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La Bolivia di Evo Morales: prove tecniche di caudillismo? Le elezioni presidenziali di ottobre si svolgeranno in un clima di profonda tensione

Evo Morales si appresta a partecipare per la 4a volta alle elezioni presidenziali in un clima sociale teso e contestato.

La Bolivia si presenta ancora oggi, nell’immaginario collettivo internazionale, come la principale vittoria della sinistra progressista latinoamericana, con il cosiddetto Socialismo del Siglo XXI, ovvero quel movimento socio-politico cominciato con la Revolución Bolivariana di Chávez e allargatosi in tutta la regione.

Una significativa presa di distanza rispetto agli altri Governi era rappresentata dall’art. 168 della Costituzione boliviana, che impone il limite di due mandati al Presidente e al Vicepresidente, impedendo per legge la prassi dell’elezione indefinita diffusa negli altri Paesi della regione. Proprio questo articolo è di recente diventato oggetto di un acceso dibattito. Evo Morales, già vincitore delle presidenziali nel 2005, 2009 e 2014, ha indetto un referendum costituzionale il 21 febbraio 2016 per modificare il suddetto articolo. Contro ogni previsione, il ‘No’ ha vinto con il 51% dei voti, segnando la prima sconfitta elettorale del Presidente in oltre dieci anni. Morales non ha voluto accettare l’esito referendario e si è appellato al Tribunal Constitucional Plurinacional per dichiarare incostituzionale il limite di due mandati consecutivi. In una controversa e aspramente criticata sentenza, il TCP ha accolto la richiesta di Morales.

Ulteriore dissenso si è scatenato dalle elezioni primarie tenutesi il 27 gennaio, le prime  nella storia della Bolivia. Ogni partito politico ha infatti presentato un solo binomio (candidato presidente e vicepresidente), compromettendo fortemente la libera competizione elettorale e rendendo inutile e costoso l’intero processo.

Le presidenziali di ottobre saranno seguite con estrema attenzione anche da Washington e Mosca in vista del mutato scenario regionale e globale: la Bolivia si trova sempre più circondata da Paesi un tempo suoi alleati, ma ora membri del Gruppo di Lima, nato per monitorare e condannare la grave crisi venezuelana. In questa ottica va interpretato il rifiuto di concedere l’asilo politico a Cesare Battisti dopo l’arresto, avvenuto proprio in Bolivia, e la decisione di consegnarlo immediatamente alle autorità italiane, impedendo la passerella mediatica al neoeletto Bolsonaro.

Evo Morales è entrato nella storia della Bolivia nel 2006, in quanto primo indigeno a vincere le elezioni presidenziali. L’evento lanciò un messaggio di profondo riscatto sociale in un Paese dove il 40% della popolazione è indigeno. Le principali etnie, Quechua e Aymara (di cui fa parte Morales), non solo non avevano mai avuto una degna rappresentanza politica, ma addirittura non avevano mai visto riconoscere ufficialmente le loro lingue native. Nel 2007 Morales indisse nuove elezioni per un’Assemblea nazionale costituente incaricata di elaborare la nuova costituzione, che riconosce l’identità plurale ma unitaria dello Stato boliviano, garantisce l’ufficialità di tutte le lingue indigene al pari dello spagnolo e l’autonomia delle comunità native ad amministrare le loro terre, oltre a classificare come diritti umani l’accesso libero all’acqua potabile e alla rete fognaria.

Le elezioni di ottobre sanciranno quindi se Morales rimarrà in carica fino al 2025, compiendo un ventennio di governo e confermando le accuse di autoritarismo, o se anche la Bolivia seguirà il cambiamento politico in corso nella regione latinoamericana.