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Maduro al secondo mandato, ma continua la fuga dei cittadini L'esodo del popolo venezuelano ha causato grosse difficoltà di gestione dei flussi migratori

Nicolas Maduro ha ufficialmente iniziato, con l’arrivo del nuovo anno, il suo secondo mandato da presidente del Venezuela, carica che ricoprirà fino al 2025.

Tra le principali problematiche che dovrà affrontare spicca il tema della migrazione: è infatti in continuo aumento il numero di venezuelani che fuggono dal Paese alla ricerca di una vita dignitosa.

Secondo i dati di novembre 2018 più di un milione di venezuelani è ora emigrato in Colombia e mezzo milione ha raggiunto il Perù. A queste due mete principali si aggiungono altri Paesi dell’area latinoamericana, tra cui Ecuador, Argentina e Cile. La regione sta affrontando dal 2014 un aumento sempre maggiore di rifugiati e ciò rischia di portare al collasso il sistema di accoglienza.

La prima misura attuata dal governo colombiano dell’ex presidente Santos è stata la creazione di una carta migratoria che permettesse di stabilire il numero esatto degli arrivi dal Venezuela. Questa carta garantisce ai rifugiati l’accesso al sistema sanitario, all’istruzione e al mercato del lavoro.

Come afferma Dany Bahar, giornalista di Brookings Institution Press, la necessità della regione latinoamericana è quella di instaurare un dialogo e un coordinamento tra i vari Paesi coinvolti nell’accoglienza dei migranti.

Per evitare che la fuga dei propri cittadini continui, Maduro dovrà cercare, durante il suo secondo mandato presidenziale, di interrompere la crisi economia.

Secondo l’opinione di Asdúbal Oliveros, direttore di Ecoanalítica, le problematiche che affronta oggi il Venezuela hanno origine “nell’imposizione di un modello in cui lo Stato ha sostituito il ruolo dei cittadini e dei mercati come meccanismo di organizzazione sociale”. Sempre secondo Oliveros, i cambiamenti da attuare in futuro sono molteplici: occorre puntare a una maggiore decentralizzazione, trasparenza fiscale e diminuzione della dipendenza nei confronti del petrolio.

Durante tutto il 2018, a causa della caduta del prezzo del greggio sui mercati internazionali, Maduro ha cercato di diversificare i guadagni provenienti dalle esportazioni intensificando l’attività estrattiva delle riserve d’oro del Paese; nei primi nove mesi dell’anno appena concluso il Venezuela ha esportato più di 23 tonnellate d’oro verso la Turchia, per un valore che si aggira intorno ai 900 milioni di dollari.

La decisione di Donald Trump, fortemente contrario al governo di Caracas, è stata quella di imporre ulteriori sanzioni, in questo caso legate all’esportazione di oro venezuelano. Il segretario della sicurezza nazionale John Bolton ha spiegato come questa misura proibirà sia a gruppi che a singoli investitori statunitensi di essere coinvolti in vendite corrotte di oro proveniente dalle riserve venezuelane. Questa decisione si somma alle sanzioni attuate da Washington nell’agosto del 2017, con le quali erano state proibite transazioni con titoli di debito ed azioni emesse da parte del governo di Maduro e da parte della compagnia petrolifera statale PDVSA.

Un altro problema che il Paese si trascina da anni è l’aumento inarrestabile del debito: secondo Luis Vicente León, economista e direttore di Datanálisis, la somma del debito di stato e del PDVSA è pari a circa 125.000 milioni di dollari. A questo dato occorre sommare i debiti bilaterali, contratti soprattutto con Cina e con la Russia ed i debiti con organismi multilaterali come la Banca Mondiale.

Saranno necessarie ulteriori misure per interrompere la crisi e il conseguente flusso migratorio, visto che l’aumento dell’attività estrattiva e l’introduzione della criptomoneta Petro non hanno ancora dato risultati significativi.