porto di Catania anche Sergio Vittorio Scuderi, Responsabile Gruppo Universitario di Amnesty International Catania, al quale abbiamo posto delle domande sulle ragioni della mobilitazione e su come si è svolto il presidio.

Il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi ha dichiarato che “lo sbarco dei migranti della “Diciotti” è stato l’epilogo di una prova di forza tanto inutile quanto crudele”. Cosa diresti al riguardo alla luce delle proteste al Porto di Catania da parte di Amnesty International Catania?

Amnesty International crede che questa situazione deplorevole si potesse e si dovesse evitare. Il braccio di ferro portato avanti dall’attuale Governo italiano per attirare l’attenzione dell’Unione Europea sulla questione è avvenuto non solo al di fuori di qualsiasi norma in materia ma è stato, come prevedibile, del tutto inutile: che i migranti a bordo di una nave della Guardia Costiera italiana, già giunta sul territorio nazionale, dovessero sbarcare era una conclusione inevitabile.

A ciò si aggiunga che tale prova di forza non sia servita a niente, considerando che il Governo non ha ottenuto alcuna risposta positiva e che la ricollocazione dei migranti avverrà in maggior parte sullo stesso suolo italiano, atteso che la C.E.I. è un organo che ha sede e opera a tutti gli effetti in Italia. Per non parlare, poi, della distribuzione di venti migranti in Albania, Paese extra UE e come tale al di fuori della cornice legale del Regolamento di Dublino. Insomma, l’unico effetto che il caso Diciotti ha sortito è stato quello di perpetuare le sofferenze di persone già fortemente provate da terribili esperienze pregresse e proprio in ciò risiede la crudeltà della vicenda.

La vicenda della nave “Diciotti” ha comportato la mobilitazione inaspettata di migliaia di persone, compresi tantissimi attivisti di Amnesty International, che hanno chiesto che le persone soccorse in mare dalla Guardia Costiera fossero fatte scendere e potessero chiedere protezione internazionale. Quali ragioni, sul piano umanitario, hanno determinato un’enorme mobilitazione della società civile?

Durante la settimana del presidio abbiamo assistito a una partecipazione che probabilmente nessuno di noi si attendeva. Quotidianamente, dalla mattina alla sera, c’era sempre qualcuno fisso al porto di Catania per manifestare la propria solidarietà alle persone trattenute sulla Diciotti, per dimostrare il proprio dissenso nei confronti delle prese di posizione estremisitche e illegittime da parte del Governo.

Tuttavia, il momento più pregnante è stato sicuramente sabato pomeriggio, quando migliaia di persone provenienti da tutta la Sicilia e persino da più lontano si sono unite in un’unica voce al grido “Libertà!”. Credo che tutte queste persone, indignate per la situazione, abbiano avvertito l’esigenza e l’importanza di affermare espressamente che questo non è il modo giusto per affrontare la questione migratoria, che non si possono tenere in ostaggio delle vittime – in condizioni precarie tra l’altro – solo per un mero gioco politico e che c’è un’ampia fetta di italiani ed italiane che contrastano questo clima d’odio e di xenofobia che pare si stia diffondendo sempre più nel nostro Paese.

Cosa ha provocato, nello specifico, la mobilitazione di Amnesty International per la vicenda della nave “Diciotti”?

La presenza di un’organizzazione importante nell’ambito dei diritti umani quale è Amnesty International ha di sicuro apportato un significativo contributo alle ragioni della mobilitazione. Contributo che non si è fermato al presidio di Catania, ma che ha trovato un’ulteriore conferma della nostra posizione nella successiva manifestazione tenutasi a Milano in occasione dell’incontro tra il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini e il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orbán. Più ad ampio spettro, ciò ha provocato un rafforzamento della strategia sulla tutela dei migranti in Italia e in generale a livello internazionale, alimentando la relativa campagna lanciata da Amnesty dal nome “IWelcome”.

Quanti erano i migranti a bordo della “Diciotti” e da dove provenivano?

In principio erano 177, di cui 27 minori. Questi ultimi sono stati fatti sbarcare prima di tutti gli altri – mercoledì notte – grazie a un tempestivo intervento della Procura presso il Tribunale dei minori di Catania che ha intimato al Governo di farli scendere, in quanto la normativa prevede che ai minori non accompagnati deve essere riconosciuto senza condizioni il diritto di asilo e deve essere loro garantito l’immediato inserimento in strutture idonee. Nei giorni seguenti si è assistito allo sbarco di circa una quindicina di adulti per questioni sanitarie.

La maggior parte dei migranti proveniva dall’Eritrea, Paese dove i minorenni sono obbligati ad arruolarsi nell’esercito a tempo indeterminato e dove detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate sono all’ordine del giorno.

La restante minoranza fuggiva da diversi Paesi africani e asiatici: Bangladesh, Siria, Egitto, Somalia e Isole Comore.

In quali condizioni hanno trascorso i giorni in cui la nave è stata bloccata al Porto di Catania?

Dalla relazione fatta dal Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, abbiamo appreso che la nave non era, com’è ovvio, attrezzata per ospitare un numero tanto elevato di persone per tempi prolungati.

Nonostante l’encomiabile impegno profuso dal comandante e dall’equipaggio per rendere più tollerabile la permanenza a bordo dei migranti, diverse erano le criticità, tra le quali: presenza di solo due bagni fruibili, mancanza di acqua corrente per potersi lavare (i migranti hanno potuto fare solo una doccia a testa in una settimana, usando un tubo installato sul ponte), totale inadeguatezza dei giacigli per il riposo notturno e attrezzature non idonee per ripararsi dalle forti e costanti piogge che hanno interessato la zona durante quei giorni. In più va evidenziata l’assoluta mancanza di informazioni sulle motivazioni in forza delle quali non era loro consentito scendere a terra.

Vi sono state emergenze sanitarie?

Sì. Come dicevo prima, nella giornata di sabato sono state fatte sbarcare 16 persone per ordine dell’Ufficio di Sanità marittima a seguito dell’ispezione da parte di personale medico inviato dal Ministero della Salute che ha rilevato delle emergenze sanitarie a bordo; in particolare alcuni soggetti erano sospettati di essere affetti da patologie gravi, come scabbia e tubercolosi. Parte di questi casi sospetti sono stati poi confermati.

Come si è svolto il presidio al Porto di Catania?

Grazie all’unione di numerose associazioni e organizzazioni, insieme a singoli cittadini, si è riusciti a creare una rete di protesta che ha assicurato la presenza costante di manifestanti al porto. Amnesty ha potuto garantire il suo sostegno quotidiano alla causa grazie alla partecipazione di più gruppi operanti nella parte orientale della Sicilia: eravamo presenti noi del gruppo universitario, il gruppo 72 di Catania, il 113 di Acireale e l’85 di Siracusa.

E’ stata una manifestazione pacifica? Ci sono stati dei momenti di tensione?

Amnesty ha partecipato esclusivamente alle attività regolarmente autorizzate, che si sono svolte in assoluta tranquillità e nel rispetto di tutti i presenti. Sappiamo però che al termine della grande manifestazione di sabato pomeriggio si sono verificati scontri tra alcuni manifestanti e le forze dell’ordine, come appreso dai mezzi d’informazione. La nostra rappresentanza era già andata via e in ogni caso ci dissociamo da qualsiasi atto del genere.

In conclusione come potresti descrivere questa vicenda?

È stato un momento molto intenso, di condivisione e di forza collettiva che ha unito persone di tutti i generi e di tutte le età. Personalmente non mi aspettavo una tale adesione, soprattutto in una città come Catania, dove molto spesso l’indifferenza vige indisturbata. Diciamo che, in mezzo a quella massa informe di invettive razziste e xenofobe e di discorsi d’odio da cui siamo tempestati giornalmente, è stato rassicurante vedere che non tutti la pensano così ma che, anzi, siamo in moltissimi a difendere i diritti umani e a dire a gran voce che prima di tutto vengono le persone e la loro dignità: abbiamo dato un senso pregnante all’espressione “Restiamo umani”.                

Parlando di questi temi e considerando che la Vostra rivista ha sede a Torino, ne approfitto per dire che il Gruppo Italia 009 di Amnesty International Torino è molto attivo su questo fronte e che organizza annualmente una serie di incontri in ambito universitario dal titolo “I lunedì dei diritti”, che avranno luogo la prossima primavera. Per questo autunno è previsto invece un incontro dal titolo “Odio on-line sulla discriminazione e sul razzismo”, inquadrato nella cornice più ampia della campagna #iorispetto e che tratterà, per l’appunto, anche della questione della nave Diciotti.

I diritti dei passeggeri L’overbooking come inadempimento contrattuale

Le norme a tutela dei diritti dei passeggeri sono molteplici. Fra i più importanti e recenti interventi normativi, a livello europeo, possiamo annoverare il Regolamento (CE) n. 261/2004, che istituisce regole comuni in materia di compensazione ed assistenza dei passeggeri, in caso di negato imbarco, cancellazione del volo o ritardo prolungato, ma anche il Regolamento (CE) 2006/2004, che riguarda la cooperazione tra le autorità nazionali responsabili dell’esecuzione della normativa che tutela i consumatori. L’Italia ha attuato la Direttiva 2013/11/UE con il Decreto legislativo 6 agosto 2015, n. 130, che è l’intervento più recente a livello nazionale.

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La libertà di espressione e la sua tutela multilivello Fake news e responsabilità del gestore di un sito internet

Venticinque anni fa, l’Assemblea Generale ONU ha proclamato la Giornata internazionale per la libertà di stampa. La data prescelta è stata il 3 maggio, in ricordo di una tavola rotonda dell’UNESCO, tenutasi in Namibia nel 1991, finalizzata a promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana. In quell’occasione venne redatta la Dichiarazione di Windhoek, che richiama l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinione senza interferenza e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere”.
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Profili giuridici del biotestamento e dei trattamenti di fine vita Il caso Alfie Evans

Lo scorso 23 aprile, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha rigettato il ricorso proposto dalla famiglia di Alfie Evans, nel caso Evans c. Regno Unito.

La famiglia sosteneva che impedire il trasferimento di Alfie costituisse una violazione dell’articolo 5 della CEDU, sul diritto alla libertà e alla sicurezza. La Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile.

Già a marzo, la Corte aveva rigettato il primo ricorso della famiglia, che in quell’occasione si appellava agli articoli 14 e 8 della CEDU, che sanciscono rispettivamente il divieto di discriminazione e il diritto al rispetto per la vita privata e familiare.

Dopo che la magistratura inglese aveva disposto l’interruzione delle terapie e il distacco delle macchine che lo tengono in vita, i coniugi Evans hanno richiesto il trasferimento del figlio dall’Arder Hey Hospital di Liverpool, dove è attualmente ricoverato. In Italia, l’ospedale Bambin Gesù di Roma e il Gaslini di Genova si erano offerti di accogliere il piccolo paziente. Tuttavia, la richiesta dei genitori di Alfie è stata respinta dall’Alta Corte britannica. Nonostante il Consiglio dei Ministri italiano abbia concesso la cittadinanza al bambino, il suo trasferimento non sarà dunque possibile. Continua a leggere

Blitz francese a Bardonecchia: un’analisi giuridica Profili giuridici e implicazioni territoriali

La procura di Torino ha aperto un fascicolo di indagine per chiarire i fatti che si sono svolti a Bardonecchia lo scorso venerdì 30 marzo. Questi i reati ipotizzati: abuso in atti di ufficio, violenza privata, violazione di domicilio e, forse, anche perquisizione illegale. Cinque agenti frontalieri francesi, in missione antidroga, hanno fatto irruzione nei locali della ONG Rainbow4Africa, al fine di effettuare un test delle urine ad un migrante sospettato di traffico di stupefacenti. Il procedimento al momento è a carico di ignoti, poiché non si conoscono le generalità degli agenti francesi responsabili dell’irruzione.

In seguito alla richiesta di chiarimenti da parte del Governo italiano, le autorità francesi hanno risposto che i controlli si sono svolti nel rispetto della normativa vigente.

Le norme europee e gli accordi tra Italia e Francia prevedono, in effetti, che gli agenti francesi possano operare sul territorio italiano, nelle zone di frontiera, ma nel rispetto di determinate procedure e specifici limiti e condizioni. Continua a leggere