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Stati Uniti-Corea del Nord: il 2019 inizia all’insegna dell’incertezza Kim Jong-Un ha lanciato messaggi contrastanti, tra distensione e un nuovo raffreddamento

Se il 2018 si era chiuso con una apparente distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, il 2019 si apre con nubi all’orizzonte.

 

Nel messaggio di fine anno ai nordcoreani, Kim Jongun ha lanciato segnali contrastanti. Da un lato, si è infatti detto disponibile a incontrare di nuovo Donald Trump in qualsiasi momento, al fine di raggiungere risultati che ottengano il placet della comunità internazionale. Il leader della Corea del Nord sembra così voler proseguire sulla via del dialogo con gli Stati Uniti, culminata nel summit di Singapore del 12 giugno 2018. Così facendo, ha risposto, inoltre, alla sollecitazione a un nuovo incontro con Trump, arrivata il 24 dicembre 2018 dal profilo Twitter dello stesso presidente statunitense.

Dall’altro lato, tuttavia, ha specificato che se gli Stati Uniti non interromperanno il regime sanzionatorio, la Corea del Nord si vedrà costretta a cercare un nuovo percorso per proteggere la sovranità, gli interessi e la pace dello Stato e dell’intera penisola coreana. Il che, verosimilmente, significherebbe un ritorno alla strada del nucleare.

Strada che, in realtà, non sarebbe mai stata davvero abbandonata. L’incontro di Singapore si era infatti concluso con una dichiarazione congiunta in cui Kim affermava il proprio impegno per giungere alla completa denuclearizzazione della penisola coreana, ribadendo quanto già stabilito, insieme al presidente della Corea del Sud Moon Jae-in, nella Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile scorso.

Dopo l’evento di Singapore, Trump aveva affermato che la Corea del Nord non rappresentava più una minaccia nucleare. In realtà, secondo fonti dell’intelligence statunitense e stando a un rapporto commissionato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nei mesi successivi la Corea del Nord non ha rispettato i patti stipulati.

Tutto ciò sarebbe coerente, stando alle opinioni dello studioso Evans J.R. Revere riportate dal New York Times, con la circostanza per cui, a Singapore, Stati Uniti e Corea del Nord hanno comunque espresso idee divergenti sul tipo di denuclearizzazione da portare avanti. Secondo i primi, la Corea del Nord dovrebbe dismettere tutto il suo arsenale. Nella visione della seconda, gli Stati Uniti devono allo stesso modo dire addio alla possibilità di minacciare lo Stato di Kim con armi nucleari.

Nel discorso di fine 2018, Kim ha inoltre aggiunto un ulteriore tassello al puzzle che si è delineato a partire dal summit di Singapore. Kim ha messo sul tavolo la sua disponibilità a non produrre, non usare e non diffondere più nel mondo armi nucleari, a condizione che gli Stati Uniti interrompano il regime sanzionatorio e ridimensionino la cooperazione militare con la Corea del Sud. Circostanza, quest’ultima, che rischierebbe invece di minare la relazione speciale che sussiste nell’area tra Stati Uniti e Giappone.

Il Giappone vede, infatti, la presenza militare statunitense nella penisola coreana come un’importante garanzia di sicurezza nell’area. Il leader nipponico Abe Shinzo ha più volte suggerito a Trump di non fidarsi delle intenzioni e delle mosse di Kim. Se il presidente statunitense dovesse accondiscendere su questo punto alle condizioni avanzate dalla Corea del Nord (ipotesi che oggi appare improbabile), si aprirebbero dunque le porte per un indebolimento della relazione Stati Uniti-Giappone.