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Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

AZERBAIGIAN

30 ottobre. È stato inaugurato il corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Kars.

L’infrastruttura è il frutto di un accordo firmato a Tblisi nel 2007 e prevede una connessione diretta tra Azerbaigian e Turchia attraverso la Georgia. Alla cerimonia hanno partecipato il presidente dell’Azerbaigian Aliyev e quello della Turchia Erdogan, oltre ai Primi Ministri di Georgia, Kazakhstan e Uzbekistan. Si rafforza cosí il ruolo strategico dell’Azerbaigian nella regione.

1 novembre. Si sono incontrati a Teheran il presidente russo Vladimir Putin, il suo omologo iraniano Hassan Rohani e quello dell’Azerbaigian Ilham Aliyev per discutere di cooperazione tra i loro Paesi, terrorismo, estremismo, traffico di droga e criminalitá transnazionale.

KOSOVO

1 novembre. Il presidente Thaci ha esortato il governo e il Parlamento ad approvare la ratificazione dell’accordo sulla finalizzazione dei confini con il Montenegro. Dopo uno stallo politico durato quasi 3 mesi, tale ratifica si pone come prioritá per il nuovo esecutivo, che punta sull’avvio della liberalizzazione dei visti per l’ingresso in UE.

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“Benvenuto Sultano” La visita di Erdogan in Serbia e gli accordi commerciali

Osmana Osmana Osman – Aga, jala jala, Osman – Aga” ha intonato Ivica Dacic, attuale ministro degli Esteri in Serbia, in onore della visita di Erdogan a Belgrado.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è atterrato a Belgrado martedì 10 ottobre per una visita ufficiale, con l’intenzione di promuovere la cooperazione bilaterale tra i due Paesi.

La visita ha avuto inizio con l’incontro della controparte serba, Aleksandar Vucic. Il confronto si è poi concluso con la firma di una Dichiarazione comune sull’istituzione di un Consiglio di cooperazione tra Serbia e Turchia. Parallelamente i due governi hanno firmato 12 accordi per favorire le relazioni in campo economico, commerciale, oltre che energetico, sociale e culturale. Continua a leggere

La maledizione del ponte Bolshoy A due anni dalla morte di Nemtsov ora la vittima è Skripnichenko

Verso le 23:30 del 27 febbraio 2015 avveniva l’omicidio di Boris Nemtsov, vice premier alla fine degli anni Novanta e noto leader dell’opposizione all’attuale presidente Vladimir Putin. Venne trovato morto sul ponte Bolshoy Moskvoretsky, colpito da un’arma da fuoco mentre passeggiava nel centro di Mosca, non lontano dal Cremlino.

Nonostante nel luglio di quest’anno il governo abbia condannato cinque uomini ceceni, individuati come esecutori materiali dell’assassinio, tuttora il movente e il vero responsabile non sono stati chiariti e il desiderio di ottenere giustizia da parte di migliaia di russi non si è placato.

Già nelle settimane successive al delitto si è avviata una battaglia attorno al memoriale eretto per onorare la memoria del defunto, mai autorizzato dal Cremlino, che ha impedito la costruzione di qualsiasi tipo di simbolo permanente per il politico ucciso. Foto, candele e fiori posizionati sul ponte sono stati in più occasioni rimossi dalle autorità russe e sono stati spesso oggetto di atti di vandalismo.

Il memoriale è così diventato luogo emblematico della lotta di contestazione a Putin.

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Da Belgrado un invito al cambiamento Si registrano progressi per i diritti della comunità LGBT in Serbia

 

Anche quest’anno si è tenuto a Belgrado, capitale serba, il Gay Pride, la cosiddetta “Parata dell’orgoglio”. La manifestazione principale ha avuto luogo domenica 17 settembre, a conclusione di una settimana ricca di eventi che hanno coinvolto la comunità LGBT locale e numerose organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei gay in Serbia. Tra gli avvenimenti, una Conferenza Internazionale, un Pride forum, varie esposizioni, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, seminari, lezioni e feste.

Il corteo si è aperto all’insegna degli slogan “Za promenu” (“Per il cambiamento”) e “Na Prajd se dolazi, na Prajd se ne poziva” (“Al Pride si viene, al Pride non si viene invitati”) e ha visto la partecipazione di Cedomir Jovanovic, figura di spicco del panorama politico serbo, il rappresentante UNICEF per la Serbia, Michael Saint-Lot, i ministri Ruzic e Djordjevic, il sindaco di Belgrado e, ancora più importante, l’attuale premier serba, Ana Brnabic, che si è posta alla guida della marcia.

Significativa, inoltre, la presenza delle forze di polizia in tenuta antisommossa, che hanno ricordato gli scontri provocati negli anni passati da gruppi di estremisti e ultranazionalisti. Si ricorda come nel 2010 più di 100 persone, soprattutto poliziotti, rimasero feriti in seguito ad un attacco da parte di facinorosi omofobi.

Domenica, non è stato registrato nessun episodio di violenza e la manifestazione ha potuto svolgersi in maniera pacifica. Gli attivisti di opposizione alla parata dell’orgoglio si sono riuniti in un’area separata, sventolando striscioni ed esponendo cartelli, ma non è stato riportato alcun incidente.

La giornata si è, infine, conclusa con l’intervento dell’ambasciatore del Gay Pride di Amsterdam, Hans Van Hoven, che ha voluto complimentarsi per i progressi fatti dal governo serbo in fatto di tolleranza e di diritti delle minoranze e per il coraggio dimostrato dal primo ministro.

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Il Kosovo sull’orlo di una crisi di governo La maggioranza ancora senza un Presidente della Camera

In seguito alla caduta del governo in Kosovo, lo scorso giugno il presidente della Commissione Elettorale Centrale (CEC) del Kosovo annunciava i risultati finali delle elezioni parlamentari: la coalizione PAN si aggiudicava il primo posto, con il 33,7% dei voti. Si posizionava al secondo posto Vetevendosje, seguito dalla coalizione LAA.

Come conseguenza dei risultati, la rappresentanza nella nuova legislatura spettava a PAN, una coalizione di 14 partiti, guidata dal Partito Democratico del Kosovo (PDK), dall’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) e dall’Iniziativa per il Kosovo (NISMA), che sarebbe stata rappresentata da soli 39 parlamentari.
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Studenti bosniaci contro il divide et impera Le proteste di Jajce e Travnik contro la segregazione scolastica

 

Nelle ultime settimane hanno avuto grande risonanza mediatica le proteste degli studenti bosniaci di Jajce (“Iaice”), scesi in piazza per combattere la segregazione scolastica e per porre fine al fenomeno delle cosiddette “due scuole sotto lo stesso tetto”.

Secondo il principio delle “due scuole sotto lo stesso tetto”, in alcune parti della Bosnia gli studenti seguono programmi differenti in base alla loro appartenenza etnica: i ragazzi e le ragazze entrano nella stessa scuola, ma seguono lezioni diverse in aule diverse. Si tratterebbe di una pratica attiva solo nella Federazione croato-musulmana (una delle due entità in cui è diviso il paese, accanto alla Republika Srpska).

A conferma di ciò sono stati pubblicati dei dati sul portale diskriminacija.ba che mettono in evidenza la presenza di 32 istituti scolastici nella Federazione BiH e organizzati secondo il principio della divisione per etnia, di cui 14 nel cantone della Bosnia Centrale, 12 nel cantone Erzegovina-Neretva e 6 nel cantone Zenica-Doboj. In Republika Srpska non sono presenti scuole di questo tipo. Il territorio è infatti molto più omogeneo essendo abitato in gran parte da serbi-bosniaci, i quali si pongono meno problemi di convivenza.

Le proteste sono iniziate già verso la fine del 2015 e intensificate dopo la decisione ufficiale di marzo 2017 da parte del Cantone della Bosnia Centrale di aprire un nuovo istituto superiore a Jajce, che sarebbe andato ad affiancare i due istituti già presenti nella cittadina, il liceo classico “Nikola Sop” e la Scuola Superiore Tecnica.

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Nuove sfide per l’Ucraina? Poroshenko decide di bloccare l’accesso ai principali social media russi

Recentemente, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha approvato un decreto che comporta il blocco di alcuni social network e servizi online russi molto utilizzati in Ucraina.

Si tratterebbe di nuove misure che si inseriscono sul filo rosso delle sanzioni imposte da parte del governo di Kiev nei confronti di persone fisiche e giuridiche legate a Mosca, in risposta all’annessione russa della Crimea e al suo coinvolgimento nel conflitto militare nella regione del Donbass. Da marzo 2014 sono state numerose le sanzioni introdotte contro la Russia, tanto che, ad oggi, risultano coinvolte circa 450 società e 1.200 persone che vivono sul territorio ucraino. Continua a leggere

L’eterno ritorno della “Grande Albania” Reazioni alle dichiarazioni del premier albanese Edi Rama

Il 18 aprile scorso il quotidiano Politico ha pubblicato i contenuti di un’intervista all’attuale premier albanese, Edi Rama. Ad una domanda su una possibile unione tra Albania e Kosovo, il premier ha risposto che non è nel suo interesse perseguire un’unione con il Kosovo. Ha poi aggiunto che questa potrebbe essere, però, una “possibile alternativa alle porte chiuse dell’Unione Europea”.

Le reazioni sono state immediate.

La replica più aspra è arrivata dalla Serbia. Continua a leggere

Russia e Balcani: 7 giorni in 300 parole

ALBANIA

25 aprile. Prosegue da oltre due mesi la crisi tra la maggioranza di centrosinistra del premier Edi Rama e l’opposizione di centrodestra, guidata da Lulzim Basha. David McAllister, presidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo e il relatore per l’Albania, Kunt Fleckenstein, hanno fatto visita a Tirana per proporre alcune soluzioni, ma l’opposizione rimane ferma sulla richiesta di istituire un governo tecnico e sulle dimissioni del Premier.

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Questioni di onore in Cecenia Più di 100 persone gay arrestate dalle autorità cecene

 

È arrivata sabato la conferma delle persecuzioni di omosessuali in Cecenia.

La notizia è stata pubblicata da un giornale russo d’opposizione, la Novaya Gazeta, e riportata successivamente dal New York Times e dal Guardian.

Secondo la testata russa, nelle ultime settimane sarebbe stata avviata una campagna da parte delle autorità cecene che avrebbe portato all’arresto di più di 100 uomini sospettati di essere omosessuali. “In alcuni casi si è arrivati fino all’omici
dio
, ha scritto il giornale, pubblicando i nomi di tre persone che avrebbero perso la vita.

Il leader ceceno, Ramazan Kadyrov, tramite il suo portavoce Karimov Alvi, ha smentito la notizia, accusando il giornale di aver diffuso informazioni false. “Non è possibile arrestare o reprimere persone che semplicemente non esistono nella Repubblica” – ha dichiarato Alvi, aggiungendo che, se ci fossero omosessuali in Cecenia, ci penserebbero gli stessi familiari a liberarsene, senza necessità di intervento da parte delle autorità. Continua a leggere