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Le conseguenze economiche del cambiamento climatico Le calamità naturali minacciano lo sviluppo economico africano

Di Vittoria Beatrice Giovine

Negli ultimi decenni, si è discusso a lungo circa gli effetti del riscaldamento globale e delle precauzioni da adottare per ridurre sia l’inquinamento sia le emissioni di gas serra dovute all’utilizzo di combustibili fossili, giungendo con l’Accordo di Parigi sul clima a definire un preciso piano d’azione per prevenire il peggioramento delle condizioni climatiche.

Oltre alle conseguenze sull’ecosistema, fenomeni quali l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione degli oceani, la desertificazione e la perdita della biodiversità esercitano una forte influenza sulle economie dei Paesi in via di sviluppo o che presentano una situazione economica precaria. Nei Paesi più poveri emerge, infatti, l’incompatibilità tra sviluppo eco-sostenibile e crescita.

In un continente come l’Africa, l’alternanza tra periodi di siccità e alluvioni ha un notevole impatto sulle colture e quasi sempre determina la perdita della disponibilità di spazi e risorse produttive. “Nei primi nove mesi del 2018, le alluvioni nell’Africa subsahariana hanno colpito più di 2 milioni di persone e distrutto 10.000 case”, scrive sul The Conversation il ricercatore O. Adekola.

Conseguentemente, gli Stati africani impiegano annualmente ingenti somme per la ricostruzione: solo in Tanzania vengono spesi circa 2 miliardi di dollari l’anno, mentre in Nigeria e in Mozambico, tra il 2012 e il 2013, sono stati spesi rispettivamente 10 miliardi di dollari e 500 milioni di dollari, una cifra enorme nel caso mozambicano, in quanto rappresenta circa il 9% del PIL del Paese.

A tutto ciò si aggiunge la pericolosità dell’innalzamento del livello del mare, che minaccia sia il tratto di costa africana tra Mauritania e Camerun, sia alcune zone nell’Africa occidentale in cui sorgono importanti attività produttive e infrastrutture, come gli alberghi in Senegal e Gambia o gli impianti di depurazione delle acque in Benin.

Lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali genera ulteriori complicazioni nell’applicazione dei sistemi di salvaguardia dei beni ambientali, provocando ricorrenti crisi alimentari e idriche. Inoltre, le calamità naturali si abbattono spesso su aree instabili, che sono arena di scontro politico e tensioni sociali.

Secondo alcune ricerche condotte dall’Università del Sussex, il cambiamento climatico avrebbe principalmente effetto sulla produzione delle nazioni più povere, dove, nel lungo periodo, comporterebbe un rallentamento della crescita economica, sebbene sia da escludersi una fase di stagnazione.

Recentemente è stato dibattuto anche il fenomeno del land grabbing, che interessa molte zone africane: l’appropriazione di terreni ad alta densità di risorse naturali da parte delle principali compagnie europee, americane e cinesi, ha infatti effetti destabilizzanti sia sul piano ambientale sia su quello economico. Questa serie di complessi meccanismi sarebbe, pertanto, la causa primaria della preclusione al continente di ulteriori possibilità di sviluppo e di crescita politica, sociale ed economica.

Al fine di pervenire a una migliore definizione delle misure d’intervento in materia di tutela ambientale, la comunità internazionale ha espresso la volontà di operare su piano d’azione condiviso tra governi locali, organizzazioni umanitarie e organismi transnazionali. Un primo passo, in questa direzione, sembrerebbe essere la rinegoziazione delle concessioni concordate con le multinazionali, mediante l’imposizione di maggiori vincoli di salvaguardia territoriale.

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