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La sfida di MBS Il ritratto dell’uomo che da più di un anno sconvolge l’opinione pubblica internazionale

Guardando al 2018, una delle notizie che ha fatto più scalpore nell’opinione pubblica internazionale è stato senza dubbio il delitto Kashoggi, l’uccisione del giornalista saudita dissidente per mano del regime di Mohammed bin Salman. Ciò che colpisce di più è sicuramente la spregiudicatezza con cui avrebbe agito il principe ereditario, il quale si è dimostrato spietato e noncurante dei possibili effetti sul piano diplomatico e politico.

Per riuscire a cogliere l’evoluzione della politica del regime saudita occorre tornare al momento della salita al potere di MBS, quando questi è stato salutato con ottimismo da parte degli osservatori internazionali. Per comprendere cosa sia cambiato da allora, il Post ha deciso di raccontare nel suo podcast #WeeklyPost, attraverso le parole di Elena Zacchetti, l’ascesa di Mohammed bin Salman al trono saudita.

Il podcast presenta un profilo del principe: un ambizioso trentatreenne che, prima di diventare erede al trono, aveva già ricoperto incarichi di rilievo. Mohammed bin Salman fa parte di quella schiera di giovani principi dell’élite saudita che si oppongono alla fascia più conservatrice del regime.

Due eventi hanno portato quest’uomo all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Il primo è la presentazione del programma Vision 2030”, un complesso di riforme economiche molto innovative con l’obiettivo di mostrare una faccia alternativa del Paese, meno conservatrice e più aperta; il secondo è la nota decisione da parte del Consiglio di fedeltà – organo ufficiale che designa il successore al trono saudita – di scegliere MBS per questo ruolo.

Al momento della sua ascesa a capo del governo, MBS comincia a mettere in atto una serie di misure liberali”: in tutto il mondo si parla della concessione della patente di guida alle donne saudite, dell’apertura dei cinema, degli eventi culturali, e s’inizia a credere in una progressiva apertura, grazie alla quale le libertà di stampa ed espressione sarebbero finalmente riconosciute nel Paese. Tuttavia, l’idillio è presto interrotto.

Prima la politica interna: il 6 novembre 2017, il principe ordina una purga violentissima di tutti i funzionari pubblici e i ministri considerati oppositori del governo. Poi la politica estera, dove prima del delitto Kashoggi due altri eventi annunciano la sfrontatezza del principe nelle relazioni internazionali: l’embargo imposto al Qatar, Paese accusato di eccessiva vicinanza all’Iran e avversario storico dell’Arabia Saudita, e il teatrale sequestro del primo ministro libanese, sospettato di avere un legame troppo stretto con Hezbollah. Il caso Kashoggi non è che il vertice di questa escalation: ma come ha potuto il principe ereditario agire in maniera così disinvolta sotto gli occhi di tutti?

Per rispondere a questo interrogativo occorre volgere lo sguardo al maggior alleato dell’Arabia Saudita oltreoceano: gli Stati Uniti. Trump ha da sempre mostrato nei confronti di MBS un atteggiamento a dir poco accomodante: il Presidente ha deciso di organizzare il suo primo viaggio ufficiale in Arabia Saudita, un Paese non proprio esemplare dal punto di vista del rispetto delle libertà fondamentali. Lo scopo di Trump è di discostarsi il più possibile dall’ostilità di Obama e, per farlo, si mostra negligente – se non addirittura connivente – con le azioni di MBS. Persino dopo le rivelazioni della CIA riguardo la responsabilità saudita della morte di Kashoggi, Trump ha pubblicamente preso le difese del principe.

E se la progressiva escalation di MBS non fosse altro che un modo per mettere alla prova il sostegno degli Stati Uniti e l’intera opinione pubblica internazionale?