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Dopo il tracollo in Borsa e la crisi di fatturato, Apple guarda oltre l’iPhone Il 2019 si preannuncia in salita per il gigante di Cupertino

Il significativo calo del fatturato, relativo all’ultimo trimestre del 2018, rappresenta solo una delle molteplici fonti di preoccupazione per i vertici della ‘regina’ della Silicon Valley.

Il crollo verticale del titolo Apple alla borsa di Wall Street registrato il 3 gennaio scorso, infatti, testimonia ancor più nettamente il periodo di crisi senza precedenti che l’azienda statunitense sta attraversando. Basti pensare che, per ritrovare azioni Apple dal valore di 142,19 dollari l’una, come la settimana scorsa, bisogna riportare il calendario a marzo del 2016, quando il valore del titolo sfiorò i 143 dollari ad azione.

Rispetto ai valori massimi del 2018 toccati il 3 ottobre scorso, la perdita del titolo ammonta a quasi il 40%, pari a circa 430 miliardi di capitalizzazione in meno. E così, da società più capitalizzata al mondo e prima ad avere sfondato la barriera dei 1.000 miliardi di dollari, Apple si ritrova ora superata in borsa non solo dai titoli di Google e Microsoft, ma anche da Amazon.

Visti questi numeri, l’amministratore delegato del gruppo e successore di Steve Jobs, Tim Cook, non ha esitato a indirizzare una lettera agli investitori, in cui ha lanciato il cosiddetto ‘profit warning’ per i conti finali del 2018. Il fatturato del gruppo, inizialmente previsto per il 2018 tra gli 89 e i 93 miliardi di dollari, è assai probabile che a consuntivo si attesti a circa 84 miliardi.

Tim Cook ha, inoltre, giustificato il ribasso con il calo di vendite nel mercato cinese, il terzo al mondo per volumi di vendita del gruppo, segnalando che, come evidenziano anche i dati della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale relativi al primo semestre del 2018, la crescita della seconda economia mondiale è in rallentamento. Dato che avvalora la tesi dell’ad di Apple, visto che i consumatori cinesi hanno contribuito, nel solo 2017, per ben il 15% ai ricavi del gruppo californiano, corrispondente a circa 52 miliardi di dollari.

Tim Cook, sin dal 2011, ha avuto il merito di affrontare senza timore le rigorose politiche economiche, nonché sociali della Cina, dove esistono tuttora innumerevoli restrizioni in materia di libertà di stampa e accesso a Internet. Tuttavia, la sfida che ora si potrebbe rivelare più complessa, soprattutto nei rapporti con Pechino, è posta dalle possibili mosse dell’amministrazione statunitense. Donald Trump, infatti, sin dal suo insediamento a gennaio 2017, non ha mai celato la combinazione di ostilità e timore che nutre nei confronti della Cina, concretizzatasi nel luglio scorso con l’introduzione di dazi sull’importazione di migliaia di prodotti di origine cinese. Fortunatamente, le misure restrittive sull’import dalla Cina non hanno coinvolto i prodotti di punta della Apple, gli iPhone, perlopiù prodotti e assemblati proprio nel gigante asiatico.

Tuttavia, con le vendite di iPhone ormai stabili in molti Paesi occidentali sin dal 2016 e in ribasso in Cina, anche per effetto dell’agguerrita ed efficace concorrenza di Huawei, Apple sembra dover guardare ormai oltre il melafonino: se il lancio di prodotti inediti, come l’Apple Watch nel 2015, non ha avuto il successo dell’iPhone nel lontano 2007, l’alternativa può essere offerta dai servizi e dei contenuti audiovisivi, sulla linea di Netflix e Amazon.

A Tim Cook l’ultima parola. Di certo, pochi avrebbero immaginato, per Apple, un inizio d’anno così in salita.