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Rosso Natale a Wall Street I mercati crollano alla Vigilia di Natale, additata la FED da Donald Trump

Il 24 dicembre è stata una Vigilia di Natale tra le più nere che Wall Street abbia avuto il dispiacere di affrontare. Tutti gli indici e, in particolare, quelli maggiormente legati ai colossi dell’innovazione tecnologica si sono trovati davanti a perdite milionarie, inducendo gli analisti di mezzo mondo a presagire il temuto ‘shutdown’. E shutdown, a ben vedere, è stato davvero.

In questo contesto, com’era prevedibile accadesse, non sono mancate le accuse reciproche: sul banco degli imputati, da una parte, la Federal Reserve, accusata dal presidente Trump di ‘pazzia’ per aver rivisto al rialzo i tassi d’interesse in un momento di recessione globale e di grande sofferenza dei mercati mondiali; dall’altra, lo stesso presidente statunitense, additato da più parti per aver scatenato, con le proprie dichiarazioni, il panico tra gli investitori.

Non è bastato l’impegno del Segretario di Stato per ricondurre alla normalità la situazione. Nonostante i fitti contatti intrapresi fin dalla mattinata del 24 con le maggiori banche statunitensi, è stato possibile soltanto tamponare le ingenti perdite borsistiche.

Tentando di sbrogliare il groviglio di dichiarazioni incrociate che in queste ore rimbalzano qua e là, si può certamente notare come la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sia ben più di una cornice contingente degli eventi. È indubbio, infatti, come le tensioni che da qualche mese caratterizzano i rapporti tra Pechino e Washington stiano iniziando a mostrare i primi, deleteri effetti sui mercati azionari. Il continuo botta e risposta tra le due maggiori economie globali ha logorato lentamente ma inesorabilmente la fiducia degli investitori, ben più di quanto possano aver fatto le estemporanee dichiarazioni di Trump sulla Fed.

D’altro canto, è pur vero che il rialzo dei tassi d’interesse da parte di quest’ultima abbia ulteriormente scoraggiato investitori già largamente circospetti. Tuttavia, era inevitabile che, dopo il profluvio di dollari riversati sui mercati dal 2008 a oggi, sarebbe giunto il momento per la Federal Reserve di dare una stretta significativa, anche per evitare effetti ancora più destabilizzanti.

Ciò che in pochi, tuttavia, hanno preso in considerazione, è il ruolo della Cina in questo scenario. Xi Jinping ha adottato politiche economiche estremamente espansive dall’inizio del suo mandato, per poter sostenere lo sforzo titanico delle sue nuove Vie della Seta: investimenti plurimiliardari in colossali progetti infrastrutturali che costringono all’indebitamento i Paesi che ne beneficiano nei confronti della Cina. E l’indebitamento della stessa Repubblica Popolare Cinese è schizzato alle stelle negli ultimi dieci anni, raggiungendo un rapporto deficit/PIL al 300% in valore reale. Adesso, anche dalle parti di Pechino è giunta l’inevitabile stretta all’espansione monetaria.

Sarà complicato riuscire a gestire la transizione verso una politica monetaria più restrittiva dopo aver sommerso l’economia mondiale con una pioggia di dollari e renminbi durata un decennio. Si può solo sperare che The Donald – che di tutto può essere accusato, fuorché di mancanza di pragmatismo – metta da parte le sue ruggini verso la Fed, e che quest’ultima attui le sue pur giuste politiche restrittive con maggior gradualità.

In fin dei conti, un conflitto istituzionale nella più grande economia del pianeta è ciò di cui, davvero, non abbiamo bisogno.