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Gli ultimicentometridi Beirut Per Natale un nuovo governo per il Paese dei Cedri?

Dopo sette mesi dalle elezioni, il Libano ancora non ha un governo. Per questo motivo, domenica 16 dicembre centinaia di persone sono scese per le strade di Beirut per protestare principalmente contro lo stallo politico.

Secondo quanto riportato da Associated Press, la manifestazione sarebbe stata organizzata dal Partito Comunista, ma avrebbe attratto anche persone non affiliate a esso. Pochi giorni prima delle proteste, il primo ministro designato Saad Hariri aveva dichiarato che il governo si sarebbe formato entro la fine dell’anno e che le negoziazioni non fossero che nei loro “ultimi cento metri”.

I motivi per i quali il Libano si trova in una situazione di impasse sono legati, come già avvenuto in passato, alla difficoltà di distribuire i ministeri e i seggi ai vari partiti che rappresentano interessi molto diversi. La consuetudine vuole, infatti, che le cariche di governo vengano attribuite in maniera proporzionale a tutti gli esponenti delle numerose confessioni religiose presenti nel Paese: musulmani (sia sciiti sia sunniti), cristiani, drusi, armeni e greco-ortodossi. A questo quadro occorre aggiungere gli interessi di Paesi del calibro di Israele, Iran e Arabia Saudita, legati alle differenti fazioni.

Alle elezioni del 6 maggio scorso è risultata vincente la coalizione 8 marzo” formata, tra gli altri, dal partito sciita filo-iraniano degli Hezbollah, dalla Corrente Patriottica Libanese (CPL) fondata dal cristiano maronita Michel Aoun (attuale Presidente della Repubblica), e dal Partito Comunista, che insieme avrebbero conquistato 70 seggi su 128. Grande sconfitta, invece, è stata l’“alleanza del 14 marzo”, composta principalmente dal Movimento il Futuro con a capo l’attuale primo ministro Hariri, il quale, alleato con vari partiti – tra cui le filo-saudite ma cristiane Forze Libanesi –, resta comunque il leader dei sunniti libanesi.

Tre gli ostacoli principali alla formazione del governo.

In primo luogo, le Forze libanesi non erano disposte a spartire parte dei seggi riservati ai cristiani con la CPL ma chiedevano almeno tre o quattro ministeri. Allo stesso tempo, la vittoria della coalizione con a capo il Partito di Dio aveva sollevato timori in Paesi come l’Arabia Saudita, poiché si temeva che alcuni dei ministeri di maggior importanza (come quello della Difesa o dell’Interno) andassero in mano agli sciiti. Infine, sei deputati sunniti sostenuti da Hezbollah, definiti “sunniti indipendenti”, avevano chiesto l’attribuzione di un ministero, richiesta alla quale inizialmente Hariri si era sottratto.

Finalmente, però, sembra che si sia giunti a un accordo: già alla fine di ottobre scorso le Forze Libanesi avevano accettato di condividere i seggi con la CPL, mentre i sunniti alleati di Hezbollah avrebbero accettato un ministro scelto da “una lista di nomi graditi”, senza però che questa provenga dalle loro fila.

In questo clima di indecisione, certo è che il Paese ha bisogno di un governo il prima possibile data la situazione economica piuttosto grave, anche a causa degli effetti della guerra in Siria. Se il solo debito pubblico libanese, infatti, ammonterebbe al 150% della somma del Prodotto Interno Lordo, non è da sottovalutare, dopo la scoperta dei quattro tunnel degli Hezbollah sul confine israeliano, che Beirut dovrà essere in grado di presentare come interlocutore un governo unito per gestire una situazione che potrebbe sfociare in un conflitto.