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Odissea Brexit Oltremanica, il dibattito sulla Brexit si prepara a ulteriori sviluppi

Ancora cambio di rotta sulla Brexit. Almeno stando a quanto accaduto alla Camera dei Comuni nei giorni scorsi, quando è stato approvato un emendamento che rappresenta una nuova spallata al governo conservatore. Il testo, promosso dal dissidente tory Dominic Grieve con il sostegno dell’opposizione laburista, prevede che, in caso di bocciatura dell’intesa presentata dalla premier Theresa May, l’accordo con l’UE passi nelle mani del Parlamento, attribuendogli potere di veto su qualunque opzione successiva.

Queste opzioni, in realtà, si aprirebbero in caso di bocciatura l’11 dicembre prossimo, data in cui il Parlamento di Westminster dovrà pronunciarsi sulla bontà dell’accordo siglato dalla premier britannica con l’Unione Europea, accordo che finora pare scontentare tutti, da destra a sinistra. Ma, più di tutti, un alleato chiave, il Partito Unionista Irlandese, il DUP, indispensabile al governo per avere una maggioranza.

In effetti, l’accordo riguardo la questione irlandese sembra essere il principale ostacolo alla stessa Brexit. Com’è noto, l’Irlanda è parte della UE, mentre l’Irlanda del Nord dovrebbe seguire i destini di Londra. Il problema è rappresentato dalla partecipazione o meno al mercato comune europeo. Una parte dei conservatori vorrebbe restarvi ancorato, portando il Regno Unito in una situazione simile alla Norvegia, nella quale il confine con l’Irlanda resterebbe aperto.

Ma qui risiede il vero problema, dal momento che l’ala dura dei brexiteers interna alla maggioranza, capeggiata da Boris Johnson e da numerosi altri esponenti chiave dei tories, vorrebbe un’uscita pura e semplice dall’UE e dai suoi mercati dei beni (ma non da quelli finanziari). Questa seconda ipotesi, rappresentata dal cosiddetto scenario ‘no dealè quella in effetti problematica per l’Irlanda, perché sarebbe necessaria una dogana fisica e ulteriori restrizioni alla libera circolazione di merci e soprattutto persone. Una possibilità che è fumo negli occhi degli irlandesi dopo la faticosa pace raggiunta dopo il 2000 con gli unionisti nordirlandesi.

L’11 dicembre, dunque, sarà un appuntamento col destino per la Gran Bretagna e per la sua premier Theresa May. Infatti, dopo le dimissioni a cascata delle scorse settimane, si preannuncia una resa dei conti, specialmente nel partito conservatore.

Se, come ormai probabile, il governo dovesse andare sotto nella votazione, non solo occorrerebbe riprendere i negoziati con Bruxelles, che già ha messo le mani avanti da mesi circa l’irrepetibilità dei negoziati, ma occorrerebbe forse procedere con un nuovo rimpasto di governo o addirittura con elezioni anticipate se Theresa May si dimettesse dal proprio incarico. Quest’ultimo scenario avrebbe senso se lo scarto di voti negativo fosse particolarmente ampio e sarebbe tutt’altro che peregrino, essendo atteso con trepidazione da Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, rimasto finora in attesa che lo scontro interno ai suoi nemici politici desse i suoi frutti.

Infine, c’è ancora chi, come l’ex primo ministro Tony Blair, spera in una nuova consultazione referendaria con esito opposto rispetto a quella che, due anni e mezzo or sono, decretò l’inizio di questa ‘odissea’. Non è facile immaginare quale sarà il futuro del Regno Unito, ogni cosa è avvolta dalla nebbia, che si tratti dell’economia, della politica o della stessa Brexit. L’unica cosa certa è che l’odissea Brexit sarà ancora molto lunga e piena di insidie.