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Relazioni commerciali interstatali: la pratica dello spionaggio economico C’è spazio per il diritto internazionale?

Il termine “spionaggio economico” viene spesso impiegato per designare l’azione di uno Stato che sfrutta la propria posizione di preminenza per “sottrarre” informazioni confidenziali riguardanti imprese straniere, passandole a quelle nazionali con il fine di incrementare la loro competitività. Tale azione, come sostiene Russell Buchan, ha lo scopo di rafforzare l’economia nazionale dello Stato in questione a danno delle aziende “spiate”. Lo spionaggio economico rappresenta un costo calcolato in svariati milioni di dollari per anno e si considera un rischio crescente con l’avvento e la diffusione della cyber-criminalità.

Recentemente – dicembre 2018 – la Cina è stata oggetto dell’accusa di condurre sistematicamente un’azione di spionaggio economico nei confronti delle aziende straniere che operano sul suo territorio. La domanda che sorge automatica è: come possono gli Stati reagire a queste minacce per la loro sicurezza nazionale? Trascurando volutamente l’apporto dato dal diritto penale nazionale, il ruolo del diritto internazionale in materia è stato oggetto, finora, di scarsa attenzione. Ciononostante, qualora considerassimo lo spionaggio economico come una forma indebita di concorrenza, risulterebbe applicabile – secondo alcuni – la Convenzione di Parigi sulla protezione della proprietà industriale, del 1967 (che crea la c.d. Paris Union). In particolare, la norma di cui all’articolo 10bis (2) sancisce: “Any act of competition contrary to honest practices in industrial or commercial matters constitutes an act of unfair competition”.

Se sia lecito o meno considerare lo spionaggio economico quale forma di concorrenza sleale è oggetto di dibattito. Occorre, comunque, rimarcare che la Convenzione adotta volutamente criteri definitori piuttosto ampli, in ipotesi, in grado di includere detta pratica nel novero degli “atti di concorrenza contrari alle pratiche commerciali oneste”. Inoltre, la stessa interpretazione letterale della norma convenzionale lascia pochi dubbi circa la portata della stessa: all’articolo 1(3) si legge che la proprietà industriale “shall be understood in the broadest sense”.

Preso atto dell’estendibilità della norma in esame al caso dello spionaggio economico, un ulteriore problema sorge all’orizzonte: quello della sua applicabilità extraterritoriale. Benché non vi sia alcuna disposizione chiara circa l’applicazione della Convenzione al di fuori del territorio di uno Stato della c.d. Paris Union, la stessa formulazione dell’articolo 10bis(1) chiarisce: “The countries of the Union are bound to assure to nationals of such countries effective protection against un fair competition”. Così facendo, la Convenzione pare porre l’accento non tanto sulla posizione geografica dello straniero coinvolto, quanto sulla sua nazionalità. Non pare, dunque, eccessivo ritenere che detta norma imponga – quantomeno – l’obbligo negativo di astenersi da condotte di concorrenza sleale nei confronti di cittadini di Stati parte della Paris Union.

Potrebbe essere interessante, a questo punto, indagare su quale possa essere l’organo giurisdizionale competente a dirimere una controversia connessa alla Convenzione di Parigi, posto che la stessa non è assorbita all’interno del WTO. Indipendentemente da ciò, comunque, la quesitone mostra come il diritto internazionale sia, oggi più che mai, in grado di permeare situazioni un tempo prettamente nazionali, ampliando la portata dei diritti e – forse – delle tutele.