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La deriva autoritaria di Orbán La promulgazione di alcune leggi controverse accende le proteste nel paese, con le opposizioni che fanno fronte comune contro il governo

Di Francesco Pettinari

Il mese di dicembre a Budapest è stato caratterizzato da veementi proteste contro il governo di Viktor Orbán e il suo partito, Fidesz. Il culmine della tensione si è raggiunto domenica 16 quando più di 10.000 manifestanti hanno sfilato per le vie della capitale.

Successivamente, alcuni dei manifestanti hanno accerchiato la sede di MTVA, l’agenzia per il servizio pubblico radiotelevisivo. Il giorno seguente, un gruppo di parlamentari di opposizione si è introdotto nella sede della stessa emittente chiedendo di poter leggere un comunicato in diretta, richiesta negata. In seguito ad una breve “tregua” tra Natale e Capodanno, le manifestazioni sono riprese sabato 5 gennaio.

A convincere migliaia di ungheresi a far sentire il proprio dissenso è stata l’approvazione della cosiddetta “legge-schiavitù, avvenuta il 12 dicembre. I contenuti di questa legge consentono ai datori di lavoro di richiedere fino a 400 ore di straordinari all’anno, ben 150 in più di quelle ammesse in precedenza. Inoltre, la legge permette di posticipare le retribuzioni per tali prestazioni fino a 3 anni. Come ha infatti affermato dal parlamentare d’opposizione Bence Tordai, “la legge-schiavitù crea solidarietà tra gli ungheresi, in quanto essa può avere effetti su qualsiasi cittadino”.

Un altro motivo alla base delle proteste è stata l’istituzione, avvenuta lo stesso 12 dicembre, di un nuovo tribunale presieduto dal Ministro della Giustizia con funzioni vagamente definite come relative ad “affari di governo”, quali la tassazione e i processi elettorali. Dalla società civile sono arrivate pesanti critiche, con la leader della ONG Hungarian Helsinki Committee, Marta Pardavi, che lo ha definito “il colpo di grazia all’indipendenza del potere giudiziario, ormai asservito a quello esecutivo”.

Dal canto loro, esponenti di Fidesz hanno respinto le accuse, incolpando le opposizioni e i media esteri di dare informazioni erronee circa i contenuti delle leggi e di ingigantire i numeri dei manifestanti.

Oltre alla legge-schiavitù e la creazione del nuovo tribunale vi sono anche altre ragioni alla base delle proteste. I manifestanti, infatti, hanno denunciato la mancanza di democrazia e l’autoritarismo dei quasi 9 anni consecutivi di governi guidati da Orbán, i quali sono stati contraddistinti da toni conservatori, nazionalisti e antieuropeisti. Sfruttando ampiamente la larga maggioranza parlamentare, i governi hanno effettuato modifiche costituzionali di stampo conservatore e promulgato leggi che restringono l’accesso dei migranti nel paese. Inoltre, il Consiglio Superiore della Magistratura è stato subordinato all’organo esecutivo, ed è stata creata una commissione governativa per il controllo dei programmi televisivi.

L’operato dei vari governi Orbán è stato spesso criticato dell’UE, richiami che sono culminati lo scorso settembre con l’avviamento della procedura d’infrazione, come previsto dall’Articolo 7 del Trattato di Lisbona. Un voto definito storico e dovuto alle “continue e reiterate violazioni dei principi cardine dell’Unione”.

L’ultima ondata di proteste presenta un elemento di novità in quanto le opposizioni sono state in grado di superare enormi divergenze politiche e compattarsi. Alle manifestazioni dello scorso dicembre erano presenti parlamentari e sostenitori di tutti i partiti d’opposizione. I loro leader hanno infatti giurato che “il 2019 sarà l’anno della resistenza al despotismo di Orbán e del suo partito”.