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I figli dimenticati di Daesh I minori orfani del sedicente Stato Islamico costituiscono una vera e propria "bomba a orologeria"

Mentre si parla del futuro dell’Iraq e della Siria e si analizzano le conseguenze a breve e lungo termine del conflitto che per anni ha visto (e che, in realtà, continua a vedere) l’autoproclamatosi Stato Islamico come protagonista, gli orfani dei militanti di Daesh pagano in silenzio le conseguenze delle azioni dei loro padri.

Si stima che siano circa 2.500 i bambini che ancora vivono in orfanotrofi e campi di rifugiati in Iraq e Siria. Tra i “figli di Daesh” vi è chi è stato rapito dai militanti dello Stato Islamico per combattere e compiere attacchi suicidi, chi è entrato nella rete terrorista perché i genitori erano dei combattenti, e chi è nato proprio durante gli anni della guerra. Molto spesso, i bambini sono il frutto della violenza dei miliziani, e per le madri che li accompagnano il ritorno a casa è impossibile. Queste donne, infatti, non vengono riaccettate dai loro mariti, o viene loro imposto di abbandonare il figlio avuto durante la prigionia.

Il numero degli orfani del sedicente Stato Islamico sale drammaticamente a 17.000 quando si prendono in considerazione i bambini costretti a vagare per le strade siriane e irachene senza ricevere alcun tipo di assistenza. Tra questi, si stima che ve ne siano circa 1000 che provengono da Paesi stranieri. Questi minori sono i figli dei cosiddetti “foreign fighters”, e non possono essere rimpatriati a causa dell’assenza dei documenti e della mancata volontà dei Paesi d’origine di riportarli a casa. Infatti, anche quando i documenti esistono, i governi sono restii a riaccogliere i minori che hanno vissuto Daesh in prima persona. Francia e Germania, ad esempio, hanno dichiarato che sono disposte a rimpatriare un numero limitato di minori, purché non siano accompagnati dalle madri, potenziali ex combattenti.

La quasi totalità dei “figli di Daesh” soffre di seri traumi psicologici; ma più che il loro reale benessere, è l’ambiente nel quale hanno vissuto a preoccupare i governi dei Paesi d’origine. Molti, difatti, hanno già imbracciato le armi e sono stati sottoposti a un forte indottrinamento ideologico.

La riabilitazione di questi bambini e ragazzi è comunque tanto doverosa quanto necessaria. Nello studio dall’International Center for Counter-Terrorism a L’Aia, Children of the Caliphate”, gli autori Liesbeth van derHeide e JipGeenen sostengono che i responsabili politici dovrebbero considerare i minori autori di reati legati al terrorismo come una categoria a sé stante, fornendo loro una riabilitazione adattata alle esigenze individuali.