Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Due anni di Trump: come stanno gli USA? Fra crescita e guerre commerciali, un’analisi economica del primo biennio del tycoon

20 gennaio 2017: alla Casa Bianca è l’Inauguration Day, che celebra e ufficializza la nomina di Donald J. Trump a 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un’elezione, quella del tycoon newyorkese, avvenuta su uno sfondo economico-sociale di scarsa crescita, di salari reali fermi da anni e crescenti diseguaglianze economiche, su cui lo stesso Trump ha fatto leva durante la campagna elettorale per attirare le preferenze degli scontenti della middle-class statunitense.

I due anni appena trascorsi, facilmente collocabili sotto un’ideologia isolazionista ed economicamente protezionista, ricchi di decisioni estreme e tweet non convenzionali, non possono essere definiti ‘pacifici’ nemmeno internamente alla stessa amministrazione: secondo le stime della Brookings Institution, tra i principali consiglieri di Trump, il turnover è stato del 65%, con 13 membri del Gabinetto sostituiti (in confronto, erano stati sette con Obama).

La politica economica applicata è stata quella classica Repubblicana, centrata su tagli fiscali che privilegino le imprese (dal 35% al 21% l’imposta sugli utili) e redditi più alti. Infatti, tra le prime iniziative di Trump c’è stata la riforma fiscale nota come Tax Cuts and Jobs Act del 2017: i tagli hanno sostenuto gli investimenti delle imprese e determinato una crescita su livelli mai visti dal 2014, sopra il 4% del PIL nel secondo trimestre 2018. Ciò ha contribuito a migliorare le condizioni del mercato occupazionale: per la prima volta da 20 anni sono più i nuovi posti di lavoro che i disoccupati, ora sotto il 4% della forza lavoro, dato reso ancor più solido dal recupero dei salari, +3,2%. Infine, la Borsa di New York ha indici superiori del 30% rispetto al 2017.

Tuttavia, la combinazione creata dal taglio delle tasse, l’aumento delle spese militari e il rialzo dei tassi di interesse, ha incrementato il debito pubblico. Secondo i dati del Bilancio federale 2019, si prevede che Trump lascerà a fine mandato nel 2020 un debito attorno ai $25.000 miliardi, avendone ereditato da Obama uno di poco superiore a $20.000 miliardi.

Questi due anni sono stati caratterizzati, però, anche da altri elementi, primo su tutti le guerre commerciali. Da un lato, la discussione sul NAFTA, che Trump ha voluto sostituire con un nuovo accordo con Canada e Messico. Dall’altro la guerra a colpi di dazi in atto con la Cina: secondo le proiezioni di Oxford Economics, il conflitto Stati Uniti-Cina ha già ridotto il PIL statunitense del 2018 dello 0,2%, mentre per Tax Foundation i dazi cancelleranno oltre 94.000 posti di lavoro nel lungo periodo.

Altro punto cardine sono state le migrazioni. Il divieto imposto dal tycoon ai cittadini provenienti da alcuni Stati di fede musulmana ha influenzato negativamente la spesa dei visitatori esteri sul territorio nazionale, come confermato da Moore, campaign advisor di Trump. Anche gli investimenti esteri diretti negli USA sono diminuiti drasticamente nel 2017 e diventati negativi nel secondo trimestre del 2018. Il deficit con l’estero, poi, è passato dai $40 miliardi del settembre 2016 ai circa $53 del settembre 2018.

In conclusione, il dibattito sull’operato di Trump è oggi più che mai aperto. Se, da un lato, è evidente che l’economia statunitense vive oggi un periodo felice, dall’altro, le incertezze politiche e il debito pubblico minano la comprensione di quello che questa legislatura realmente lascerà ai posteri.