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Il Giappone apre le porte ai migranti I lavoratori provenienti dal Sud-Est asiatico salveranno l’economia nipponica

Di Vittoria Beatrice Giovine

La nuova politica sull’immigrazione varata dal governo giapponese nel dicembre 2018, ma che entrerà in vigore ad aprile, si è posta agli occhi del mondo come un tentativo di salvataggio di un’economia sofferente per via della crescente carenza di manodopera interna, dovuta all’invecchiamento della popolazione.

Per un Paese come il Giappone, fondato su una forte industria manifatturiera, il deficit di forza lavoro, soprattutto in campo edile, agricolo, infermieristico e dell’assistenza agli anziani, ha comportato un forte rallentamento dell’economia, lasciando presagire l’avvento di un più grave declino, non solo economico, ma anche demografico.

Attraverso l’adozione di una serie di misure, volte a favorire l’arrivo nel Paese di lavoratori stranieri, è stata stanziata una somma pari a €50 milioni per finanziare i programmi d’integrazione dei nuovi arrivati in un centinaio di comunità e per garantirne l’assistenza burocratica, medica e l’accesso ai corsi di lingua. L’obiettivo finale è l’assunzione di circa 340.000 lavoratori entro cinque anni. Attualmente, la maggior parte dei lavoratori proviene da diversi Paesi dell’Asia, tra cui Vietnam, Filippine, Indonesia, Cambogia, Cina, Thailandia e Myanmar.

Con l’entrata in vigore della nuova legislazione, gli stipendiati stranieri saranno divisi in due categorie: una per coloro che possiedono competenze nei settori attualmente a corto di manodopera, che non potranno portare con sé le loro famiglie; l‘altra per coloro in possesso di competenze più avanzate che, oltre alla possibilità di portare con sé i propri cari, potranno ottenere visti a tempo indeterminato e richiedere la residenza permanente.

Un cambiamento radicale per Tokyo, che già agli inizi del giugno scorso aveva visto il Consiglio di politica economica e fiscale, presieduto dal primo ministro Abe Shinzō, accogliere i migranti provenienti dal Sud-Est asiatico, per mezzo dell’introduzione di un nuovo visto per i lavoratori immigrati non professionisti.

In precedenza, il Giappone disponeva di due canali d’ingresso per i lavoratori esteri poco qualificati. Il primo era il sistema di tirocinio tecnico, creato nel 1990, con cui le piccole imprese nipponiche potevano assumere giovani a basso costo e provenienti dai Paesi in via di sviluppo dell’Asia, per un massimo di cinque anni. Il secondo, invece, era il sistema d’istruzione: avviato un decennio fa dall’allora primo ministro Yasuo Fukuda, esso era finalizzato ad attrarre circa 300.000 studenti stranieri entro il 2020, così da garantire al Giappone una migliore competizione a livello internazionale.

La nuova riforma, tuttavia, non è stata risparmiata dalle critiche da parte dei partiti di opposizione e dei sindacati, preoccupati dal fatto che consentire ai lavoratori di provenienza estera una lunga permanenza nel Paese, in assenza di un’efficace politica che assicuri la loro perfetta integrazione nella società, possa rivelarsi controproducente e ledere, quindi, gli interessi dei lavoratori locali.

In risposta, Abe si è dichiarato intenzionato a non abbandonare l’originaria politica immigratoria restrittiva giapponese, invitando l’opinione pubblica a non fraintendere la sua decisione: “Non stiamo intraprendendo una politica immigratoria convenzionale” ha affermato il primo ministro, precisando che la maggior parte dei lavoratori rimarrebbe in Giappone per un periodo limitato. “Sarebbe scorretto imporre i nostri valori agli stranieri. Invece, è importante creare un ambiente nel quale le persone possano convivere felicemente”.