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A future to believe in 2.0 Sanders annuncia la propria ricandidatura per le primarie del Partito Democratico

Nei mesi successivi all’elezione dell’attuale 45° presidente degli Stati Uniti, i commentatori democratici sollevarono, più volte, il dubbio che Hillary Clinton, la sconfitta delle scorse elezioni, non fosse considerabile come il candidato ideale per la sfida e che tale ruolo si sarebbe dovuto, invece, attribuire a Bernie Sanders.

Senatore del Vermont e oggi 77enne, Sanders si collocava come indipendente e la sua campagna “A future to believe in” era stata vista come un tentativo di successo di rivitalizzare la base progressista del Partito e, proprio Sanders, martedì 18 febbraio, ha annunciato che correrà nuovamente per quella nomination che gli era sfuggita, nella scorsa tornata elettorale, per appena 5 Stati

Nel corso dell’intervista rilasciata alla Vermont Public Radio e durante la quale avrebbe espresso la propria volontà di rimettersi in gioco, Sanders, si è presentato alla base democratica attaccando direttamente il presidente Trump, definendolo “un imbarazzo per la Nazione”, “un bugiardo patologico” e un “razzista, omofobo e xenofobo”.  Secondo il senatore Sanders, il Presidente avrebbe, infatti, “un modo di fare politica spicciolo, che consiste nell’attaccare le minoranze”; minoranze che erano state, invece, fra i suoi più forti sostenitori.

La risposta indiretta del Presidente non si è fatta attendere ed è giunta precedentemente alle dichiarazioni rese da Sanders, il quale, pur non avendo ancora reso pubbliche le proprie intenzioni era già stato identificato come potenziale e futuro candidato. Donald Trump, infatti, tramite il coordinatore della propria campagna per la rielezione, Kayleigh McEnany, ha riconosciuto l’abilità del senatore nel dettare l’agenda del Partito, dichiarando che, secondo lui, “Sanders avrebbe già vinto”, per tale ragione “il dibattito democratico”.

Donald Trump, avrebbe, tuttavia, aggiunto che, soprattutto sul piano della politica estera, gli americani continueranno ad essere dalla parte del Presidente. Secondo Donald Trump, infatti, gli americani si “si rifiuteranno di votare per un programma che li porterà a pagare tasse altissime, che prevede un sistema sanitario coordinato dal governo federale e, soprattutto, che vede l’America abbracciare posizioni di dittatori come il venezuelano Maduro”. Sulla base di tali dichiarazioni Sanders ha annunciato di essere pronto a contestare ogni posizione di Trump nel corso delle primarie e nelle elezioni generali perché, questa volta, “vincerà la nomination”.

Nonostante l’ottimismo, la sua vittoria potrebbe essere molto difficile da ottenere. Su di lui e sulla sua immagine pesano, infatti, le accuse di sexual harassment provenienti da alcuni membri del proprio staff nel corso della campagna del 2016. In secondo luogo, sebbene la Clinton non sarà della partita e con lei l’efficientissima macchina elettorale dell’ex Segretario di Stato, altri contendenti potrebbero rendere meno efficace il messaggio di Sanders. Alcuni dei suoi più grandi alleati nella scorsa campagna elettorale, come la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, e uno dei suoi finanziatori, Michael Bloomberg, hanno, infatti, dichiarato che correranno anch’essi o che pensano di farlo.

Nonostante tali difficoltà, le prime risposte al lancio della sua campagna lasciano intendere che, comunque, potrebbe risultare uno dei favoriti; sarebbero, infatti, già stati raccolti più di 4 milioni di dollari provenienti da oltre 150.000 donatori provenienti soprattutto da New Hampshire e Iowa, alcuni dei primi Stati protagonisti della votazione.  

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