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Pluralismo giuridico e diritti fondamentali Fra tutela delle minoranze e libertà decisionale delle stesse

Nell’attuale contesto di multiculturalismo crescente, le compagini sociali si trovano –sempre più spesso– a dover fare i conti con l’intreccio di norme derivanti da ‘ambienticulturali (e legali) differenti fra loro. L’interazione fra norme e tradizioni giuridiche alle volte antinomiche e lontane non è sempre una relazione di facile gestione. È proprio in questo ambito che si colloca la pronuncia della CEDU sul caso Molla Sali c. Grecia, deciso dalla Grande Camera lo scorso 19 dicembre.

La ricorrente e il marito erano membri della minoritaria comunità musulmana di Grecia. Poco prima della sua morte, l’uomo si era recato presso un notaio e aveva redatto un testamento secondo i canoni del diritto civile ellenico. Le sorelle di questi, escluse dall’eredità, contestavano prontamente la validità del testamento, sostenendo che, in forza di alcuni obblighi internazionali (Trattato di Sèvres del 1920 e Trattato di Losanna del 1923), l’unica legge applicabile ai rapporti successori fra cittadini greci di fede musulmana fosse la Shari’a. I procedimenti interni vedevano la Corte di Cassazione accettare la richiesta delle sorelle dell’uomo e, conseguentemente, dichiarare invalido il lascito testamentale. La ricorrente, quindi, proponeva ricorso alla Corte di Strasburgo per supposta violazione dell’articolo 14 Conv. (divieto di discriminazione) in combinato disposto con l’articolo 1 Prot. 1 (tutela della proprietà). Tralasciando i particolari della decisione della Corte, quest’ultima concludeva accettando la doglianza sollevata e riscontrando una violazione delle norme in oggetto.

I giudici, all’unanimità, rilevavano come il principio del pluralismo giuridico non possa estendersi fino impedire ai membri di una comunità minoritaria (nel caso de quo, religiosa) di ricorrere alla legge regolare (a detrimento, quindi, delle norme della comunità stessa). Ciò, infatti, non rappresenterebbe più una doverosa tutela della minoranza coinvolta, ma diverrebbe un ostacolo al diritto all’autoidentificazione dei membri della comunità, oltre che una discriminazione ingiustificata.

Nonostante si tratti di una delle prime occasioni in cui un’istituzione quale la CEDU si pronunci in materia di pluralismo giuridico di origine religioso, la decisione risulta straordinariamente ben bilanciata. La Corte di Strasburgo, infatti, non ha tralasciato di considerare l’importanza dei trattati che tutelano la minoranza islamica in Grecia, ma lo ha fatto alla luce della libertà dei singoli di decidere se rivolgersi a dette norme o ad altre (stante il fatto che per questi casi non esiste, nell’ordinamento greco, un divieto di scelta fra le giurisdizioni). Preme, comunque, segnalare come il ragionamento della Corte non sia immune da contestazioni: a detta di alcuni interpreti, infatti, la stessa avrebbe, forse, trascurato di valutare le specificità della condizione in Tracia e la tradizionale tutela della minoranza islamica ivi residente.

Nel caso di specie, comunque, la Corte sembra aver diligentemente rispettato gli obblighi imposti dalla Convenzione, bilanciando l’interesse di protezione della comunità minoritaria con le modalità impiegate per raggiungere tale scopo, considerate non proporzionate. La ricorrente avrebbe, infatti, subìto un trattamento discriminatorio sulla base delle proprie convinzioni religiose, ancorché la volontà dello Stato convenuto fosse solamente quella di tutelare i diritti di una minoranza.

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