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Russia e Ucraina allo stretto di Kerch Fra diritto marittimo e conflitti armati

Lo scorso 25 novembre, diversi pattugliatori della guardia costiera russa intercettavano e aprivano il fuoco su alcune imbarcazioni militari ucraine, all’ingresso del canale dello stretto di Kerch. L’esito dell’operazione vedeva due marinai ucraini feriti, le imbarcazioni sequestrate e gli equipaggi arrestati.

La condotta russa ha scatenato forti polemiche da parte di molti diversi Stati che hanno considerato illegittima detta azione. Il Governo di Mosca ha giustificato la propria posizione sostenendo che le navi militari russe avevano aperto il fuoco soltanto dopo aver rilevato la violazione degli articoli 19 e 21 UNCLOS (relativi al passaggio inoffensivo in acque territoriali) da parte delle imbarcazioni ucraine.

Appare del tutto evidente che le circostanze che hanno originato i fatti sono riconducibili alla situazione di costante aggressività tra i due Paesi coinvolti. Infatti, lo stretto di Kerch rappresenta la linea di frontiera tra la Russia e la Crimea, quest’ultima notoriamente occupata dalle forze russe, sin dal 2014. Invero, tocca segnalare che la Russia sia stata più volte segnalata per aver violato i diritti di navigazione delle navi ucraine, nell’area dello stretto di Kerch. In accordo con le disposizioni che regolano il diritto dei conflitti armati, un’azione di detta natura – da parte dei militari russi – sarebbe stata giustificata nel quadro dello jus in bello, mentre appare ampiamente meno agevole legittimare la condotta russa in un contesto di jus ad bellum. Come sostenuto alcuni, se si considerano i prodromi derivanti dall’invasione illecita della Crimea, da parte della Russia, non sembra azzardato supporre che – data la condizione creatasi – l’incidente dello stretto di Kerch avrebbe dovuto essere regolato, per lex specialis, dal diritto dei conflitti armati marittimi.

Per quanto attiene ai dettagli della questione, si ricorda che i vascelli ucraini (in quanto imbarcazioni militari) rientrano nella definizione fornita agli articoli 29 e 32 UNCLOS, secondo i quali le navi appartenenti a forze armate di un dato Paese sono protette da immunità e non possono essere fatte oggetto di cattura o arresto. Ad aggravare ulteriormente la situazione, interviene la posizione in cui gli eventi hanno avuto luogo: le imbarcazioni militari russe hanno aperto il fuoco e detenuto i vascelli in esame in acqueterritoriali ucraine (ancorché sotto occupazione russa). A tal proposito, preme ricordare che la disciplina del passaggio inoffensivo non presenta interpretazioni univoche. È, infatti, oggetto di dibattito quale sia la risposta legittima adottabile da uno Stato costiero che veda un vascello militare terzo penetrare le proprie acque territoriali. Nonostante l’incertezza, comunque, la dottrina prevalente tende ad escludere la liceità dell’uso della forza.

Nell’ipotesi in cui si considerasse non applicabile il diritto dei conflitti armati, la vicenda sarebbe regolata dalla disciplina UNCLOS. In tale circostanza, la Russia risulterebbe aver violato sia i propri obblighi di passaggio inoffensivo nelle acque territoriali altrui, sia i diritti di passaggio inoffensivo goduti dalle navi militari ucraine. Infatti, la condotta di Mosca equivarrebbe a un indebito attacco alla libertà di navigazione in tempo di pace, riconosciuta tanto dalla Convenzione di Montego Bay quanto da un trattato bilaterale (per la regolazione dell’area dello stretto), firmato dai due Paesi nel 2003.

La vicenda mostra, ancora una volta, come i contorni mobili del c.d. “tempo di pace” sia in grado di generare “zone grigie” nelle qualil’identificazione del diritto applicabile risulta, rischiosamente, incerta.