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USA, con il ritiro dalla Siria a rischio la posizione dei Curdi Trump minaccia di distruggere l'economia turca se Ankara attaccherà le Forze Democratiche Siriane

Il ritiro delle truppe americane presenti in Siria, annunciato lo scorso 19 dicembre da Donald Trump, ha sconvolto l’amministrazione di Washington. Il segretario alla Difesa Jim Mattis, contrario all’iniziativa, ha dato le dimissioni. Dal punto di vista delle relazioni internazionali la scelta del Presidente degli Stati Uniti accresce, da un lato, il ruolo della Russia e della Turchia nella futura definitiva risoluzione della crisi. Dall’altro, rischia di minare la credibilità degli Usa come partner militare.

Per quanto riguarda quest’ultimo punto tutto verte sulla delicata questione dei curdi, che negli anni hanno giocato un ruolo fondamentale nel sottrarre territori al sedicente Stato Islamico nella Siria nord-orientale. Durante la guerra civile che ha devastato il Paese, gli Stati Uniti hanno creato il Counter-Islamic State of Iraq and Syria Train and Equip Fund (CTEF), un fondo destinato a finanziare le formazioni anti-Daesh in Medio Oriente. Grazie a questo hanno sostenuto con armi e addestramento le Forze Democratiche Siriane, composte all’80% da curdi dell’Ypg (Unità di protezione del Popolo). Nel febbraio 2018 gli americani hanno anche bombardato le forze filo-Assad, ree di aver appunto attaccato postazioni delle Fds.

L’Ypg è però ideologicamente contiguo al Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), formazione turca considerata terrorista da Ankara. Per questo, e soprattutto per evitare la nascita di un’entità statuale curda ai propri confini meridionali, già nell’agosto del 2016 la Turchia ha attaccato le postazioni delle Fds a Manbij. Lo Stato della penisola anatolica ha poi condotto un’operazione su più vasta scala nel gennaio del 2018, col fine di sottrarre ai curdi il controllo della città di Afrin.

La partenza dei soldati a stelle e strisce rischia di porre i curdi in una situazione quasi ingestibile. Salih Muslim, ex presidente del Partito dell’Unione Democratica intervistato dal Fatto Quotidiano il 24 dicembre 2018, ha dichiarato che l’addio degli statunitensi costringerà i curdi a combattere contro Daesh, da una parte, e frenare l’avanzata di Ankara, dall’altra. Ma secondo Muslim anche gli altri Paesi della coalizione sarebbero vittime del tradimento di Washington. “Qui a combattere sono venute persone da tutta Europa”.

In più, Muslim sostiene che Daesh in Siria non sia affatto stato sconfitto, a dispetto di quanto aveva trionfalmente annunciato Donald Trump. “Solo ad Hajin, dove si sta ancora combattendo, si stima che siano presenti circa 4.000 jihadisti dello Stato Islamico e che quelli sparsi per tutta la Siria siano oltre 30.000. Se la Turchia dovesse invaderci e indebolire le nostre truppe, Daesh potrebbe riconquistare territori”.

E l’attacco turco potrebbe arrivare: lo scorso 8 gennaio il presidente Erdoğan ha annunciato che ben presto sarebbero state eseguite ulteriori “azioni per neutralizzare i gruppi terroristici in Siria”. La risposta di Trump è giunta cinque giorni dopo: “Devasteremo economicamente la Turchia se colpisce i curdi”. Ѐ però lecito domandarsi quanto questa intimidazione sia credibile, visto che è rivolta a un Paese che contribuisce per il 4.38% ai finanziamenti diretti per la Nato, e nell’ambito di questa alleanza ha il secondo esercito per numerosità.

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