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Sugar Tax La tassa sulle bibite zuccherate in Italia e nel mondo

Al fine di arginare l’obesità e ridurre il rischio di contrarre malattie cardiovascolari, le aziende operanti nel settore alimentare propongono ormai da diversi anni la riduzione dei quantitativi di grassi, zuccheri e sale su base volontaria. Tuttavia, la strategia più efficace sembra quella di emanare provvedimenti più incisivi, diretti contro quei generi alimentari che sono la principale causa dei disturbi sopra citati.

A tale scopo, alcuni Paesi hanno introdotto una tassa sulle bibite zuccherate. In particolare, il 6 aprile 2018 in Gran Bretagna è entrata in vigore la Soft Drink Industry Levy (SDIL), la tassa sulle bevande analcoliche o poco alcoliche, il cui contenuto di zuccheri supera una soglia determinata. L’importo della tassa è direttamente proporzionale al quantitativo di zuccheri della bevanda.

Alcuni produttori hanno deciso di modificare le ricette dei prodotti “incriminati”, mentre altri non hanno introdotto variazioni sui prodotti originali e dovranno quindi pagare la cosiddetta “sugar tax”.

Anche in Francia esiste già una tassa di questo tipo, introdotta nel 2012 e modificata nel 2018, che coinvolge, a differenza di quella inglese, anche le bibite “light”. Tra i Paesi che hanno introdotto la sugar tax nel 2018 ci sono anche Norvegia, Filippine, Estonia, Sudafrica e Irlanda, mentre negli Emirati Arabi e in Portogallo la tassa è in vigore dal 2017, in Belgio dal 2016 e negli Stati Uniti dal 2015. Tuttavia, proprio questi ultimi hanno omesso di emanare una legge su base nazionale, sicché solo alcune città hanno adottato provvedimenti specifici in riferimento alle bevande zuccherate. In Messico e in Cile, dove la sugar tax è in vigore dal 2014, degli studi condotti da gruppi di ricercatori nazionali ed internazionali hanno dimostrato che l’acquisto delle bevande zuccherate è notevolmente diminuito. Lo stesso è accaduto in Ungheria, dove la tassa è stata introdotta nel 2011.

Sono ancora molti gli Stati in cui l’introduzione della sugar tax è tutt’ora in discussione, tra cui anche l’Italia, dove i diabetologi non si sono limitati a sostenere l’introduzione della tassa sulle bevande zuccherate, ma si sono anche appellati al fatto che i proventi derivanti da essa vengano reinvestiti nelle misure di prevenzione e utilizzati per finanziare iniziative per la salute e la nutrizione.

L’Organizzazione mondiale della sanità invita i Paesi ad applicare una tassa del 20% sulle bibite e su alcuni alimenti zuccherati. L’attuale governo italiano sembra favorevole all’introduzione della sugar tax, ma persistono alcune perplessità. Infatti, sembra che il Ministro delle Politiche Agricole abbia proposto di escludere dalla tassazione i prodotti contenenti zucchero italiano. Una tale affermazione, però, sarebbe contraria non soltanto alla principale finalità della tassa, ovvero di ridurre l’obesità, ma anche a diversi principi del commercio internazionale, basti pensare alla regola del “trattamento nazionale”, secondo il quale i prodotti importati non devono essere assoggettati né direttamente né indirettamente ad un’imposizione fiscale o a costi più gravosi rispetto a quelli previsti per i beni nazionali similari.

Tale principio è sancito dall’art. III dell’Accordo WTO, a cui l’Italia ha aderito.

È ancora da vedere, quindi, se la sugar tax approderà anche nel nostro Paese e, se sì, con quali modalità e come verranno reinvestiti gli eventuali proventi.

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