Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Gli studenti albanesi chiedono un cambiamento dell’Università La recente tassa sui crediti è stata la scintilla che ha dato inizio alle manifestazioni

Il 4 dicembre, a Tirana, hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche, dove migliaia di giovani si sono dati appuntamento davanti al Ministero dell’Istruzione per far sentire la propria voce contro l’aumento delle tasse universitarie, in particolare della tassa sui crediti. Quest’ultima prevederebbe il pagamento di 670 lek (circa 5 euro) per ogni credito non superato durante l’anno. In un Paese colpito da un forte indice di povertà, dove il reddito medio mensile si attesta al di sotto di 400 euro, tale tassa risulterebbe piuttosto onerosa e favorirebbe un’ulteriore emigrazione, già presente a tassi notevoli.

A inizio 2015, il governo Rama iniziò una riforma del sistema universitario. L’azione prevedeva un intervento differenziato a seconda delle università trattate: alcune proseguirono l’insegnamento sotto monitoraggio, altre subirono una sospensione di due anni durante i quali avrebbero acquisito i criteri legali necessari, altri, tra cui 18 istituti privati e 6 filiali di università statali, chiusero i battenti.

Alcuni studenti di medicina, costretti al passaggio dall’insegnamento privato a quello pubblico, ritenendo discriminatoria la riforma adottata, occuparono l’Università di Scienze di Tirana. Mentre la polizia interveniva per allontanare gli occupanti, il governo concesse lo status di idoneità ad alcuni istituti privati. Secondo quanto riportato da Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa, “si vociferava in quei giorni” che tali istituti fossero rimasti aperti grazie all’influenza politica dei loro direttori. Fu così che le proteste si calmarono e il Parlamento approvò il disegno di legge sulla riforma universitaria. Essa prevedeva, tra i vari obiettivi, la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per le università private, una valutazione degli istituti in base alle loro performance e un minor ruolo degli studenti nelle elezioni dei rettori.

Continua a leggere

La Georgia elegge la prima Presidente donna L'opposizione denuncia l'irregolarità delle consultazioni

Mercoledì 28 novembre, in Georgia si è tenuto il ballottaggio alle presidenziali.

Salome Zurabishvili, uscita vincente con il 59,5% dei voti, sarà la prima donna a sedere alla Presidenza della Georgia. Zurabishvili si è presentata come candidata indipendente alle elezioni, senza rifiutare il sostegno politico del partito al governo, Sogno Georgiano, del miliardario Bidzina Ivanishvili. Tra le sue fila, nel 2016, è stata eletta membro del Parlamento. Il primo ministro Mamuka Bakhtadze si è subito congratulato con la neo-eletta, affermando che “le elezioni hanno dimostrato ancora una volta che la Georgia è uno stato veramente democratico”.

Con il 40,5% dei voti, Grigol Vashadze esce sconfitto dalla tornata elettorale.

Salome Zurabishvili, figlia di una famiglia di origini georgiane che dovette scappare in Francia negli anni 20, iniziò la sua carriera politica come ambasciatrice francese in Georgia. Nel 2004, fu nominata Ministra degli Affari Esteri sotto il governo di Mikhail Saakashvili. Dopo poco più di un anno, lasciò il proprio incarico, passando all’opposizione, per forti critiche verso quello che lei definì un “neototalitarismo”. Primo obiettivo del suo programma è creare un equilibrio nei rapporti con la Russia e con l’Europa, facendo affidamento sui suoi legami europei.

Continua a leggere

Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

BOSNIA ED ERZEGOVINA

16 novembre. Un duro scambio di battute si è verificato tra il primo ministro bosniaco, Denis Zvizdic, e la premier serba, Ana Brnabic. Quest’ultima ha affermato che i fatti di Srebrenica non sarebbero da considerarsi come un “genocidio”. La risposta di Zvizdic è stata chiara: “non è possibile costruire una moderna e prospera Serbia senza confrontarsi con il passato”. Egli ha, inoltre, sottolineato che la CIG si è già pronunciata per l’esistenza del genocidio.

20 novembre. I tre membri della Presidenza hanno prestato giuramento nel rispetto della Costituzione. Nei discorsi di apertura hanno, inoltre, sottolineato la condivisa volontà nel procedere verso l’integrazione europea e l’ammissione nella NATO. Inoltre, anche il rappresentante della comunità serba, Milorad Dodik, ha sottolineato il desiderio di ingresso nell’UE, ma, allo stesso tempo, mantenendo legami con la Russia.

BULGARIA

18 novembre. Per le strade di diverse città bulgare, centinaia di persone, a piedi e in auto, hanno bloccato il traffico, manifestando. Motivi della protesta sarebbero stati il rincaro dei prezzi, in particolare quello della benzina, i bassi standard di vita e le richieste di dimissioni del governo.

Continua a leggere

L’inadeguatezza degli accordi di Dayton Nella Bosnia post-elezione regna il caos politico

Il 7 ottobre, la Bosnia è stata chiamata alle urne per eleggere i 3 Membri alla Presidenza. Gli Accordi di Dayton del 1995 stabiliscono l’amministrazione del territorio in due entità autonome: una serba, e una croato-bosniaca. Le tre comunità nazionali eleggono il proprio rappresentante alla Presidenza statale. Questo sistema, però, evidenzia gravi falle nella politica che spesso portano a una mancanza di cooperazione tra i 3 Presidenti.

Milorad Dodik è stato eletto come Membro della Presidenza dalla comunità serba. A Banja Luka, capitale dell’ente statale serbo, non è arrivata la netta vittoria che ci si aspettava, ma il suo partito è riuscito a mantenere la presidenza della Repubblica serba. La figura di Dodik potrebbe rappresentare un problema per l’unità del Paese in virtù del suo sostegno all’indipendenza dell’entità serba. Egli gode, inoltre, di un forte sostegno da parte di Putin che, secondo quanto riportato dalla rivista Foreign Policy, in realtà però vorrebbe mantenere lo status quo, poichè già notevolmente impegnato in Siria e in Ucraina. Continua a leggere

A dicembre, elezioni anticipate in Armenia L’Assemblea Nazionale non trova l’accordo sul nome del Primo Ministro

Giovedì 1 novembre scorso, l’Assemblea Nazionale armena non è riuscita a raggiungere un accordo per l’elezione del nuovo Primo Ministro. I parlamentari si erano già riuniti il 24 ottobre, senza però ottenere alcun risultato. Pertanto, ai sensi degli articoli 149.3 e 149.4 della Costituzione armena, l’Assemblea Nazionale, avendo fallito due volte consecutive nel compito di eleggere il Primo Ministro, è stata sciolta e sono state indette elezioni anticipate.

Ciò che auspicava Nikol Pashinyan, dunque, si è avverato. Egli, già giornalista, era stato nominato Primo Ministro a maggio del 2018, dopo aver guidato la “rivoluzione di velluto”. La popolazione armena era insorta contro la diffusa corruzione politica e, soprattutto, in seguito al tentativo dell’ormai ex presidente della Repubblica Serž Sargsyan di divenire Primo Ministro con poteri esecutivi accentrati nelle sue mani.

Pashinyan così ha guidato l’Armenia per i mesi successivi con l’obiettivo di portare il Paese a elezioni anticipate. Il 16 ottobre 2018, si è dimesso, forte degli ottimi risultati ottenuti nelle elezioni del Consiglio comunale di Yerevan che hanno stabilito la vittoria della coalizione Yelk, di cui fa parte il partito Contratto Civile di Pashinyan.

Continua a leggere

Strage in Ucraina Russia e Ucraina si accusano a vicenda

Mercoledì 17 ottobre scorso, lo studente diciottenne Vladislav Roslyakov ha aperto il fuoco in una scuola professionale a Kerch, in Crimea, uccidendo 18 persone e ferendone circa 50.

L’omicida si è suicidato al termine della sparatoria. Il ragazzo aveva da poco ottenuto il porto d’armi, che gli aveva permesso di acquistare il fucile. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Roslyakov avrebbe sofferto di una malattia mentale che non gli era mai stata diagnosticata. Pertanto, l’assalto è stato classificato come un mass shooting piuttosto che un atto terroristico.

Continua a leggere

Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

BOSNIA ED ERZEGOVINA

7 ottobre. La Bosnia è stata chiamata alle urne per eleggere i 3 nuovi membri della Presidenza. Nella comunità serba Milorad Dodik, nazionalista e alleato di Vladimir Putin, ha ottenuto il 51,4% dei voti, nella comunità croata l’europeista Željko Komšićha ha vinto con il 51%, mentre nella comunità musulmana è stato eletto Šefik Džaferović con il 37%.

BULGARIA

7 ottobre. Il corpo della giornalista Victoria Marinova è stato trovato esanime nella città di Ruse, con evidenti segni di stupro. La causa dell’omicidio potrebbe essere ricondotta alla sua attività investigativa: infatti, la reporter, aveva recentemente denunciato i dirigenti del GP Group Joint Stock Company di corruzione e di utilizzo illegale di fondi governativi. Le indagini della polizia hanno portato all’arresto, ad Amburgo, di Severin Krasimirov che sembrerebbe aver confessato l’omicidio.

Continua a leggere

Rafforzata la cooperazione tra Russia e Bosnia La visita del Ministro degli Esteri russo a pochi giorni dalle presidenziali

Venerdì 21 settembre, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato sul territorio bosniaco. Il diplomatico ha anzitutto incontrato a Sarajevo Igor Crnadak, ministro degli Esteri bosniaco, e, in seguito a Banja Luka Milorad Dodik, Presidente della Repubblica serba della Bosnia ed Erzegovina e candidato alle presidenziali nazionali.

Il doppio meeting si colloca in un quadro molto complesso che porta alle elezioni presidenziali dell’8 ottobre. Lavrov ha affermato la ferrea volontà a stringere maggiori rapporti economici con la regione in virtù dei legami diplomatici favorevoli che intercorrono tra i due Paesi. Infatti la Russia svolge un ruolo di garante, insieme a Germania, Francia, Regno Unito, USA, e UE,  degli accordi di Dayton, che stabiliscono l’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina e dividono la sua amministrazione in due entità autonome. Pertanto, Lavrov ha affermato di supportare “la sovranità, l’integrità territoriale e le competenze costituzionali delle due entità e la costituzionalità di tutti e tre gli individui al potere in Bosnia”.

Continua a leggere

10 anni dalla seconda guerra in Ossezia del Sud La guerra che riaprì le ambizioni russe da superpotenza dell'area

Nella notte tra il 7 e l’8 agosto si ricorda lo scoppio della seconda guerra in Ossezia del Sud del 2008, conflitto che risollevò il ruolo di attore di superpotenza della Russia. La prima guerra in Ossezia del Sud, provincia separatista filo-russa della Georgia, risale al 1991-1992 e si concluse con la firma di un cessate il fuoco e l’istituzione di una operazione di peacekeeping composta da militari georgiani e russi, sotto l’egida ONU.

La risoluzione 1808 nell’aprile 2008 rimarcava “l’impegno di tutti gli Stati Membri alla sovranità, indipendenza e integrità territoriale della Georgia all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti”. Eppure da una parte la Georgia, preoccupata dai legami che si andavano a formare tra la Russia e l’Ossezia del Sud, e dall’altra la Russia, desiderosa di bloccare qualsiasi tentativo georgiano di entrare nella NATO e in UE, non riuscirono ad evitare lo scoppio della seconda guerra in Ossezia del Sud. L’esercito georgiano intervenne nella regione separatista bombardando Tskhinvali, capoluogo della stessa. Il giorno successivo, il presidente russo Medvedev autorizzò l’intervento militare in sostegno alla popolazione sudosseta. Mentre la comunità internazionale invocava la pace e l’avvio di negoziazioni, la guerra si estese anche in Abkhazia, un’altra regione georgiana con mire separatiste.

Continua a leggere

Il summit di Helsinki avvia la nuova distensione? L'incontro tra Putin e Trump ha riavvicinato i due Paesi, ma non ha generato grandi conseguenze

Il 16 luglio scorso, Vladimir Putin e Donald Trump si sono incontrati a Helsinki in quello che ormai è diventato un summit storico. L’incontro non ha prodotto nessun accordo scritto, ma la dichiarazione del Presidente USA, durante la conferenza ufficiale, è eloquente: “le nostre relazioni non sono mai state peggiori di quello che sono adesso, tuttavia ciò è cambiato circa 4 ore fa”.

Nonostante il contesto e l’epoca storica differente, il clima che si respira sembra rispecchiare quello prodotto dagli accordi di Helsinki del 1975 che aveva avviato una temporanea distensione tra i due Paesi.

Dal summit si è potuto notare che la sicurezza rimane il tema principale nei rapporti USA-Russia, principalmente sulle questioni nucleari e sulla lotta al terrorismo che permane un punto di incontro necessario per la cooperazione. Putin ha voluto sottolineare la questione dei trattati sugli armamenti nucleari, primi fra tutti il Trattato INF del 1987 e il Trattato New Start che terminerà nel 2021. A proposito di quest’ultimo, il Presidente russo ha espresso la sua volontà a prolungarlo, ma solamente in seguito a debite negoziazioni e accordi sulle limitazioni delle testate nucleari e dei missili ICBM e SLBM e dopo aver valutato la conformità delle azioni intraprese dagli USA nel passato per adeguarsi al trattato stesso.

Continua a leggere