Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Come vengono impiegati i fondi per i rifugiati in Turchia Successo del programma per gli aiuti umanitari: verità o semplice propaganda?

È partito nel 2016 il programma Rete di Sicurezza Sociale di Emergenza, creato per cercare di aiutare un Paese che, nel giro di poco tempo, si è ritrovato ad ospitare un numero spropositato di rifugiati, per lo più fuggiti dal conflitto siriano: un programma che ha portato al governo turco finanziamenti finalizzati al sostegno di tutti gli sfollati e le loro famiglie.

Così, la Turchia è diventato il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati del mondo. Sopportare un tale carico è stato possibile solo col sostegno non solo dei fondi governativi, ma anche di tutti quei Paesi che non desideravano un incremento dei flussi migratori in Europa.

Il numero di cui si parla è 4 milioni: famiglie, donne, uomini, anziani e bambini, per lo più provenienti dalla Siria, che, con poco più di niente, si sono ritrovati a vivere in un Paese sovraffollato e senza quella speranza che potrebbe venire in soccorso ai superstiti di grandi tragedie, stipati nei campi profughi che costellano i confini turchi.

Il programma Rete di Sicurezza prevede che ad ogni rifugiato venga destinata una carta di debito in cui ogni mese vengono versati soldi a sufficienza per poter provvedere al proprio sostentamento, soprattutto per quanto riguarda beni di prima necessità come cibo e medicine: finora sembra che il  progetto, attuato dal Programma Alimentare Mondiale e dalla Mezzaluna Rossa turca, abbia aiutato ben 1 milione e mezzo di rifugiati, il che sarebbe un successo.

Ma è proprio questa la verità sui rifugiati in Turchia?

Nel 2016 la piccola Bana Al-Abed, di soli 7 anni, era diventata famosa in tutto il mondo per quella che è la storia di migliaia di bambini fuggiti dai conflitti siriani. Il presidente Recep Tayyip Erdogan l’aveva accolta come una piccola star, facendone strumento di propaganda per mostrare quanto fosse buono e caritatevole il governo turco ad accogliere tanti bisognosi, mentre i coetanei di Bana, sfollati come lei, vagavano per le strade delle città turche.

L’idea di utilizzare bambini come strumento per mostrare al mondo (ma soprattutto all’Unione Europea) le buone intenzioni del governo di Ankara non è nuova, ma, anzi, è già stata utilizzata in più di un’occasione, mostrando anche bambini in divisa militare.

Se, da un lato, che la Turchia sia diventata la nuova isola felice dei rifugiati è davvero difficile da credere, viste anche le rare notizie che ci giungono sulla dura quotidianità che essi sono costretti a vivere, dall’altro non si possono neanche ignorare le parole di chi si è occupato da vicino del programma: “1,5 milioni di rifugiati in Turchia sono ora in grado di soddisfare i loro bisogni fondamentali e di vivere dignitosamente. L’Unione europea, in collaborazione con la Turchia, ha portato un cambiamento reale nella vita dei rifugiati più vulnerabili e sono molto orgoglioso di quanto abbiamo realizzato insieme. […]” ha dichiarato il commissario per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi Christos Stylianides durante la sua visita in Turchia il 7 gennaio scorso.

Che sia o meno una nuova strategia per rientrare nelle grazie dell’Unione Europea, la situazione dei rifugiati in Turchia è, ancora oggi, una questione che rimane ai margini della politica internazionale, che ne elogia i successi e ne ignora i fallimenti.