Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



#blacksitesturkey Un’inchiesta internazionale svela le inquietanti attività di Erdogan contro i “gülanisti”

Nel glossario militare, un black site indica una località in cui viene portato avanti un progetto segreto e non ufficiale in violazione dello stato di diritto, da parte di uno Stato o un’istituzione. La trasgressione delle norme consiste solitamente nel sottoporre varie persone, prelevate senza l’utilizzo di un mandato d’arresto emesso da un giudice, ad interrogatori forzati, caratterizzati spesso da violenze carnali o d’altro tipo.

Il termine si usa correntemente dal 2005, quando il Washington Post, attraverso un’inchiesta e dichiarazioni di varie ONG, ha dimostrato l’utilizzo di tali siti da parte della CIA per cercare terroristi nel post 09/11. George W. Bush ne ha ammesso l’esistenza solo nel 2006.

Recentemente, 15 giornalisti provenienti da 9 testate di 8 Paesi diversi ha indagato, sotto la supervisione di COLLETIV, una “no-profit newsroom” tedesca, sull’istituzione e sull’uso di tali siti da parte dello Stato turco. Secondo l’inchiesta, il regime di Erdogan, in piena violazione del diritto internazionale e dei diritti umani, starebbe perseguitando i cosiddetti “gülanisti” sparsi per l’Europa e il mondo. Si tratta di un movimento fedele alle idee di Fethullah Gülen, un predicatore di una corrente specifica dell’Islam, che dal 1999 risiede negli USA.

Se prima del fallito putsch del 2016, il partito di Erdogan collaborava con tale movimento e ne condivideva i precetti – una graduale islamizzazione della società partendo dal basso – a partire dal 2013 sono emerse le prime tensioni. Dal tentato golpe, per il Presidente esso è diventato il principale nemico da combattere. Così, è iniziata un’opera di intercettazione di tutti i simpatizzanti e membri attivi del movimento stesso: la maggior parte dei target sono stati insegnanti delle scuole gülaniste. È il caso di Tolga e Ali, pseudonimi utilizzati per proteggere l’identità dei testimoni, intervistati dal gruppo di giornalisti, che raccontano di essere stati prelevati, incappucciati e portati di forza nei black sites dove sono stati torturati e interrogati da membri dei servizi segreti turchi.

Due elementi, più di tutti, mettono in luce la gravità della questione: anzitutto, il fatto che i governi di vari Paesi (Kosovo, Malesia, Azerbaigian e alcuni stati africani) siano conniventi col governo di Erdogan e collaborino attivamente al trasferimento dei sospetti in territorio turco (dove si trovano i black sites). In secondo luogo, la platealità delle operazioni svolte dalla polizia turca. Per trasportare i sospetti da uno Stato all’altro, infatti, vengono utilizzati aerei riconducibili a quelli dei servizi segreti e, una volta rimpatriati, i prigionieri vengono esibiti come trofei.