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L’APAC 18 A Kathmandu Parlando di interdipendenza, prosperità reciproca e valori universali

A ridosso del recente meeting APEC in Papua Nuova Guinea, in cui la ‘Xiplomazia’ ha provato a rubare la scena, oltre 1.500 persone da almeno 40 Paesi, tra cui rappresentanti dei governi asiatici, del business e della società civile, si sono radunati a Kathmandu per il Vertice Asia-Pacifico 2018 (APAC 18).

Il summit, tenutosi tra il 30 novembre e il 3 dicembre, è stato perlopiù finanziato dalla Federazione per la Pace Universale (UPF), un’associazione neo-cristiana fondata dal defunto mogul sudcoreano dell’informazione Sun Myung Moon.

L’APAC 18 si è concluso con un giorno di anticipo sulla tabella di marcia e la redazione di una Dichiarazione per la Pace e lo Sviluppo in 7 punti, che, oltre a celebrare l’esempio del Nepal nella conclusione della guerra civile del 1996-2006 all’insegna di amnistia, multilateralità e conciliazione, ha affrontato questioni come il cambiamento climatico, il rafforzamento dell’autonomia e della leadership femminile e dei giovani.

Con il vertice sono giunte le proteste del partito di opposizione del Congresso Nepalese. Il governo di K. P. Sharma Oli, infatti, si è dedicato affinché l’incontro avesse successo, invitando funzionari e leader di alto profilo, come Aung San Suu Kyi, Hun sen, ‘Leni’ Robredo e l’ex primo ministro indiano H. D. Deve Gowda, e limitando il traffico della capitale durante i giorni del consesso. Secondo l’opposizione, tuttavia, il coinvolgimento statale sarebbe stato incostituzionale, per il legame dell’incontro a un particolare credo religioso. In risposta, il governo nepalese è stato declassato, da ‘co-host’ a ‘supporter’ della conferenza, sul sito dell’UPF.

Mentre le opposizioni minacciavano di boicottare la copertura mediatica del vertice, all’interno i giornalisti e le agenzie convenuti discutevano di fake news e dell’influenza dei nuovi social media, predicando la via dell’autoregolamentazione per sostenere la libertà di espressione ed un ‘giornalismo pulito’.

Al netto della due-giorni, resta da notare che altri temi caldi del dibattito internazionale hanno faticato ad emergere. Nessun riferimento, ad esempio, nel discorso di Suu Kyi ai tanto perseguitati rohingya. Non sembra che, tra giornalisti, affaristi e governanti, in molti li abbiano descritti per quel che sono: vittime dei “potenti – potenti diversi dai giganti geopolitici denunciati da Kyi, ma altrettanto responsabili nei confronti di chi non possiede i privilegi della ricchezza e dell’influenza”.