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India vs Cina: l’ora del sorpasso? Nel 2019 l’India potrebbe affermarsi come prima potenza economica asiatica

Per tutti noi, quando un anno volge al termine, è sempre tempo di bilanci e resoconti finali, da cui scaturiscono inevitabilmente previsioni su quello che il futuro potrà riservare. Nel caso dell’Asia, il cambiamento che l’anno venturo potrebbe portare con sé è uno spostamento geoeconomico, e quindi geopolitico, molto rilevante: l’India si prepara a diventare la prima potenza economica in via di sviluppo del continente.

Infatti, nel 2018, per la prima volta, l’India ha attratto più investimenti diretti nelle sue imprese rispetto alla Cina: 39,5 miliardi di dollari contro i 32,8 della Cina, secondo quanto riferito dalla società britannica di analisi finanziarie Dealogic.

Questo dato può essere visto da una duplice prospettiva. Da un lato, denota l’ottimo rendimento dell’economia indiana, che, non a caso, già nel 2016 era stata definita dal FMI come un “punto luminoso” nella debole economia globale, dopo la crescita del 7,5% fatta registrare al termine di quell’anno.

In particolare, dal quarto trimestre del 2017, la crescita economica dell’ex-colonia britannica è superiore a quella cinese, pari all’8,3% nel terzo trimestre di quest’anno e al 7,1% nel quarto, contro rispettivamente il 6,7% e il 6,5%, secondo quanto reso noto dall’Ufficio Centrale di Statistica.

D’altro canto, il passaggio degno di nota è il contemporaneo rallentamento finanziario della Cina, che si attesta attorno al 25% dall’inizio del 2018. La guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti di Donald Trump, oltre che da una serie di squilibri interni e dalla caduta della Borsa di Shanghai, hanno indubbiamente influenzato questo risultato.

Ma quali sono le ragioni di questa straordinaria crescita e a che cosa è dovuta la differenza nelle tempistiche con la Cina? Innanzitutto, i cinesi hanno impiegato meno tempo ad affermarsi per via del sistema a partito unico, mentre in India le riforme sono dovute passare dal consenso elettorale. Gautam Chikermane, vicepresidente dell’ORF, primo think tank indiano, ha affermato che “sono 70 le leggi che, a partire dall’indipendenza del 1947, anno dopo anno, hanno trasformato l’India in un’economia da 2.500 miliardi di dollari”.

Il Paese possiede diversi punti di forza. Due terzi del mercato mondiale dei servizi IT in outsourcing appartengono all’India, che ne è il primo esportatore al mondo. È, inoltre, il quinto produttore mondiale di automobili, nonostante ne possieda solo 18 ogni 1.000 abitanti. Il Paese è poi il più grande produttore di cotone al mondo, con 45 milioni di persone impiegate nel settore tessile e dell’abbigliamento. Infine, è il più grande esportatore di farmaci generici, con esportazioni in 200 Paesi, per un valore di 15,5 miliardi di dollari nel 2014.

Ovviamente, come sempre in questi casi, non è tutto oro quello che luccica: secondo i dati ufficiali del governo, 270 milioni di persone (22% della popolazione) vivono in condizioni di povertà estrema; dato comunque in miglioramento se si considera che nel 2005 corrispondeva al 35% della popolazione.

L’eventuale sorpasso indiano è in ogni caso rilevante perché indicherebbe un cambiamento di sentimento negli investitori internazionali: il sistema democratico indiano potrebbe issarsi a modello di riferimento per le potenze in via di sviluppo, a discapito del ‘modello cinese’, che a quel punto potrebbe essere spinto, anche solo in una qualche misura, a una revisione interna.