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Gas naturale liquefatto: la Russia lancia la sfida agli USA “Yamal LNG”, il nuovo impianto della russa Novatek, è entrato a pieno regime

È indubbio che, sin dalla fine del secolo scorso, la Federazione Russa detenga saldamente il primato nella produzione e nell’esportazione di gas naturale, che costituisce ancora oggi uno dei combustibili fossili più impiegati, non soltanto nel settore secondario. La posizione dominante del Paese eurasiatico nel mercato del gas naturale, tuttavia, non è merito soltanto delle ingenti riserve del suo sottosuolo.

Infatti, sin dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il neonato Stato russo ha effettuato investimenti che hanno portato, nel medio termine, alla costruzione di una fitta rete di gasdotti, grazie ai quali il combustibile viene esportato dai colossi di Stato (in primis, Gazprom e Rosneft) non soltanto nelle Repubbliche dell’Asia Centrale, ma anche e soprattutto nell’Unione Europea.

Ciononostante, almeno nell’ultimo decennio, la rilevanza geopolitica ed economica dei gasdotti russi è stata minata dagli Stati Uniti, che sotto la presidenza di Donald Trump hanno esponenzialmente aumentato la produzione di gas naturale non tradizionale, ma liquefatto (LNG, dall’inglese liquefied natural gas).

La differenza risiede proprio nel processo di liquefazione, attraverso cui il gas naturale estratto è sottoposto, dopo opportuni trattamenti di depurazione e disidratazione, a successive fasi di raffreddamento e condensazione, che offrono molteplici vantaggi logistici. L’adozione di queste tecnologie, infatti, consente una riduzione del volume specifico del gas di circa 600 volte rispetto alle condizioni standard, permettendone, a costi competitivi, lo stoccaggio e il trasporto anche in spazi ridotti su navi metaniere.

Grazie anche a questi vantaggi, e sulla scia del costante aumento della domanda (che ha raggiunto i 258 milioni di tonnellate nel 2017), gli Stati Uniti prevedono di inaugurare tre nuovi impianti di estrazione e liquefazione, portando la capacità di esportazione gasiera statunitense a 65 milioni di tonnellate l’anno, più del triplo rispetto a quanto hanno venduto all’estero nel 2018. Numeri impressionanti, se si considera che le odierne tensioni commerciali hanno spinto la Cina – il mercato più promettente – a ignorare il gas americano, imponendo dazi al 10% (che minacciano di salire al 25%).

Considerati, dunque, i progressi degli Stati Uniti, la reazione russa si è distinta per celerità. La risposta arriva dal Circondario Autonomo di Yamalo-Netets, 3.500 km a nord-est di Mosca, dove Novatek, la maggiore azienda privata russa del settore energetico, ha inaugurato “Yamal LNG”, il primo impianto dedicato interamente al gas liquefatto. Come ha sottolineato il primo ministro Dmitrij Medvedev, Il progetto è stato completato a velocità da primato, in anticipo di un anno rispetto ai piani originari (considerati già ambiziosi) e senza lo sforamento del budget preventivo di 27 miliardi di dollari. Inoltre, consentirà alla Russia di controllare circa il 10% dell’offerta mondiale di gas liquefatto, esportandolo soprattutto nelle economie emergenti in Africa e Indocina.

Se l’affermazione degli Stati Uniti come esportatore primario di gas naturale è destinata a indurre, nel medio termine, un calo dei prezzi della materia prima sul mercato internazionale, alla Russia converrà non inimicarsi i Paesi europei, negoziando dei contratti di fornitura di lunga durata che prescindano dalla geopolitica. La Russia non è più l’unica alternativa, e l’Europa lo sa bene.

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