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The Shutdown Le divergenti posizioni politiche sull’immigrazione paralizzano le attività federali statunitensi

I promised I would fix this crisis, and I intend to keep that promise one way or the other. Con queste parole, il presidente Donald Trump ha voluto rimarcare la propria risolutezza in merito allo sconvolgimento politico protagonista della cronaca nordamericana dell’ultimo mese. Immersi in una parziale, ma prolungata, paralisi, gli Stati Uniti continuano, infatti, a subire le inevitabili conseguenze generate dallo shutdown più lungo della storia degli Stati Uniti.

Manifestazione della mancata approvazione, da parte del Congresso, del bilancio relativo ai fondi destinati alle attività federali, lo shutdown continua a produrre le proprie conseguenze da più di un mese, generando, dallo scorso 22 dicembre, un’inevitabile incertezza politica ed economica in tutto il Paese. Un quarto delle attività federali statunitensi è, infatti, rimasto bloccato per mancanza di fondi, con successiva sospensione delle attività dei dipendenti e delle loro retribuzioni.

A causare l’attuale stallo, l’ennesimo snodo di discordia sul tema dell’immigrazione. In particolare, il diniego alla richiesta di un finanziamento del valore di 5,7 miliardi di dollari, avanzata dal Presidente per affrontare la costruzione del muro di confine tra Stati Uniti e Messico, sembrerebbe aver portato al punto di rottura tra Trump e l’opposizione. I democratici, disposti a incrementare i finanziamenti destinati alla sicurezza dei confini escludendo, tuttavia, la previsione di fondi a vantaggio della barriera con il Messico, sono, infatti, intenzionati a non cedere alle pretese del Presidente, continuando a considerare l’opera “inutile e costosa”.

Una fermezza non accettata, tuttavia, dal leader del Paese, ormai ossessionato dalla ricerca dei finanziamenti necessari a tale costruzione e disposto a protrarre la paralisi federale fino al raggiungimento di tale scopo. Il dibattito politico, infatti, prosegue senza imminenti soluzioni, con un Presidente fermo a tal punto sulla propria posizione da minacciare di ricorrere all’emergenza nazionale, al solo scopo di scavalcare il Congresso e ottenere, così, il finanziamento tanto desiderato.

Le stesse proposte di accordo presentate da Donald Trump non contengono margini di miglioramento. Durante un discorso tenuto lo scorso 19 gennaio, il Presidente si è definito “disposto a estendere, di ulteriori 3 anni, la protezione a 700.000 giovani entrati negli Stati Uniti da bambini al seguito di genitori irregolari”, noti come ‘Dreamers’ e fonte di stalli governativi precedenti. In cambio di tale ‘concessione’, Donald Trump avrebbe richiesto “l’immediato finanziamento” alla costruzione della barriera, generando l’ennesimo rifiuto nei confronti di una linea politica ormai nota e ritenuta “inaccettabile dall’opposizione.

Lontani, per ora, da un avvicinamento politico, lo shutdown prosegue, dunque, la propria corsa, insieme ai danni da esso generati. In tale scenario, rimangono incerte le prossime mosse di Donald Trump, ormai costretto a fare i conti con gli esiti della propria strategia politica. Ritenuto da più della metà degli americani il principale colpevole dello stallo federale, il Presidente ha, infatti, intrapreso una strada politica considerata, dal 64% dei cittadini statunitensi, “inappropriata”; numeri che, forse, potrebbero esercitare un peso nel rinviare o modificare le attuali, quanto impellenti, esigenze del tycoon.

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