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La Sar Zone libica è davvero tale? Il silenzio libico sulle sue operazioni in mare nasconde una situazione drammatica dei migranti

A qualcuno verrebbe mai in mente di definire la Libia oggi “a place of safety”? Difficile.

Eppure, nel giugno 2018, Tripoli annunciava l’iscrizione nel registro dell’Organizzazione marittima internazionale di una propria zona Sar (Search and Rescue), un’area marittima che corre lungo la costa della Libia, con un’estensione pari a quella dello Stato stesso e profonda un centinaio di miglia. Tale atto testimonia un’assunzione di responsabilità di ciò che accade nelle proprie acque territoriali; la Libia, ufficialmente, si impegna prestare soccorso ai barconi carichi di migranti e a collaborare ai salvataggi, attraverso due Guardie Costiere (una dipendente dal ministero dell’Interno e l’altra dalla Difesa), con le Guardie Costiere italiana e maltese.

Fino a qui, tutto bene. L’Unione Europea tira un sospiro di sollievo, Italia e Malta si sentono più “leggere”. In teoria, si tratterebbe di un’ottima soluzione. Peccato che la Libia sia spaccata in due, fortemente instabile a livello politico e molto carente dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Di conseguenza, i migranti più che “cercati e salvati” e portati in “luoghi sicuri”, sono brutalmente arrestati e deportati nei centri provvisori di detenzione.

Inoltre, l’istituzione della Sar ha creato una nuova, pericolosa consuetudine: quando i Maritime rescue coordination center (Mrcc) di Roma e della Valletta ricevono delle segnalazioni di situazioni di distress (ovvero di imbarcazioni in difficoltà) nella fetta di Mediterraneo compresa tra Libia, Malta e Italia, invece di diramare l’avviso a tutti i naviganti dell’area, hanno cominciato a deviare la chiamata automaticamente su Tripoli. Da lì in poi, spesso della sorte dei barconi non si sa più nulla.

Un recente fatto di cronaca fornisce un quadro più ampio della situazione.

Il 20 di gennaio scorso, alle 11, un’imbarcazione con a bordo 100 persone che stava tentando di attraversare il Mediterraneo lancia un SOS ad Alarm Phone, un call center di volontari che raccolgono richieste di soccorso in mare. Una volta individuata la posizione, a 60 miglia da Misurata, si decide di contattare la Guardia Costiera libica. Tuttavia, nessuno dei numeri di telefono cui Tripoli dovrebbe rispondere sembra funzionare. In seguito ai rifiuti di Italia e Malta di prendersi carico della situazione, si ritenta il collegamento con la Libia, senza mai successo. Solo nella notte l’emergenza, che all’inizio tale non era, si risolve: Lady Sharm, un cargo battente bandiera della Sierra Leone, soccorre il barcone in avaria e salva i migranti.

Cosa ci insegna tutto questo? Non solo l’istituzione della Sar non ha in alcun modo migliorato la prontezza dei soccorsi e l’efficacia degli interventi, ma le ha addirittura peggiorate. Da indagini risulta che i numeri della Guardia Costiera libica siano quasi sempre silenziati e, dunque, le risposte alle segnalazioni che arrivano, se arrivano, non sono comunque rese pubbliche in alcun modo. Così, ciò che succede è che i migranti vengono spesso riportati agli stessi centri da cui sono scappati, nei quali, come testimonia l’ultimo rapporto congiunto del UNSMIL (UN Support Mission in Libya) e UNHRO (UN Human Rights Office) vengono sottoposti a torture e soprusi di ogni genere.

Il silenzio libico sulle operazioni di “salvataggio” compiute è problematico per altri due motivi: primo, esso esclude di fatto qualsiasi altra imbarcazione (di ONG o associazioni) che potrebbe trovarsi più vicina al barcone e risolvere la situazione velocemente. Secondo, esso rende questa porzione di Mediterraneo una zona silente, dove sembra che nulla si muova. In realtà vi capita di tutto, semplicemente nessuno sa niente.

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