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Cuba a 60 anni dalla rivoluzione Il lascito della rivoluzione castrista: ancora controverso, dopo più di mezzo secolo

Di Sabrina Certomà

Dentro de la Revolución, todo; contra la Revolución, nada”. Allo scoccare del 2019 la rivoluzione cubana è giunta al suo 60° anniversario. Sebbene le considerazioni sull’eredità che questo evento epocale ha lasciato nel mondo siano tra le più controverse, è certo che per più di mezzo secolo abbia influenzato gli ideali di milioni di persone.

La Revolución si affermò, inizialmente, grazie all’appoggio di tutte le classi sociali cubane, dai contadini agli intellettuali, dagli operai ai partiti politici, fino alla media e piccola borghesia. La crisi economica che colpì l’isola negli anni ‘50 e la mala gestione di Fulgencio Batista provocarono, infatti, l’incremento degli oppositori al regime. Tra questi, si distinse in particolare la figura del giovane avvocato Fidel Castro. Condannato a 15 anni di reclusione con l’accusa di “attentato ai poteri costituzionali dello Stato e insurrezione”, Castro pronunciò le parole che diedero inizio alla vera e propria rivoluzione cubana: «Nascemmo in un Paese libero che ci lasciarono i nostri padri e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno […]. Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà».

Dopo il ritorno clandestino a Cuba, Fidel e i suoi guerriglieri – tra i quali Ernesto Guevara, Raul Castro e Camilo Cienfuegos – ottennero alcune vittorie contro l’esercito di Batista e, la notte di capodanno del 1959, il dittatore fuggì e la capitale fu conquistata. Castro prese, così, il potere e nel 1961 Cuba fu proclamata Stato socialista. Da quel momento, numerosi eventi hanno caratterizzato la storia di questo Paese e hanno contribuito a crearne il mito: l’inizio delle restrizioni da parte degli Stati Uniti, l’avvicinamento all’Unione Sovietica, la vicenda della Baia dei Porci, l’embargo, la crisi dei missili e le nuove sanzioni statunitensi.

Nel 2006, Fidel si ritirò dalla scena politica in favore del fratello Raúl, che man mano prese ad attenuare l’isolamento del Paese. Al momento della sua rielezione, Raúl Castro annunciò che nel 2018 si sarebbe sottratto alla vita pubblica, preparando Cuba a un cambiamento fondamentale.

Alla morte di Fidel, nel novembre 2016, numerosi leader politici intervennero per ricordarlo, come il presidente russo Vladimir Putin, seguito dall’omologo venezuelano Nicolás Maduro, Enrique Peña Nieto dal Messico e Rafael Correa dall’Ecuador. Al contrario, la comunità cubana statunitense definì la morte di Fidel “la fine di un lungo e spaventoso capitolo” e la deputata Ileana Ros Lehtinen affermò: «è morto un tiranno e finalmente può cominciare una nuova era. Dobbiamo cogliere il momento e aiutare a scrivere un nuovo capitolo della storia di Cuba, una Cuba libera, democratica e prospera».

La rivoluzione andrebbe forse ricordata come la rivolta di una borghesia che tentò di introdurre la democrazia in uno stato tradizionalmente governato da dittature, alimentando sollevazioni in tutto il Sud America e consentendo sviluppi positivi nel miglioramento della formazione scolastica e universitaria. D’altra parte, l’influenza sovietica ha modificato enormemente l’isola e l’ideologia dei suoi abitanti. La negazione di certe libertà fondamentali, l’ateismo e l’assistenzialismo di Stato si sono per molti risolti nell’oppressione della popolazione.

Va sottolineato che anche gli USA hanno avuto il loro ruolo nel crollo dell’economia del Paese: con l’embargo, ne hanno causato l’isolamento, assecondando l’ostilità verso le democrazie liberali già affermate e lasciando il campo libero all’URSS.