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Tra le fatiche dell’inverno e la marginalizzazione I rifugiati siriani in Libano e le difficoltà della cooperazione internazionale

L’inverno è duro per tutti, ma per alcuni più di altri: è il caso dei rifugiati siriani che attualmente si trovano in Libano, dove le cattive condizioni atmosferiche rischiano di pregiudicare seriamente le condizioni di migliaia di persone. Di circa 1 milione di rifugiati registrati in Libano, 170.000 vivono in alloggi improvvisati estremamente precari. Già 66 insediamenti sono stati gravemente danneggiati dal maltempo, 15 dei quali sono andati completamente distrutti, e le previsioni sono di gran lunga peggiori.

Sono state adottate misure d’emergenza e le Nazioni Unite distribuiscono generi di prima necessità. Come spesso accade in queste situazioni, le vittime si sentono abbandonate dalle autorità, che per vera impotenza o per mancanza di interesse non sono in grado di far fronte all’emergenza. In questo caso, il j’accuse è rivolto alle Nazioni Unite, ritenute assenti e incapaci di prestare l’aiuto necessario ai rifugiati, soprattutto perché per molti di essi è ormai l’ottavo inverno passato in condizioni a dir poco precarie.

In realtà, gran parte della responsabilità è del governo libanese, che non permette all’ONU né ad alcun’altra organizzazione di costruire strutture permanenti.

I rifugiati non solo rappresentano una sfida economica (il Libano è lo Stato con il più alto numero di profughi per numero di abitanti), ma sono anche percepiti come una minaccia agli equilibri politici di un Paese il cui assetto statale si regge su tre diversi gruppi religiosi. Per questo, la loro integrazione viene sistematicamente ostacolata, soprattutto per quanto riguarda la concessione dei permessi di lavoro e residenza: è infatti ancora vivo nei ricordi delle élite libanesi il ruolo dei rifugiati palestinesi nella guerra civile che ebbe luogo tra il 1975-1990 ed essi sono tutt’oggi comunemente ed erroneamente accusati di essere una delle principali cause del conflitto.

La situazione dei rifugiati in Libano rappresenta un chiaro esempio di come siano sempre più necessari accordi internazionali che regolino i flussi migratori, soprattutto considerando che il Libano non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, pilastro dei diritti delle persone rifugiate. Anche se ancora nebuloso e flebile, il Global Compact sull’immigrazione sottoscritto il 10 di dicembre a Marrakech rappresenta una speranza in questo senso, sebbene la firma del Compact e le negoziazioni precedenti abbiano dimostrato ancora una volta i limiti della cooperazione internazionale in materia di immigrazione.

Un altro esempio è costituito dagli accordi firmati dall’Unione Europea per la gestione dei rifugiati siriani in Libano, il Compact del 2016 (che esiste anche per la Giordania), che rientra nella strategia di esternalizzazione della frontiera dell’Unione e che due anni dopo non ha affatto sortito l’effetto sperato. Il Compact, infatti, per il Libano prevedeva che il governo adottasse alcune misure per favorire l’integrazione dei rifugiati siriani, soprattutto facilitando l’ottenimento del permesso di residenza e l’accesso al mercato del lavoro, in cambio dell’invio di 400 milioni di euro tra il 2016 e il 2017.

La cattiva situazione nella quale versa il Paese e l’instabilità politica hanno fatto sì che l’accordo non venisse applicato. Per citare un dato emblematico: nel 2017, solo 200 permessi di lavoro sono stati concessi.