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Un omicidio prevedibile La morte del sindaco di Danzica è un segnale di tensioni profonde nel sistema politico polacco.

di Luca Pons 

Nella notte di domenica 13 gennaio, Pawel Adamowicz, sindaco della città polacca di Danzica dal 1998, è stato accoltellato. Sebbene i medici abbiano cercato di salvarlo, lavorando per oltre cinque ore in camera operatoria, Adamowicz è deceduto il giorno dopo. Era un aperto e netto oppositore dell’attuale governo di estrema destra, deciso nella difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati, convintamente europeista.

L’omicidio pare avere avuto motivazioni politiche, ma anche personali: l’uomo che ha colpito tre volte il cuore e l’addome di Adamowicz era uscito di prigione da pochi mesi, dopo aver scontato una condanna per diverse rapine. Subito dopo l’omicidio, l’assassino ha gridato con un microfono: “Mi hanno imprigionato ingiustamente per cinque anni. Piattaforma civica [partito di Adamowicz, al governo fino al 2015, n.d.r.]  mi ha torturato. Per questo Adamowicz è morto”.

Poiché la tragedia è avvenuta durante una grande manifestazione pubblica, migliaia di persone e diverse telecamere hanno assistito. Dopo essere stato per quasi un minuto indisturbato sul palco, con aria di trionfo, mentre la folla ancora non aveva capito cosa fosse successo, l’uomo è stato catturato dal servizio di sicurezza dell’evento.

Per quanto sembri chiaro che l’afflato politico dell’omicidio non sia da ricondurre al disegno di una qualche organizzazione politica di segno opposto, molti hanno indicato il delitto come la naturale conseguenza di una violenta polarizzazione del dibattito politico, che in Polonia ha luogo da anni. Piotr Buras, intellettuale polacco, ha scritto pochi giorni fa sul Guardian: “Il dibattito pubblico in Polonia è ricolmo di contenuti tossici – diffusi così alacremente dal governo che è impossibile parlare di imparzialità. La televisione di Stato è diventata uno strumento di violenta propaganda, che sputa incitamenti all’odio e xenofobia ogni giorno”.

Dalle pagine del New York Times, Olga Tokarczuk, romanziera e saggista, ha offerto una lettura analoga: anche se l’assassino ha un disturbo mentale, come sostenuto dalle autorità, “la televisione pubblica diffama costantemente, con linguaggio aggressivo, l’opposizione politica e chiunque la pensi diversamente. In più, la propaganda televisiva negli ultimi tre anni [da quando l’attuale governo è al potere, n.d.r.] ha ripudiato il sistema giudiziario, chiamandolo “dannoso per i cittadini”. Dalla sua cella, quest’uomo avrebbe recepito esattamente questi messaggi, incentrati sul bisogno di soluzioni radicali”.

Lo stesso sindaco Adamowicz aveva affermato, in un’intervista a Repubblica del 15 novembre 2017, che la violenta retorica politica in Polonia avrebbe avuto conseguenze gravi: “L’abuso fisico è di solito preceduto dalla violenza verbale. Se il linguaggio delle élites viola i limiti della decenza, causerà sempre più violenza fisica. Non è teoria, purtroppo è realtà.”.

Per quanto le divisioni politiche in Polonia restino profonde, la scomparsa di Adamowicz ha portato un attimo di stasi, se non di pacificazione. Poche ore dopo il decesso, il presidente della Repubblica Andrzej Duda, rappresentante del partito di governo, ha twittato: “Il sindaco Paweł Adamowicz se n’è andato. Mi unisco al dolore e alla preghiera con i suoi amici più cari e tutte le persone di buona volontà. Sto chiedendo a Dio sostegno per la famiglia. Ostilità e violenza hanno portato le conseguenze più dolorose e tragiche. Non possiamo accettarlo”.

Alla cerimonia funebre del 19 gennaio hanno partecipato oltre 3.500 persone nella basilica di Danzica. Stando alla polizia locale, circa 45.000 persone erano all’esterno.