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Il tempo incalza e il No Deal fa sempre più paura La Brexit attende un piano ‘c’

24 giugno 2016: il Primo ministro conservatore, David Cameron, sostenitore della permanenza nell’Ue, annuncia le dimissioni.

13 luglio 2016: Theresa May, euroscettica ma che aveva votato contro la Brexit, diventa Prima Ministra.

17 gennaio 2017: nel discorso“di Lancaster”, Theresa May espone i suoi piani per una “hard Brexit”. Per la premier, “il Regno Unito non può continuare a far parte del mercato unico”, incompatibile con la priorità di Londra: la gestione dell’immigrazione europea.

29 marzo 2017: Theresa May attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che così prevede “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. [..] l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso”. L’iter di uscita dall’Ue scatta dunque ufficialmente.

Il divorzio è previsto per il 29 marzo del 2019; l’8 dicembre 2017 il presidente della Commissione Ue Juncker insieme con la premier britannica Theresa May annunciano di avere raggiunto un accordo iniziale sui tre dossier principali: il conto di uscita, i diritti dei cittadini e le sorti della frontiera tra l’Irlanda e la provincia britannica dell’Irlanda del Nord. L’accordo regolamenta in particolare la questione del conto di uscita che Londra dovrà pagare all’Ue, stimato fra 40 e 50 miliardi di euro, e prevede la controversa disposizione del “backstop”. La May invita i deputati britannici a sostenere l’accordo di divorzio in un voto fissato per l’11 dicembre, ma il 10 dicembre annuncia il rinvio del voto, vista la bocciatura quasi certa proprio per il “backstop”. Bocciatura che, il 15 gennaio 2019, ha preso piede nell’aula Parlamentare con 432 voti contrari, tra cui molti parlamentari dello stesso partito di Theresa May, i voti favorevoli sono stati solo 202: per il governo significa una grave e storica sconfitta.

L’opzione di default è il no deal, ossia un divorzio disastroso senza nessun accordo paracadute.

La Gran Bretagna infatti – salvo dilazioni concesse dalla Ue in caso di elezioni anticipate, o se Londra ritirasse l’art. 50 – si staccherà dall’Unione alla mezzanotte del 29 marzo. Domenica, al termine di intense trattative, la May in una conference call con i Ministri ha spiegato che un piano alternativo è quello di negoziare un trattato bilaterale con la Repubblica d’Irlanda bypassando così la Ue. Da Dublino, tuttavia, hanno risposto che “non c’è speranza” che tale accordo possa aiutare ad escludere dalla Brexit l’articolo sul back-stop, ovvero la permanenza dell’Irlanda del Nord all’interno dell’Unione doganale dell’UE e il mercato unico europeo dopo la Brexit. Altra strada, che potrebbe percorrere la May, per scongiurare un no deal, è quella di ottenere un appoggio ampio non solo dal suo partito, ma anche dall’opposizione. Per farlo potrebbero essere rivisti alcuni aspetti dell’accordo e mantenuti in prospettiva di legami più stretti con la Ue.

Uno scenario questo, che non spiacerebbe a numerosi Stati membri dell’Ue.

Una soluzione a Brexit sembra ancora lontana. Il «piano B» che Theresa May ha presentato il 21 gennaio in Parlamento è già stato respinto prima ancora di essere annunciato. Intanto, il leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, apre l’ipotesi di un nuovo referendum sulla Brexit, finora sempre negato, avendo prima indicato come unica alternativa al fallimento dei piani A e B di May le nuove elezioni politiche. I laburisti hanno presentato, infatti, un emendamento per costringere il governo a dare al Parlamento il tempo di considerare e votare sulle opzioni possibili al fine di impedire un’uscita “no deal”, sarebbe una hard Brexit, che fa paura a tutti a cominciare dagli operatori economici.