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La crisi in Nicaragua continua Scontro tra il governo e la Commissione Interamericana per i Diritti Umani

Si chiude un altro anno molto turbolento per il Nicaragua: il dissenso nei confronti del presidente Daniel Ortega continua a crescere e le proteste non sembrano avere fine.

Le prime manifestazioni, partite ad aprile, erano volte a contestare il progetto di riforma del sistema pensionistico e delle politiche di assistenza per il popolo nicaraguegno; il governo aveva represso duramente queste proteste e le denunce delle violenze perpetrate dalla polizia avevano iniziato ad aumentare.

A fine maggio, la Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) aveva accusato il governo di Ortega e le forze di sicurezza di aver violato i diritti fondamentali utilizzando in modo eccessivo la forza e facendo uso sistematico di detenzioni arbitrarie e illegali e di pratiche di tortura. La IACHR segnalava che il numero di morti e feriti era rispettivamente di 76 e 878 solo tra aprile e maggio.

Ortega ha fortemente negato le accuse rivoltegli, sostenendo che le violenze non fossero provocate dalla polizia ma da gruppi di vandali e da estremisti di destra. Secondo il governo infatti non vi sarebbe stata alcuna violazione dei diritti umani durante la repressione delle varie manifestazioni e le forze di sicurezza avrebbero fatto del loro meglio per mantenere l’ordine pubblico.

Nel frattempo, però, sempre più cittadini sono scesi per le strade per chiedere le dimissioni di Ortega ed il numero di morti e feriti ha continuato ad aumentare.

Questo clima di tensione ha spinto la polizia nazionale a rilasciare una dichiarazione ufficiale il 28 settembre con la quale rendeva di fatto illegale questo tipo di manifestazioni, asserendo che fossero motivo di grande turbamento e di minaccia per la sicurezza dei cittadini. La decisione ha provocato forti reazioni, perché di fatto si proibiva il diritto alla protesta, tipico di un paese democratico; l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OACNUDH) su Twitter ha definito questo provvedimento “contrario alle norme sulla responsabilità penale e al diritto alla libera riunione pacifica”.

La crisi nicaraguegna ha avuto anche conseguenze internazionali; gli USA hanno infatti imposto delle sanzioni nei confronti di Rosario Murillo, vicepresidente della Repubblica del Nicaragua, nonché moglie del presidente Daniel Ortega, accusandola di corruzione e violazione dei diritti umani; in particolare, si sostiene che Murillo abbia finanziato in modo illecito l’organizzazione giovanile Frente Sandinista de Liberación, accusata di aver fatto ricorso ad esecuzioni extragiudiziali e torture nell’ambito di queste proteste.

Il governo, nel corso dei mesi, ha continuato a respingere tutte le accuse e le denunce, denigrando le organizzazioni umanitarie coinvolte. Il 19 dicembre Ortega ha annunciato la sospensione di tutte le visite dei membri della IACHR, i quali stavano indagando proprio sull’illegale e sistematica repressione dell’opposizione. Denis Moncada, ministro degli Esteri, ha dichiarato che queste misure rimarranno in vigore fino a quando non verranno ripristinate “le condizioni di rispetto della sovranità e la cessazione delle interferenze nei confronti degli affari interni del Nicaragua” da parte della IACHR.

La Commissione interamericana per i diritti umani ha replicato a questa decisione affermando che “la situazione in Nicaragua rimarrà una priorità” e ha ribadito il suo impegno a “continuare a monitorare il rispetto da parte dello Stato nicaraguense dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani”.