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Israele non rinnova il mandato della TIPH Netanyahu avanza accuse di "attività contro Israele". Erekat: "Così si uccide il processo di pace"

Nella giornata di lunedì 28 gennaio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di non avere intenzione di rinnovare il mandato della Temporary International Presence in Hebron (TIPH), la missione composta da osservatori internazionali operante nella città più grande della Cisgiordania.

Il premier ha giustificato il gesto affermando che la missione sarebbe implicata in “attività contro Israele”, anche se non sono stati forniti ulteriori particolari.

La reazione del Segretario Generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Saeb Erekat, non si è fatta attendere. Egli, infatti, ha sottolineato come una decisione simile metta a rischio il processo verso un accordo per la pace con Israele e ha domandato alle Nazioni Unite di inviare in Cisgiordania delle forze internazionali permanenti con lo scopo di “garantire la sicurezza e la protezione del popolo della Palestina”.

Tuttavia, al momento non è pervenuta alcuna risposta delle Nazioni Unite in merito.

La Temporary International Presence in Hebron (TIPH), come accennato sopra, è un gruppo di monitoraggio internazionale istituito con un accordo bilaterale tra lo Stato di Israele e l’Autorità Palestinese (PA) dopo che, il 25 febbraio 1994, Baruch Goldstain, un colono israeliano, aveva ucciso 29 palestinesi nella Moschea di Abramo. Dopo tre mesi, però, il mandato della missione non fu rinnovato.

Nel 1997 la TIPH fu nuovamente istituita e regolata dal Protocollo di Hebron, a sua volta parte degli Accordi di Oslo; fino ad oggi constava della partecipazione di 64 osservatori provenienti da cinque Paesi contribuenti: Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia (in principio era tra questi anche la Danimarca).

Come si può leggere direttamente dal sito Internet, lo scopo della missione, il cui mandato doveva essere rinnovato regolarmente ogni sei mesi, era quello di “osservare e riportare violazioni dell’accordo tra l’Autorità Palestinese e Israele riguardo a Hebron, così come sulle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e delle leggi internazionali dei diritti umani”. Inoltre, essa deve cercare di “promuovere con la sua presenza una sensazione di sicurezza […] e aiutare a promuovere la stabilità della città”. Tuttavia, gli osservatori non avevano la facoltà di intervenire direttamente.

Dal 1997, tramite accordo, si prevede la spartizione del territorio della città di Hebron per l’80% sotto il controllo dell’Autorità Palestinese e per il 20% sotto Israele. La presenza di coloni israeliani è comunque considerata illegale dal diritto internazionale.

Dall’inizio del primo mandato sino al dicembre 2018, gli osservatori hanno compilato diversi rapporti sulla situazione a Hebron, dai quali si evince come Israele abbia commesso frequenti violazioni della legge internazionale, tra cui, per esempio, la limitazione della possibilità di movimento ai residenti palestinesi a causa della presenza di posti di blocco militari. L’Ong israeliana B’Tzelem ha parlato di una vera e propria “segregazione legale e fisica”, che avrebbe condotto anche a una drastica diminuzione delle attività commerciali della città. Nonostante le motivazioni avanzate dal premier Netanyahu, giornali del calibro del The New York Times hanno appoggiato l’ipotesi che il Primo Ministro israeliano abbia agito per cercare il consenso dei coloni in vista delle elezioni che si terranno il 9 aprile.

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