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Il Movimiento Zapatista compie 25 anni I guerriglieri messicani nel 2019 non hanno intenzione di dimenticare la lotta

Il 26 dicembre scorso sono iniziati i festeggiamenti per i 25 anni dall’inizio della “guerra zapatista”. Molte macchine senza targa sono state viste percorrere le strade dissestate e i sentieri meno battuti del Messico in direzione del Chiapas, il territorio rivendicato dall’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, per unirsi alle celebrazioni che si sono protratte fino all’anno nuovo.

Fu proprio il 1 gennaio 1994 il giorno in cui il movimento recuperò dalla storia messicana il nome di Emiliano Zapata, leader della Rivoluzione del 1910, e dichiarò guerra allo Stato, con l’obiettivo di rivendicare la lotta indigena, combattere contro l’oppressione economica e le disuguaglianze socio-politiche imperanti in quel momento storico. Oggi, nello Stato più meridionale del Messico, i membri dell’EZLN, per lo più di origine Maya, si sono radunati a fianco del Subcomandante Galeano, diventato noto con lo pseudonimo ora abbandonato di Subcomandante Marcos, per ricordare l’iniziativa intrapresa un quarto di secolo fa.

La rivolta iniziò proprio il giorno dell’entrata in vigore del NAFTA, il Trattato di libero commercio dell’America del Nord, considerato uno dei maggiori successi del presidente Carlos Salinas de Gortari. Per questo motivo, il movimento dell’EZLN fu salutato con simpatia dai movimenti no-global e contrari alla narrativa neoliberista sparsi in tutto il mondo. Il 1 gennaio 1994 indigeni di distinte etnie del Chiapas si coprirono il volto e ben presto entrarono armati nei municipi di San Cristobal de las Casas, Altamirano, Las Margaritas, Ocosingo. L’opinione pubblica mostrò dapprima scetticismo nei confronti delle potenzialità dell’EZLN, ma ben presto si rese conto dell’errore commesso nel prendere sotto gamba questo esercito irregolare. Il Messico non era nuovo all’insurrezione di masse popolari, prevalentemente rurali, che organizzavano operazioni di guerriglia, ma non aveva mai fronteggiato un gruppo militare che potesse confrontarsi alla pari con l’Esercito messicano, grazie all’abilità strategica e comunicativa dei suoi comandanti e soprattutto del suo Subcomandante.

Il Subcomandante Marcos, di fatto all’apice della gerarchia dell’EZLN, cercò un grado che rimarcasse la sua subordinazione al popolo e assunse il ruolo di voce carismatica, pur senza  mostrare il volto, o forse proprio grazie all’anonimato che gli garantiva la maschera: un passamontagna nero con un taglio per gli occhi e uno per la pipa, sempre accesa. La sua immagine, identificativa del personaggio rivoluzionario, si è diffusa in tutto il mondo, arrivando ad essere definito un Che Guevara post-moderno. Fin da subito volle collocare la lotta al di fuori dei recinti ideologici tradizionali: la Dichiarazione della Selva Lacandona, il documento che accompagnava la dichiarazione di guerra allo Stato, era un testo di narrativa sociale e indigenista che si discostava dal classico discorso del guerrigliero latinoamericano socialista o comunista. Nessun riferimento a Marx, Engels, Fidel Castro o Che Guevara, né alla conquista del potere, ma alla transizione dal sistema presente a un nuovo più egualitario.

I delitti di terrorismo, eversione, sommossa, ribellione e cospirazione che erano stati attribuiti al subcomandante Marcos sono caduti in prescrizione nel 2016: la legge messicana ha dimenticato, mentre l’EZLN ha deciso di inaugurare il 2019 in modo che nessuna azione cada nell’oblio. E il mondo sembra dar loro ragione, se non sulle risposte, almeno sulle domande che hanno saputo porre, contestando il NAFTA, i trattati di libero commercio e il concetto stesso di neoliberismo.

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